La parte del poliziotto buono di Trump

Finian Cunningham, SCF 18 maggio 2019

Il presidente Trump questa settimana compiva una svolta sorprendente insistendo enfaticamente sul fatto che gli Stati Uniti non vogliono la guerra con l’Iran, facendo smussando i timori globali crescenti che le due nazioni erano sull’orlo del conflitto totale. Trump nello stesso slancio invitava la leadership iraniana ad avviare negoziati diplomatici. L’ultima mossa del presidente degli Stati Uniti sembra un severo rimprovero al consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, che solo la settimana prima aveva minacciato Teheran di una “forza inesorabile” per vaghe informazioni d’intelligence che l’Iran che stava per attaccare gli interessi nordamericani in Medio Oriente. Bolton aveva annunciato l’invio di un gruppo d’attacco con portaerei e bombardieri nucleari B-52 sul Golfo Persico per mostrare i muscoli all’Iran. Nei successivi presunti sabotaggi contro le petroliere nel Golfo e le dichiarazioni saudite sull’Iran che dirigevano attacchi dei droni dallo Yemen sulle centrali petrolifere, la situazione sembrava una polveriera pronta ad esplodere. Donald Trump, a quanto riferito, ammoniva Bolton e il segretario di Stato Mike Pompeo a reprimere i discorsi belluini e sul cambio di regime a Teheran. Bolton e Pompeo sono i più estremisti del gabinetto della Casa Bianca, che nel recente passato sollecitarono attacchi aerei contro l’Iran e ne offesero la leadership come “dittatura corrotta”. Una prefigurazione del tardivo addolcimento di Trump del tono della Casa Bianca si vide con la visita di Pompeo in Russia. Durante l’incontro col Presidente Vladimir Putin e il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il diplomatico nordamericano assicurava che “gli Stati Uniti non cercano infondo la guerra coll’Iran”. Questa assicurazione è un po’ difficile da credere data l’implacabile ostilità dell’amministrazione Trump, da quando la Casa Bianca si ritirò dall’accordo nucleare concordato a livello internazionale coll’Iran nel 2015. Da allora l’amministrazione reimpose severe sanzioni economiche a Teheran coll’obiettivo dichiaratamente belluino di “azzerare le esportazioni di petrolio iraniane”. Trump si dedicò alle invettive contro la Repubblica islamica in modo da suggerire che gli piaceva vederne le autorità rovesciate. All’inizio dell’anno, nel 40 ° anniversario della rivoluzione iraniana contro il regime fantoccio degli Stati Uniti, Trump segnò l’occasione con una retorica che spargeva sdegno. “40 anni di corruzione, repressione e terrore”, disse Trump in un tweet.
Quindi, quello che succede coll’ultima “ouverture” di Trump non è tanto il desiderio di evitare il conflitto, in linea di principio, quanto piuttosto una cinica tattica di negoziato secondo la routine dei “poliziotti buoni”. Dopotutto, il vecchio magnate immobiliare bloccava le controparti inquietandole con offerte aggressive al fine di ottenere una concessione sul prezzo finale. Trump usò tale stratagemma nei rapporti con la Corea democratica. Ricordiamo come una volta minacciò Pyongyang di annientamento nucleare, poi alcuni mesi dopo stringeva la mano al leader nordcoreano Kim Jung-un e sveniva per le “belle lettere” che aveva ricevuto. Indubbiamente, la mossa di Trump si perdeva dopo che gli Stati Uniti si rifiutavano di togliere le sanzioni dalla Corea democratica, insistendo sul disarmo nucleare unilaterale. Tuttavia, lo stile dei negoziati di Trump è evidente. Aggressione seguita da concessione prevedibile. Trump probabilmente è ottimista sul folle guerrafondaio Bolton nei confronti dell’Iran. Il poliziotto duro Bolton acutizza l’aggressività, soprattutto col suo comportamento psicotico e il lascito criminale della guerra in Iraq, quando era consigliere del presidente GW Bush. Nel pieno dell’intensa ansia globale su un’altra guerra indotta da Bolton, Trump inscena il poliziotto buono che si offre di evitare la pazzia parlando di “no war” e “peace diplomacy”. Il fatto è che Trump aggiunse al suo appello “no war” appelli agli iraniani a negoziare. C’è un sordido quid quo pro. L’implicazione è che il presidente stia richiamando i cani da guerra se Teheran accetta l’offerta della trattativa. Ma un attimo. Di che parla? Il Ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif dichiarava questa settimana che l’Iran non rinegozierà mai l’accordo nucleare, né il Joint Comprehensive Plan of Action. Ci sono voluti anni di intensi negoziati tra Stati Uniti dell’amministrazione Obama ed Iran, così come Russia, Cina ed Unione europea, per stilare l’accordo firmato nel luglio 2015 e successivamente approvato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU; ampiamente considerato un grande successo della diplomazia internazionale. L’Iran fece importanti concessioni nel frenare il programma di arricchimento nucleare in cambio di sgravi delle sanzioni. Ma l’accordo era sin dall’inizio minato dal ripensamento degli Stati Uniti e dalla loro malafede nel sollevare le sanzioni, mentre l’Iran applicava scrupolosamente i propri impegni, come verificato da numerosi ispettori delle Nazioni Unite. Trump elevava la malafede di Washington a un livello completamente nuovo quando, unilateralmente, violò l’accordo nucleare a maggio dello scorso anno, denigrandolo come “peggiore affare di sempre”. Trump si affidò solo alle paranoie del premier israeliano Benjamin Netanyahu per tale decisione irrazionale.
In ogni caso, l’Iran non verrà, minacciato o meno, tornare ai negoziati con gente come Trump. Sarebbe un insulto troppo greve per l’orgoglio e i principi nazionali iraniani. Sarebbe anche gratificante per la malafede e la mentalità spregiudicata da imbonitori degli USA. È una vergogna che l’amministrazione Trump usi aggressione e minacce di guerra come stratagemma negoziale. Tale stratagemma è una violazione criminale del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Anche se Trump appare il “poliziotto buono” nel gioco della Casa Bianca, è sempre una posizione vile. Non solo è riprovevole ma, come Trump senza dubbio scoprirà, anche tristemente inefficace. Non tutti possono essere comprati con dozzinali tattiche di coercizione economiche. Soprattutto non il popolo iraniano con la sua orgogliosa eredità persiana. Trump deve smettere di comportarsi da venditore di condomini e sembrare uno statista. Tale cambiamento, tuttavia, parrebbe impossibile. Quindi, in questo caso, c’è bisogno di qualcuno di nuovo alla Casa Bianca che capisca storia e principi legali e morali. La grande domanda quindi è: c’è un tale politico negli Stati Uniti?

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Precedente Ritratto a distanza ravvicinata di Muammar al Gheddafi Successivo È ora di scartare qualsiasi illusione sugli Stati Uniti