Aggressione insidiosa: le sanzioni come guerra segreta

Le sanzioni sono semplicemente una guerra con un altro nome
Tim Beal, Internationalist 360°, 16 maggio 2019

L’omicidio di maggior successo, si dice, è quello non riconosciuto tale ma che può essere spacciato come suicidio o incidente. Questo evita il problema dello smaltimento del corpo, una cosa pericolosa e problematica secondo la letteratura e su ciò la squadra saudita che uccise Jamal Khashoggi vi lavorò intensamente. Ancora più importante, se non c’è omicidio, allora non si ricerca di un assassino. Le sanzioni, usate come guerra segreta, condividono questi attributi, una delle ragioni della loro popolarità. Non l’unica, certo. Possono essere virtualmente senza costi e non rappresentare un pericolo per chi la perpetra. “Sanzioni” è qui usato come abbreviazione di una serie di strumenti, principalmente economici, che possono essere usati per devastare un nemico, per indurne la resa o preparare l’assalto. Alcune azioni segrete sono principalmente propaganda, senza un vero scopo militare. Operazioni sotto falsa bandiera iniziano una guerra, il ponte Marco Polo, o istigano l’azione di attori potenti, gli incidenti da guerra chimica in Siria, progettati per raggiungere uno scopo occulto. In effetti, le azioni sotto falsa bandiera tendono, per loro natura, ad infliggere più danni al perpetratore, fingendosi vittima, che al bersaglio, presunto colpevole. Ad esempio, gli attacchi con armi chimiche e biologiche (CBW) in Siria erano, a quanto pare, autoinflitti. Le sanzioni, tuttavia, hanno un preciso scopo militare, che può o non essere raggiunto, così come una falsa narrativa per mascherare autore o scopo. La copertura in questo caso è un’aggiunta per rendere l’azione militare politicamente accettabile all’opinione nazionale o internazionale, ma le sanzioni hanno una funzione che va analizzata.

Tipi di sanzioni
Privare un nemico di cibo, bevande o risorse, affamare il nemico per sottometterlo, è antico quanto la guerra stessa, e l’assedio al castello, o il taglio delle linee di rifornimento, sono roba della storia militare popolare. Le varianti moderne includono blocco delle risorse fisiche, finanziarie, informative e personale, rafforzate dalla propaganda:
Fisico: blocco delle esportazioni o delle importazioni mediante mezzi fisici o fiat (di solito interdizione in mare); controlli sull’esportazione
Finanziario: blocco dell’accesso alla rete bancaria internazionale e sequestro di beni.

Propaganda e demonizzazione
Questa è l’azione segreta per eccellenza perché il vincolo reale non è diretto. La demonizzazione del nemico serve a molti scopi, le sanzioni sono una piccola parte del mix. La solita tecnica consiste nel sostenere che il Paese sostenga o accetti “lavoro schiavista”, imprigiona la sua gente ingiustamente. Un tema alternativo è che le entrate ottenute dalle vendite confluiscano in armi che “minacciano il mondo”. Il caso dei jeans Noko, ad esempio, riguarda un gruppo di giovani svedesi che commercializzano senza successo jeans realizzati in Corea democratica: “Il grande magazzino in cui gli svedesi avevano pianificato di vendere i loro jeans Noko della Corea democratica si rifiutò di collaborare, sostenendo che non voleva essere coinvolto in politica. In Svezia scoppiò un dibattito pubblico sulla questione se fosse eticamente ammissibile produrre jeans in una dittatura che confina la propria gente nei campi di lavoro e minaccia il mondo con armi nucleari”.

Persone
Gli esempi attuali di restrizione di movimenti sono il bando musulmano di Trump, il divieto ai cittadini statunitensi (una tradizione degli USA) e varie restrizioni ai cittadini nordcoreani, iraniani e russi. Forse il caso più significativo è il veto ai giudici della Corte internazionale di giustizia che indagano sui crimini di guerra statunitensi in Afghanistan. Economicamente, tuttavia, i più distruttivi furono i tentativi di ridurre i nordcoreani che lavorano all’estero. Le rimesse dei lavoratori stranieri sono parte sostanziale di molte economie; ad esempio, della forza lavoro bulgara , il 42% lavora all’estero. In questo contesto, numero e proporzione di nordcoreani che lavorano all’estero è insignificante; si stima 50000 persone, forse lo 0,3% della forza lavoro, che rimette circa 500 milioni di dollari all’anno. Tuttavia, questo è considerato inaccettabile per gli Stati Uniti e la pressione è applicata ai Paesi attraverso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) per proibire l’impiego dei nordcoreani. Il pretesto è che sono in “schiavitù”, un’accusa che lo studioso nella Corea del Sud Andrei Lankov, un feroce critico della Corea democratica, smonta facilmente, sottolineando che “Alcuni anni di duro lavoro all’estero sono una destinazione da sogno per qualsiasi lavoratore nordcoreano e la concorrenza per tali lavori è aspra”. Questa è un’ironia crudele: durante il periodo coloniale, i giapponesi coscrissero 2 milioni di coreani come lavoratori forzati in Giappone e nel suo impero, una questione che ancora oggi si ricorda in Corea. Tra il 1965 e il 1973, il dittatore sudcoreano Park Chung-hee inviò circa 300000 soldati ad aiutare gli statunitensi in Vietnam, fornendosi la principale fonte di cambi per alcuni anni. Le truppe di Park erano infami per le brutalità ed atrocità che continuano a tormentare le relazioni tra Corea del Sud e Vietnam oggi.

Sanzioni dirette e indirette
Le sanzioni dirette possono essere bilaterali, reciproche (la Gran Bretagna bloccò la Germania con le navi, la Germania bloccò la Gran Bretagna con gli U-Boot), o effettivamente unilaterale a causa di squilibri economici o strategici. Le sanzioni indirette sono segrete, funzionano attraverso Paesi proxy, o gruppi di essi, per infliggere danni. Poiché gli Stati Uniti furono in relazione contraddittoria con così tanti Paesi persi di mira per tanto tempo, le sanzioni dirette spesso hanno un effetto limitato, ad esempio, c’è scarso commercio tra Stati Uniti e Corea democratica da sanzionare. L’ascesa della Cina e la sua portata globale come principale partner commerciale di così tanti Paesi, richiede che Washington debba sempre più rivolgersi a Paesi terzi nella sua guerra economica con Pechino. Ciò rende le sanzioni indirette sempre più importanti e, a causa del potere degli USA, spesso imposte se non sempre pienamente attuate. Ciò che accade dipende dalla forza del Paese sottoposto a pressione e dal valore dell’opportunità nel soddisfare le pretese degli Stati Uniti. La tecnologia 5G di Huawei è leader mondiale e rappresenta una seria minaccia all’egemonia statunitense nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) e nella sorveglianza internazionale. La Nuova Zelanda ha ceduto senza pubblico dibattito alle richieste statunitensi di bloccare Huawei; La Germania si dimostra più resistente. Gli Stati Uniti non solo tentano di costringere Paesi terzi a ridurre le relaziono con la Cina, ma anche a respingere la Cina, per esempio, minacciandone l’esclusione dalla rete bancaria statunitense, sanzionando obiettivi come Iran e Corea democratica. Uno degli esempi più toccanti di tale bullismo è la Namibia. La Corea democratica, in contrasto cogli Stati Uniti, diede un sostegno significativo alla Namibia nella lotta per la decolonizzazione e nel successivo sviluppo economico. Nondimeno, il governo namibiano fu costretto nel 2017 a rescindere i contratti con la Corea democratica, con molta riluttanza, inviando persino il Viceprimo Ministro a Pyongyang per scusarsi. La riluttanza della Namibia è evidente nel fatto che non fu che nel marzo 2019 che i lavoratori nordcoreani furono rimandati a casa. La Namibia fu costretta a soddisfare le richieste degli Stati Uniti non solo per le pressioni dirette di Washington, ma anche a causa delle sanzioni delle Nazioni Unite che vietavano ai Paesi d’impiegare lavoratori della Corea democratica. Che gli Stati Uniti possano usare l’ONU come strumento segreto di guerra è testimonianza del loro potere e dell’attuale fallimento delle istituzioni internazionali nel sostenere il diritto internazionale, come esemplificato dalla Carta delle Nazioni Unite, di fronte a tale potere. Questo è discusso di seguito. La portata, e spesso la meschinità, dell’uso dell’ONU da parte del governo USA nella sua guerra segreta contro Paesi come la Corea democratica è davvero sorprendente. Ad esempio, una banca neozelandese ha recentemente chiuso unilateralmente l’account di un residente della Corea del Sud perché visitò la Corea democratica e questo violava gli “obblighi delle sanzioni”.

L’arma di scelta degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti non hanno inventato le sanzioni moderne,… ma è di gran lunga l’utente principale, e le ha sempre più utilizzate come arma preferita. Un recente seminario del dipartimento di Stato sull’Iran, ad esempio, era intitolato “Sanzioni: uno strumento chiave per la politica estera”. Con insaziabile appetito imperiale dalla portata globale, gli Stati Uniti hanno circa 1000 basi nel mondo ed sono in una sorta di conflitto cinetico (ad esempio, Afghanistan) che non-cinetico con una moltitudine di altri. Il conflitto non cinetico va dall’uso dei dazi nelle controversie commerciali (ad esempio con UE o Canada) a sanzioni come quelle contro Iran o Corea democratica. Nel mezzo vi sono cose come l’esercizio di extraterritorialità nel “rapimento” di Meng Wanzhou. La Gran Bretagna, col suo soverchiante seapower, fu la maggiore esponente della fine del XVIII secolo (contro gli Stati Uniti rivoluzionari, per esempio) fino alla Prima guerra mondiale, ma gli Stati Uniti raggiunsero, e quindi superarono notevolmente, il loro mentore. Per Gary Hufbauer, decano statunitense dello studio sulle sanzioni, iniziò col blocco statunitense del Giappone nel 1917. I nemici vanno e vengono, ma la vittima ininterrotta delle sanzioni statunitensi è la Corea democratica, su cui le sanzioni furono imposte per la prima volta nel 1950 con due obiettivi, secondo Hufbauer: compromettere il potenziale militare e destabilizzare il governo comunista. La “destabilizzazione”, l’obiettivo più frequente elencato nella lunga tabella delle sanzioni statunitensi di Hufbauer, è precursore di collasso, cambio di regime ed estensione della potenza nordamericana. Le sanzioni sono popolari negli Stati Uniti per una serie di motivi. Non ci sono vittime statunitensi e nessuna cadavere che costrinse gli Stati Uniti a ritirarsi dal Vietnam portando alla Sindrome del Vietnam. Dato che gli Stati Uniti sono la prima economia del mondo, le sanzioni possono di solito essere dispiegate senza alcun impatto visibile sulla propria economia. I bambini iracheni possono morire, i bambini della Corea democratica possono essere malnutriti , ma gli affari degli Stati Uniti restano illesi. Ciò dipende dalle dimensioni relative dell’economia obiettivo e la Cina diventa rapidamente molto pericolosa per intromettervisi. Questo sarà un grosso problema nel prossimo decennio. Ma a parte la Cina, per il momento le sanzioni possono essere impiegate con impunità economica anche contro economie sostanziali come la Russia.

Cattiva politica estera, buona per le imprese
Per quanto attraenti possano essere le sanzioni, c’è un certo consenso tra gli esperti che di solito siano inefficaci . Fondamentalmente, se il governo del Paese bersaglio giudica che le conseguenze nel soccombere alle pretese degli Stati Uniti sono peggiori del danno da sopportare, allora non ci sarà alcuna resa. Potrebbero esserci negoziati, come il vertice di Hanoi del febbraio 2019 tra Donald Trump e Kim Jong Un, ma non capitolazione. Un fattore ovviamente è che le sanzioni mirano in modo sproporzionato a soggetti vulnerabili, poveri, bambini, anziani, ecc., piuttosto che alla leadership. Tuttavia, il problema è più profondo; pochi suggerirebbero che Winston Churchill si rifiutò di arrendersi ad Adolf Hitler nei primi anni ’40 solo perché aveva scorte adeguate di brandy e sigari. Le sanzioni possono anche essere controproducenti;quelle imposte dagli Stati Uniti alla Russia, ad esempio, causarono l’ascesa della popolarità di Putin . Le sanzioni non sono uniche in tale effetto paradossale: l’uso di droni per assassinare capi tribali in Medio Oriente fu lo stesso controproducente, provocando più attacchi alle forze statunitensi piuttosto che meno. Tuttavia, finché gli strumenti sono privi di costi e di rischi, i risultati non sono importanti, perché gli Stati Uniti sono molto più grandi e potenti degli avversari. La politica estera apparentemente inefficace è in realtà guidata principalmente da considerazioni interne; la postura dei politici che sventolano la bandiera patriottica, il vorace appetito del complesso militare-industriale e le esigenze pervasive dell’economia di guerra permanente. Gli errori ed insuccessi hanno un impatto marginale e possono spesso essere spiegati o argomentati per ottenere lo stesso risultato. In tale contesto, sanzioni, assassinii ed altre tattiche nefande potrebbero essere visti come dispositivi non per vincere le guerre, ma per prolungarle. Tale spensieratezza geopolitica non si applica a nazioni meno eccezionali. Napoleone invase la Russia, Hitler invase l’Unione Sovietica e Hirohito attaccò gli Stati Uniti, tutti con risultati disastrosi; nulla di paragonabile è successo agli USA in conseguenza delle loro avventure all’estero. Persino la sconfitta in Vietnam fu esorcizzata quando Reagan invase Grenada con il suo esercito di 600 uomini. Successivamente dichiarò la famigerata vittoria e assegnò “più medaglie per soldato di qualsiasi operazione militare nella storia degli Stati Uniti”.

Sofferenza degli inermi
Mentre le sanzioni possono essere inefficaci, e persino controproducenti, come strumento politico, sono sicuramente crudeli, infliggendo ingenti danni al Paese bersaglio e alla sua popolazione, specialmente poveri ed inermi. Nel 2016 du riferito che l’embargo statunitense era costato a Cuba 116 miliardi di dollari. Una dichiarazione della Corea democratica nel 2014 stimò il costo della guerra e delle sanzioni a 114 trilioni di dollari USA. Alfred de Zayas, avvocato nordamericano relatore speciale per il Consiglio dei diritti umani dell’ONU (HRC) ha criticato l’effetto delle sanzioni degli USA sul popolo del Venezuela in un rapporto del settembre 2018: “…Gli effetti delle sanzioni economiche imposte dal 2015, che hanno enormemente aggravato la scarsità di alimentari e medicinali, hanno causato gravi ritardi nella distribuzione e innescato il fenomeno dell’emigrazione di massa nei Paesi limitrofi. … [E] le sanzioni economiche causano in modo dimostrabile morte, aggravio delle crisi economiche, interruzione di produzione e distribuzione di cibo e medicine, costituendo un fattore che genera emigrazione e conduce a violazioni dei diritti umani…” Gli effetti delle sanzioni imposte dai presidenti Obama e Trump e le misure unilaterali di Canada ed Unione europea aggravavano direttamente e indirettamente la penuria di medicinali come insulina e farmaci antiretrovirali. Con le sanzioni economiche causavano ritardi nella distribuzione e quindi contribuiva a molte morti, esse contravvenivano agli obblighi sui diritti umani dei Paesi che li impongono. Inoltre, le sanzioni possono equivalere a crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale. Un’indagine di questa Corte sarebbe appropriata, ma la sottomissione geopolitica della Corte potrebbe impedirlo… sanzioni e blocchi economici moderni sono paragonabili agli assedi medievali delle città coll’intenzione di costringerle alla resa. Le sanzioni del ventunesimo secolo cercano di piegare non solo una città, ma Paesi sovrani. Una differenza, forse, è che le sanzioni del XXI secolo sono accompagnate dalla manipolazione dell’opinione pubblica attraverso “notizie false”, relazioni pubbliche aggressive e retorica sui diritti pseudo-umani in modo da dare l’impressione che il “fine” dei diritti umani giustifichi mezzi criminali. Non esiste solo un ordine mondiale giuridico orizzontale governato dalla Carta delle Nazioni Unite e principi di uguaglianza sovrana, ma anche un ordine mondiale verticale che riflette la gerarchia del sistema geopolitico che collega gli Stati dominanti al resto del mondo secondo le regole militari e di potere economico. È quest’ultimo, il sistema geopolitico che genera crimini geopolitici, finora in totale impunità… Le sanzioni economiche uccidono”. Il suo rapporto fu ignorato dall’HRC e non sembra essere accessibile, come dovrebbe, sui siti web delle Nazioni Unite, ma pubblicò un estratto sul suo sito personale. “…Le sanzioni possono equivalere a crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale”, Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani (HRC) sugli effetti delle sanzioni degli USA sul popolo del Venezuela (Relazione: settembre 2018 (https://www.independent.co.uk/news/world/americas/venezuela-us-sanctions-united-nations-oil-pdvsa-a8748201.html))
Nonostante le affermazioni sulle “sanzioni intelligenti”, le sanzioni economiche sono essenzialmente armi di distruzione di massa e, come altre armi di distruzione di massa, sono indiscriminate e colpiscono soprattutto i più vulnerabili. Le economie sono fondamentalmente fungibili: se le sanzioni impediscono l’esportazione di petrolio o carbone, allora le importazioni di cibo e medicinali sono sotto pressione. Le sanzioni finanziarie portano le banche a non essere disposte ad agevolare le importazioni, anche di medicinali. Se una città viene bombardata a tappeto, sono i generali e i politici in profondi bunker al sicuro; se le sanzioni aumentano il prezzo delle medicine importate, sono i poveri a rinunciarvi. Le sanzioni, se pienamente attuate, e fortunatamente questo è difficile, anche per gli Stati Uniti, possono potenzialmente causare carestie in pratica, tentando di affamare il nemico per sottometterlo. L’ex-segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha sostenuto che l’uso della fame come arma di guerra era un “crimine di guerra”; Ban, mai antagonista degli Stati Uniti, criticò il governo siriano e non fece menzione della carestia tra i suoi compatrioti in Corea democratica. Tuttavia, il rischio è costantemente presente, con alcuni che potrebbero collegare le sanzioni dettate dagli Stati Uniti e la situazione delle vittime. Poi la segretaria di Stato Madeleine Albright, in un’intervista televisiva di 60 minuti nel 1996, fece l’imbarazzante ammissione quando gli fu chiesto di commentare i rapporti secondo cui le sanzioni avevano ucciso mezzo milione di bambini iracheni, “Penso che questa sia una scelta molto difficile, ma il prezzo, pensiamo che ne valga la pena”. Chiaramente questo “massacro di innocenti” è un rischio per le PR degli Stati Uniti e di qualsiasi altro governo che utilizzi sanzioni. La soluzione fu ricercata nelle tecniche delle guerre segrete per oscurare la verità e propagare menzogne.

Sanzioni e costruzione di menzogne
Un aspetto importante della guerra segreta, compreso l’uso delle sanzioni come arma, è la costruzione di narrazioni mitiche che oscurano il ruolo e le motivazioni del perpetratore e deviano la responsabilità delle conseguenze sulla vittima o altro. Concentrandosi sugli Stati Uniti, con particolare attenzione alle sanzioni contro Corea democratica, Venezuela ed Iran, ci sono almeno cinque miti da notare.

1. Il mito del suicidio: incolpare la vittima
Kim Jong Un, ci è stato detto da non meno un’autorità come Donald Trump, è un pazzo a cui non importa far morire di fame o uccidere la sua gent . È un’affermazione ripetuta frequentemente da giornalisti e altri, e lo stesso si dice di suo padre e suo nonno e di chiunque riceva l’ira degli Stati Uniti; I Presidenti Assad di Siria e Maduro del Venezuela sembrano avere la stessa tendenza. Persino l’apparentemente augusto e imparziale Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i diritti umani accusò il governo nordcoreano dell'”atto disumano di provocare consapevolmente una fame prolungata”. Perché i governi deliberatamente affamino la propria gente, di cui hanno bisogno per fabbriche, fattorie ed eserciti, è un po’ difficile da spiegare, quindi la solita spiegazione alternativa è “cattiva gestione” sociale, politica o economica. Così, Andrew Natsios, che servì sotto George W. Bush, ci dice che il problema è la disfunzione sistemica; Anna Fifield, sul Washington Post, parla di decenni di cattiva gestione economica e Nicholas Eberstadt, dell’American Enterprise Institute, identifica il fallimento dello Stat . Ci si potrebbe chiedere perché gli Stati Uniti dovrebbero prendersi la briga di sanzioni contro la Corea democratica, o altri Paesi presi di mira, se i loro governi sono così dediti all’autolesionismo. Una delle accuse che avanza Eberstadt, ad esempio, è che la Corea democratica fa “vistosamente poco”… per far penetrare questo mercato redditizio… alle economie più avanzate del mondo”. Perché imporre sanzioni commerciali se la Corea democratica non vuole commerciare? Le sanzioni alla Corea democratica, come altrove, come in Siria, creano disagio economico e istigano alla migrazione economica. Quando tali rifugiati non sono i benvenuti vengono chiamati immigrati illegali portati da trafficanti di esseri umani, sono condannati e trattati in modo spaventoso. I nordcoreani che fuggono dalla fame sono definiti “disertori” anche se nella grande maggioranza dei casi la loro motivazione non è politica. Chi raggiunge la Corea del Sud, attratto dalle promesse di sussidi e servizi sono di solito molto delusi; scoprono che non sono i benvenuti e molti vogliono tornare a casa o trasferirsi in Paesi terzi . Gli Stati Uniti, pur essendo il primo motore delle sanzioni, ospitarono un solo rifugiato nordcoreano nel 2017. Ma non importa, sono “l’arma migliore di Seoul” perché sembrano confermare la demonizzazione della Corea democratica e la colpevolezza del suo governo nel creare le condizioni economiche che li inducevano a partire. La soluzione quindi è rimuovere quel governo che porta i suoi cittadini sotto la custodia di Seoul. Il modo migliore per farlo, quindi si argomenta, è intensificare le sanzioni. Pertanto, abbiamo un circolo vizioso in base al quale le sanzioni comportano maggiori sanzioni e più miseria.

2. Il mito della morte accidentale
Dove la vittima non è accusata degli effetti negativi delle sanzioni, lo è di qualcos’altro è. Un ovvio candidato in alcuni scenari è ovviamente il tempo. Nella Corea democratica, e probabilmente altrove, abbiamo una curiosa e inavvertita complicità tra carnefice e vittima. La Corea democratica spesso incolpa il clima dei problemi agricoli. Chiaramente questo può accadere in una certa misura, e anche i Paesi più ricchi sono suscettibili a disastri naturali. Tuttavia, esiste una connessione importante tra infrastruttura e vulnerabilità alle intemperie, in particolare alluvioni o siccità. La Corea democratica è particolarmente esposta a causa della mancanza di terre arabili e breve stagione di coltura. Prima del crollo dell’Unione Sovietica, l’agricoltura nordcoreana era fortemente industrializzata e richiedeva ingenti quantità di input industriali: petrolio per combustibile e fertilizzanti, irrigazione e meccanizzazione che consentivano una rapida semina e raccolta (necessaria a causa della breve stagione di crescita). La produzione agricola aumentò. consentendo anche alcune esportazioni. Col crollo dell’Unione Sovietica, gli input importati si prosciugarono, insieme ai pezzi di ricambio per le macchine, e il risultato fu la carestia degli anni ’90 conosciuta in Corea democratica come “L’Ardua Marcia”. I meccanismi di questo erano complessi. Ad esempio, la mancanza di carbone e di elettricità portò alla deforestazione quando i contadini abbatterono gli alberi per il carburante. La mancanza di cibo portò gli agricoltori a piantare colture su colline troppo ripide. Ciò reso la terra suscettibile all’erosione in caso di forti piogge, esacerbando così la situazione. Da allora, ci furono adattamenti e recuperi, nonostante le continue sanzioni statunitensi, e la situazione è di molto migliorata . Tuttavia, poiché le sanzioni venivano rese più severe negli ultimi anni, e soprattutto coll’introduzione delle sanzioni ONU, la sicurezza alimentare è seriamente diminuita e la malnutrizione è presente. Il professor Hazel Smith osservava che: “Le sanzioni delle Nazioni Unite si sono irrigidite negli ultimi due anni proibendo l’esportazione di prodotti petroliferi e altri fattori per la produzione agricola nella Corea democratica, anche se erano disponibili risorse in valuta estera per acquistarle. Un risultato assiomatico dell’assenza dei necessari input agroindustriali è una produzione sproporzionatamente ridotta da più o meno la stessa area di colture. Presumibilmente, il governo nordcoreano incolpa il clima per evitare di ammettere a Stati Uniti, o forse se stesso, quanto siano dannose le sanzioni. Questo può essere visto come misto di orgoglio e guerra naturale: non si lascia che il nemico sappia quanto siano efficaci i suoi attacchi. Anche l’Iran, che ha anche gravi problemi ambientali, affronta in modo coraggioso l’effetto delle sanzioni mettendo l’accento sulla sua “economia di resistenza”.

3. Il mito dell’aiuto umanitario
Un altro modo per distogliere l’attenzione dalle sanzioni è concentrarsi su “aiuti umanitari”. Pochi articoli sugli aiuti alla Corea democratica menzionano le sanzioni, men che meno la loro responsabilità per il disagio umanitario, in primo luogo, ma si concentrano piuttosto sulla generosità e l’intenzione benigna dei donatori, compresi gli Stati Uniti. Quando le sanzioni furono menzionate l’ultimo anno, fu prestata attenzione al blocco sordido dei funzionari dell’amministrazione Trump agli aiuti ufficiali degli Stati Uniti e agli sforzi delle ONG nordamericane di fornire aiuti. Queste sono legittime preoccupazioni e l’amministrazione è giustamente condannata per tali piccolezze. Tuttavia, l’attenzione distoglie dal problema di fondo delle sanzioni stesse e consente all’amministrazione di ottenere facilmente buone PR allentando tali particolari vincoli pur continuando la politica di “massima pressione”; la combinazione di minaccia e sanzioni militari. A parte il breve termine, la Corea democratica non ha bisogno di aiuti umanitari, ma piuttosto di pace e fine delle sanzioni ed altre forme di guerra.

4. Il mito della comunità internazionale, la subordinazione dell’ONU
Uno dei grandi trionfi dell’imperialismo USA è il giogo alle Nazioni Unite sulla loro politica estera. L’amministrazione Roosevelt creò l’ONU durante le ultime fasi della guerra come istituzione per legittimare il futuro “secolo americano” dell’egemonia globale degli Stati Uniti. Le Nazioni Unite furono costruite in una conferenza a San Francisco e poi trapiantate nell’attuale sede di New York. La prima grande caduta in disgrazia, da cui non si è mai ripresa, fu l’utilizzo nella Guerra di Corea 1950-53. Il “Comando delle Nazioni Unite” è ancora la foglia di fico della presenza militare nordamericana nella penisola coreana. Il dominio degli Stati Uniti fu in qualche modo eroso dal recupero della sede della Cina nel Consiglio di sicurezza (UNSC) nel 1971 e dal veto dell’Unione Sovietica furono un limite fino al collasso sovietico; L’uso russo (e cinese) del veto fu al risparmio. Nonostante ciò, gli Stati Uniti poterono manipolare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite imponendo sanzioni, in particolare alla Corea democratica, con evidente violazione della Carta delle Nazioni Unite; la Corea democratica, ad esempio, è censurata per il lancio di satelliti “che utilizzano tecnologia dei missili balistici”, sebbene molti Paesi abbiano lanciato satelliti, dallo Sputnik sovietico nel 1957 alla Nuova Zelanda recentemente. Tutti usano i missili balistici, a seconda della configurazione, per lanciare una testata su un bersaglio o porre un satellite in orbita. Allo stesso modo, la Corea democratica fu condannata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il suo deterrente nucleare, sebbene tutti i membri permanenti siano potenze nucleari e conducano test nucleari, sei finora, mentre gli Stati Uniti ne effettuarono oltre 1000 senza censura. Tutto ciò rende estremamente impressionante la manipolazione di un’istituzione internazionale per dare rivestimento di legalità e da “comunità internazionale” a ciò che è essenzialmente lo spietato esercizio del potere politico degli Stati Uniti.

5. Il mito della diplomazia
L’uso delle Nazioni Unite, delle agenzie UNSC e delle Nazioni Unite da parte degli Stati Uniti come strumento di potere occulto e la riluttanza di Cina e Russia a sfidarle è una questione vitale, ma relativamente inesplorata. È anche di grande attualità perché le azioni nordamericane sono sempre più sfrontate avviando la “Nuova Guerra Fredda”, e la resistenza da parte di Cina e Russia è in ascesa, con le sanzioni ONU a Iran e in particolare Corea democratica come uno dei campi di battaglia. Molti ben intenzionati vengono ingannati nel vedere la “diplomazia” come opposto della guerra e, quindi, di gran lunga preferibile. Così abbiamo titoli come “La diplomazia con la Corea del Nord ha funzionato prima, e può funzionare di nuovo” e “La diplomazia con la Corea del Nord: si cerca la pace”. Purtroppo, questa è una sciocchezza dato che, nel lessico del governo nordamericano, “diplomazia” è di solito semplicemente scorciatoia per “diplomazia coercitiva”. Questa viene talvolta chiamata “compellenza” e implica una miscela di minacce e sanzioni militari per costringere un avversario più debole a cedere. La normale diplomazia implica un compromesso e un dare e avere. Più la diplomazia diventa “coercitiva”, c’è meno dare e più prendere. Pertanto, negli attuali negoziati tra Stati Uniti e Corea democratica, Washington chiede il disarmo nucleare unilaterale di Pyongyang, senza alcun suggerimento di azioni simili da parte sua. Pyongyang richiede naturalmente una certa reciprocità, dal momento che le due parti sono così disuguali per potenza, ma non vi è alcuna questione di equità. La minaccia militare può sempre essere brandita o abbassata; uno degli stratagemmi degli Stati Uniti nei negoziati in corso fu il rinvio o ridimensionamento delle esercitazioni militari al fine di promuovere la “diplomazia”. È un tributo al potere della propaganda nordamericana che brandire una minaccia di aggressione possa essere interpretato come segno di intenti pacifici. Dato l’enorme squilibrio di potere tra Corea democratica e Stati Uniti ed alleati, i cui bilanci militari combinati sono centinaia di volte maggiori, tali esercitazioni non sono chiaramente difensive come sostenuto, ma preparativa per un possibile attacco o invasione. Qualunque cosa accada nelle esercitazioni militari, le sanzioni continuano e questa fu una delle principali ragioni del fallimento del Vertice di Hanoi del 28 febbraio 2019. Dato che le sanzioni sono semplicemente una guerra con un altro nome, tale rottura non sorprende. La malnutrizione dei bambini e la morte prematura degli anziani, gli ammalati privi di medicinali e la vita rovinata di milioni di persone, la devastazione delle infrastrutture e il loro impatto sull’economia, c’è una miriade di modi in cui le sanzioni svolgono gli stessi compiti di bombe e missili, e per gli stessi scopi. Molti ingenuamente danno grande importanza a una dichiarazione di pace, pensando che questo significhi pace. Tale dichiarazione, per quanto utile come gesto nel processo negoziale è, dopo tutto, solo parole su un pezzo di carta. Le sanzioni sono reali e, finché saranno in vigore, la vera guerra segreta continuerà.

La Corea democratica e il mito dei negoziati
La parola “diplomazia”, o più precisamente diplomazia coercitiva con sanzioni e minacce, serve ad ingannare il pubblico, che non capisce che la guerra viene combattuta segretamente. Tuttavia, le sanzioni hanno avuto un ruolo aggiuntivo, particolarmente evidente nei negoziati USA-RPDC dell’amministrazione Trump. L’obiettivo era ingannare non tanto il pubblico, quanto lo stesso presidente. Si presume comunemente, sicuramente correttamente, che Trump voglia una sorta di accordo con Kim Jong Un per ragioni narcisistiche, quel favoloso premio Nobel per la pace che viene così spesso assegnato ai guerrafondai. Tuttavia, dato che non conosce gli affari esteri e una strategia coerente tranne quella delle imprevedibilità e destabilizzazione, è facilmente manipolabile. Il primo sospetto è John Bolton, anche se Pompeo va preso in considerazione. Bolton, che è reputato uomo intelligente, può riconoscere pienamente che le sanzioni non costringeranno Pyongyang ad arrendersi, ma questo potrebbe non essere il suo scopo nel sostenerle. Sappiamo che è ostile ai negoziati e probabilmente use le sanzioni come mezzo per deragliarle. Anche se Bolton è spesso ritratto come una bestia nera, va riconosciuto che sia essenziale parte dell’establishment della politica estera degli Stati Uniti, forse una caricatura stravagante e baffuta, ma non il soggetto anomalo di cui è tacciato. Un articolo su The Atlantic lo definiva “il presidente ombra dello Stato profondo”, impedendo a Donald Trump di abbandonare la strada. La tensione nella penisola coreana è una componente essenziale di tale percorso e in particolare della strategia cinese degli USA e adesione a una maggiore presenza militare nell’Asia orientale. Nonostante il brusio, e ce n’è una quantità incredibile, la Corea democratica non pone alcuna minaccia militare agli Stati Uniti. La sua esistenza sfida l’egemonia globale degli Stati Uniti, ma non l’esistenza. La situazione attuale è utile alla dirigenza e a qualsiasi mossa verso una relazione pacifica con la Corea democratica e il riavvicinamento tra le due Coree, rendendo insostenibile la presenza militare degli Stati Uniti, vi si opporrà. Il “fallimento” del Vertice di Hanoi fu sicuramente ampiamente salutato con sollievo dai circoli della dirigenza, in privato. Ken Gause del Centro di analisi navale (CNA) della Marina e dei marines riassume: “C’è una ragione per cui la Corea democratica fosse la sfida di politica estera più lunga degli USA, risalente alla fine della Seconda guerra mondiale. Geografia, politica, ideologia, dinamiche di grande potenza, posture regionali, equilibrio delle forze: nulla favorisce la soluzione…” Per questo motivo, non c’è gioco [possibilità di un accordo negoziato], nessun vincitore, nessun perdente. È solo “c’è” fino a quando il regime nordcoreano non crolla. Lo status quo, evitando la guerra che implicherebbe con la Cina o la pace che eroderebbe l’egemonia degli Stati Uniti, è l’opzione preferita dai dirigenti. E nel frattempo vi sono sanzioni che restano il mantra a Washington, esemplificato ma non limitato da John Bolton: “Bolton dice che gli Stati Uniti potrebbero prendere in considerazione l’ipotesi di intensificare le sanzioni se la Corea democratica non cederà sul nucleare”. Sanzioni imposte forse nella vana speranza che il disagio economico produca il collasso dello Stato nordcoreano, posto forse come rischio calcolato per far deragliare i i colloqui di pace e prolungare le tensioni nel Nordest asiatico, o forse perché non riescono a pensare a nient’altro che sia senza rischi ma muscolare, o forse perché pochi comprendono le conseguenze occulte ma criminali delle sanzioni.

Tim Beal è un accademico che insegnò su Asia e marketing internazionale per molti anni alla Victoria University di Wellington, in Nuova Zelanda. Ha studiato e scritto su molti aspetti dell’Asia, dalla Corea all’India. Ha scritto per CovertAction Magazine sui pericoli nascosti della guerra chimica e attualmente lavora a un esteso saggio su “Imperialismo e Corea” per la prossima seconda edizione di The Palgrave Encyclopaedia of Imperialism and Anti-Imperialism a cura di Immanuel Ness e Zak Cope. Ha anche un sito web incentrato sulla geopolitica asiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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