La Siria e i suoi alleati

Qalib Qandil, Tradotto dall’arabo da Muna Alno-Naqal, New Orient NewsReseau International 22 maggio 2019

A chi ha perentoriamente affermato che Bashar al-Assad ha vinto la guerra, ma non la pace o che non ha vinto la guerra, e Russia ed Iran l’hanno costretto ad accettare certi compromessi, questo articolo di Qalib Qandil dimostra che se è vero che “gli Stati non hanno amici; hanno solo interessi”, il presidente siriano e la sua squadra meritano di aver difeso il proprio Paese creando un modello relazionale che privilegia gli interessi comuni e la comprensione delle particolarità di ciascuno. [NdMAN].

Il meccanismo dell’aggressione coloniale ha instancabilmente lavorato per promuovere ondate di scetticismo per mettere in dubbio il ruolo svolto da Russia e Iran nel sostenere lo Stato siriano nella lotta alle bande terroristiche e taqfirite, strumenti della guerra per procura guidata dagli Stati Uniti, in collaborazione coi paesi della NATO, del “Golfo” e una coalizione internazionale formata inizialmente da più di 80 governi. Infatti, fu alla prima Conferenza di Ginevra (giugno 2012) che i pianificatori nordamericani cercarono di smantellare la coalizione opposta, contraria alla guerra, raggruppante Cina, Russia, Iran e alcuni governi resistenti all’egemonia statunitense. Fu anche nei primi anni dell’aggressione sionista ed USA che cercarono di demonizzare il coinvolgimento di Russia e Iran nella difesa della Siria e il sostegno economico, finanziario e militare che fornivano alla sua resilienza. Ed è passato molto tempo da quando cercarono di sfruttare ogni tipo di supposizioni sulla loro “competizione per l’influenza” in Siria. Ma qui tali pianificatori affrontano la realtà scioccante che confuta tutte le loro supposizioni, data la complementarietà militare e politica tra Russia e Iran, nonostante le ovvie differenze su molte questioni relative a particolari interessi e posizioni, tra cui, il posto della Siria nel conflitto arabo-sionista. L’amministrazione siriana è pienamente consapevole di tutte le peculiarità degli alleati e delle posizioni di ciascuno su molteplici problemi. Tuttavia, è riuscito a creare un ambiente strategico che portava alla riduzione dei margini di opposizione e contraddizioni tra alleati, pur mantenendo la propria visione basata sugli interessi nazionali della Siria. Pertanto, la Repubblica Araba Siriana è il partner della Federazione Russa nell'”Alleanza per la lotta al terrorismo”, la cui minaccia fu il catalizzatore decisivo dell’impegno militare della Russia (settembre 2015), contribuendo a riequilibrare forze sul terreno, rafforzare la capacità dell’Esercito Arabo Siriano, ripristinare l’autorità dello Stato siriano in molte parti del Paese, ricostruirne la difesa di fronte all’aggressione coloniale, acquisirne e rinnovarne la deterrenza nei confronti dell’entità sionista.

CSTO
Ad ogni osservatore serio, è chiaro che l’intervento russo era fondamentalmente basato sull’idea che la battaglia per la difesa della Siria sarebbe stata un passo decisivo nella lotta contro l’egemonia globale unilaterale degli Stati Uniti, un’idea che non cessò di evolversi dal primo veto russo-cinese (4 ottobre 2011) al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre, al vertice dell’CSTO (Gruppo dell’organizzazione del trattato di sicurezza collettiva di Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan) tenutosi a Dushanbe, nel settembre 2015, alla vigilia della mobilitazione aerea russa in Siria, quando il Presidente Vladimir Putin fu molto chiaro sull’importanza cruciale di lottare contro i terroristi su suolo siriano, dato il pericolo della loro espansione in Asia, anche Russia e Paesi vicini, inclusa la Cina. Allo stesso tempo, la Repubblica araba siriana è entusiasta della forte alleanza strategica coll’Iran negli ultimi 40 anni, in collaborazione con l’Asse della Resistenza, basata sulla contraddizione esistenziale con l’entità sionista come pietra angolare del sistema di dominio coloniale della regione guidato dagli Stati Uniti. Da qui la capacità eminentemente esemplare del Presidente Bashar al-Assad nella gestione della difesa del suo Paese lungo questi due assi; gestione basata sulla complementarità contro le minacce comuni e sul consolidamento delle relazioni con la Siria attraverso una rete di partenariati ed interessi economici nell’ambito della comprensione comune del conflitto. Questo spiega i numerosi accordi raggiunti con Russia e Iran in seguito allo scontro comune coi nemici della Siria, accordi che superavano il quadro militare coprendo economia, petrolio, commercio e industria. Questa visione è al centro dell’approccio siriano alla pianificazione della ricostruzione fisica ed economica, secondo i due principi proposti dal presidente siriano: reindirizzamento del Paese verso oriente, priorità alle partnership coi Paesi che hanno sostenuto la resistenza della Siria e contribuito alla sua difesa; in altre parole, priorità ai partner nella lotta al terrorismo e a chi rifiuta l’egemonia del blocco occidentale, a cominciare da Russia, Cina e naturalmente Iran, principale partner dell’Asse della Resistenza. all’egemonia sionista americana. Ma per quanto la Siria sulle peculiarità degli alleati, tanto dipende dalle peculiarità dei suoi interessi nazionali. Così, quando la visione siriana di un futuro Stato centralizzato e laico era in contraddizione con le iniziative russe e iraniane, Mosca e Teheran dovettero adottare la visione di Damasco, come evidenziato dal controllo di tutti i testi ufficiali riguardanti la Siria, compresi risoluzioni e dichiarazioni finali dei successivi incontri e conferenze internazionali negli ultimi anni, riflettondo tutti la visione siriana del “processo politico” basato su unità ed integrità territoriale dello Stato centralizzato e secolarizzato.
Questo atteggiamento nei confronti delle iniziative degli Stati alleati è ora un modello relazionale che dà priorità a interessi comuni e comprensione delle particolarità. In questo contesto, sebbene la Siria consideri la presenza turca sul suo suolo occupazione inaccettabile, tuttavia approfittato del confinamento del ruolo della Turchia, punta di lancia dell’aggressione coloniale, da parte di Russia ed Iran, raccogliendo i risultati con un’operazione congiunta siriano-russo-iraniana volta a liberare aree ancora sotto il controllo dei terroristi. È un lungo processo iniziato con le battaglie di liberazione di Aleppo e Ghuta. Continua oggi con la battaglia per la liberazione di Idlib, che richiede operazioni di grande precisione data la complessità della situazione e la volontà di limitare i costi militari e umani attraverso le iniziative politiche degli Alleati volte da un lato a rafforzare l’Esercito arabo siriano, dall’altro a costringere la Turchia a scegliere tra inchinarsi alla volontà nordamericana o allinearsi al campo russo-iraniano e quindi basarsi sugli interessi comuni dei due Paesi limitrofi. Questo spiega la proposta della Russia di ritornare agli accordi firmati da Turchia e Siria ad Adana nel 1998.
Contenimento e smantellamento dei gruppi armati sul terreno sono tattiche avanzate dal Presidente Bashar al-Assad sin dall’inizio dell’aggressione e molto prima del coinvolgimento di Russia e Iran. Combinando l’azione militare coll’azione politica, progettò i successivi decreti di amnistia e guidò dialoghi e riconciliazioni che facilitavano il dispiegamento dell’Esercito arabo siriano su gran parte del territorio siriano e lo smantellamento dei ghetti istituiti dalle fazioni armate guidate da al-Qaida e Fratelli Musulmani. Questo culminò negli “Accordi di Astana” e nell'”Accordo di Sochi” in cui la Turchia si impegnò a separare i cosiddetti ribelli dalle bande terroristiche nel governatorato di Idlib (ora la quinta zona di de-escalation). Un impegno insoddisfatto, gestito saggiamente dall’Esercito arabo siriano che attualmente concentra le operazioni su quest’area, e che dovrà essere ripulito dalle armi pesanti. La gestione del conflitto guidata dal Presidente Bashar al-Assad in collaborazione cogli alleati russi e iraniani ha portato cambiamenti radicali sul terreno ed importanti trasformazioni a favore dell’Esercito arabo siriano. Ha aperto la strada allo smantellamento della “coalizione degli aggressori”, che perse coesione di fronte alla resilienza della Siria sostenuta dai suoi alleati. Tuttavia, è illusorio credere nella liberazione dell’intero territorio nazionale in un colpo solo. Ad ogni passo, gli sforzi congiunti degli alleati consentono lo sfruttamento politico e militare di molte contraddizioni nel campo nemico e riducono il prezzo pagato dal popolo siriano e dal suo esercito nonostante il passare del tempo, specialmente da quando resta da liberare il Paese dalle occupazioni di Turchia ed USA. Pertanto, la metodologia adottata dai leader siriani preservava le costanti nazionali e la forza delle alleanze nonostante peculiarità e contraddizioni. Ad esempio, le battaglie del sud del Paese dimostrano il rispetto dell’alleato russo delle posizioni di principio siriane, nonostante la sua posizione nei confronti di Israele e la forte adesione della Siria all’Asse di resistenza. Un posizionamento basato su interessi russi con, tuttavia, un disegno che rispetti la particolarità della situazione siriana nei confronti del nemico sionista, il suo impegno a liberare il territorio occupato, così come il sostegno alla Resistenza palestinese e libanese. Impegni incessantemente reiterati dai leader siriani, mentre la Russia ritorna alla tradizionale visione di una pace globale e permanente, attingendo dal retaggio sovietico e basandosi sull’idea del ritiro sionista dai territori arabi occupati dal 1967, a cominciare dal Golan arabo e siriano.

Qalib Qandil è il direttore del New Orient News Centre e membro del National Audiovisual Council of Lebanon (NAC), responsabile delle relazioni arabe e internazionali.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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