Il mondo multipolare dovrà svilupparsi senza l’occidente

Sergej Naryshkin, Donbass Insider, 14/05/2019

Sergej Naryshkin è il direttore del SVR (Servizio d’Intelligence Estero russo) dal settembre 2016. Alla Conferenza internazionale sulla sicurezza organizzata a Mosca del 23-25 aprile 2019 (MCIS-2019), fece un discorso, poco trasmesso, ma tutt’altro che trascurabile. In effetti, durante questo discorso, Naryshkin propose né più né meno che costruire un futuro globale senza l’occidente se esso non accettasse l’evoluzione del mondo verso un sistema multipolare. Ecco la traduzione completa del suo discorso.
“Il nostro incontro si svolge in un contesto internazionale estremamente complesso. È qualitativamente diverso dai periodi precedenti della “guerra fredda” e dal breve trionfo dell’unipolarismo statunitense. Lo scontro tra potebze in quel momento era teso, ma generalmente prevedibile e inquadrato da una serie di regole chiare. Nel mondo di oggi, il grado di disordine e incertezza aumenta rapidamente. Il vecchio equilibrio di potere collassa, le norme sono riscritte e le regole distrutte in tutte le aree della cooperazione interstatale. La causa principale dei processi osservati risiede nella riluttanza del cosiddetto mondo occidentale, guidato dagli Stati Uniti, a riconoscere l’irreversibilità della formazione del mondo multipolare. Il desiderio dell’élite euroatlantica di mantenere la leadership, che fino a poco prima sembrava indiscusso, è chiaramente visibile. Il filosofo tedesco Walter Schubart, all’inizio del XX secolo, disse a proposito degli inglesi che, a differenza di altre nazioni, vedono il mondo come una fabbrica e non cercano altro che profitti e benefici. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, abbiamo avuto l’opportunità di osservare come i successori storici e politici degli inglesi, gli statunitensi, hanno costruito e ampliato la loro fabbrica, o meglio i loro affari, ora estendendone i profitti per molto tempo su scala globale. Molti Paesi, come Jugoslavia, Afghanistan o Iraq, ne hanno assaporato il modello economico. Ma all’inizio del nuovo secolo, qualcosa è andato storto per gli atlantisti. Stati e popoli hanno cominciato a ricordare a Washington la loro sovranità geopolitica in modi sempre più aspri. Il cataclisma finanziario globale del 2008 rivelava le fragili fondamenta dell’economia globale liberale costruita dall’occidente. Finora non sono state scoperte nuove fonti di crescita elevata e stabile. Nei Paesi occidentali la popolazione non era preparata alle gravi conseguenze della crisi, né alle esperienze della propria élite nel campo del multiculturalismo e della sostituzione dell’identità tradizionale. Ne è prova il forte aumento della popolarità delle forze anti-sistemiche, nazionaliste e populiste. La società invia messaggi chiari alle autorità che si sente ingannata. Ma, invece di una risposta adeguata, le élite borbottano su una mitica “interferenza straniera” e organizzano “cacce alle streghe”.
Molti dei problemi menzionati non sarebbero più rilevanti se l’élite occidentale imparasse a considerare le relazioni internazionali non come un “gioco a somma zero”, ma come mezzo per risolvere congiuntamente i problemi accumulatisi. Tuttavia, l’attività globale non può smettere di crescere e lasciare che i profitti si riducano. Piuttosto, distruggerà il sistema legale internazionale e l’architettura di sicurezza, che sono svantaggiosi e poco pratici. Motivati da considerazioni egoistiche, statunitensi e loro alleati obbedienti usano sempre più la forza per difendere i loro interessi a scapito dei negoziati multilaterali. Cercano apertamente di destabilizzare molte parti del mondo. E sempre di più, agiscono non solo senza riguardo per le norme del diritto internazionale, ma anche contro il buon senso. Un esempio lampante è la situazione in Venezuela, ora cinicamente devastata secondo lo stesso modello di Libia o Siria. La Casa Bianca parla del pericolo d’immigrazione incontrollata, prevede di spendere miliardi per rafforzare il confine col Messico e, allo stesso tempo, suscita un nuovo conflitto civile, causa una nuova catastrofe umanitaria e questa volta quasi da sé. Tali arroganza e cecità sono alcune delle principali sfide alla sicurezza internazionale. Questo percorso pericoloso non si limita al Venezuela, che gli Stati Uniti, a giudicare dal loro comportamento, considerano come propria provincia! Vediamo Stati Uniti, Regno Unito e i loro alleati NATO più leali abbandonare progressivamente le regole fondamentali e i regimi multilaterali anche su questioni critiche per la stabilità strategica come il controllo degli armamenti e delle armi di distruzione di massa. Violano i principi del libero scambio, fondamentale per il sistema finanziario ed economico globale che hanno costruito essi stessi. Interpretano arbitrariamente il diritto internazionale, attaccando i territori di Stati sovrani, uccidendo decine e centinaia di migliaia di civili e imponendo sanzioni ai rivali geopolitici. E il concetto stesso di legge è diventato uno scherzo dopo che gli inglesi introdussero come legale la frase “molto probabile” che altri Paesi occidentali trovarono sufficiente per la massiccia espulsione di diplomatici russi (ricevendo una risposta speculare). La decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e le alture del Golan come territorio dello Stato ebraico nonostante le risoluzioni delle Nazioni Unite, così come il ritiro unilaterale di Washington dall’accordo nucleare iraniano minano gli sforzi per stabilizzare il Medio Oriente. Inoltre, il principio della gestione delle crisi attraverso negoziati multilaterali è minacciato. L’enfasi sull’uso della forza senza riguardo per i principi di sovranità, integrità territoriale e non interferenza negli affari di altri Stati è un elemento fondamentale della dottrina dell’amministrazione Trump, compresa la strategia di sicurezza nazionale e la strategia antiterrorismo degli Stati Uniti.
In tale contesto, molte potenze regionali cominciano a comportarsi in modo più aggressivo, basandosi ad esempio sulla risoluzione di controversie di confine di vecchia data o sul rafforzamento delle proprie posizioni militari e politiche. Di conseguenza, c’è una reazione a catena, e i meccanismi di risposta collettiva sono più erosi. Il processo decisionale ponderato viene sostituito dall’impulsività e prevale un approccio egoistico. Aumenta il rischio di cosiddetti conflitti accidentali, che si scatenano a causa di azioni unilaterali e spontanee di singoli attori difficili da calcolare. Sempre più persone nel mondo sono intrappolate in conflitti di diversa intensità. Pertanto, anche una piccola provocazione può bastare ad innescare una crisi globale. Si ricordi la Prima guerra mondiale. Alcuna grandi potenza, si pensava, era pronta a scatenarla, eppure letteralmente “accadde”, con decine di milioni di morti, ed alcune che scomparvero della mappa geopolitica globale. Cento anni fa, i capi di Stato, per giustificare le loro azioni, potevano invocare l’assenza di meccanismi legali internazionali per risolvere i conflitti in fase iniziale. Oggi esistono strumenti del genere, ma ciò che chiamiamo occidente, e in particolare gli Stati Uniti, lo distruggono costantemente senza offrire nulla al suo posto se non il “pugno dell’aguzzino” o dichiarazioni vuote sul rafforzamento del loro cosiddetto ordine liberale universale, la cui realtà è persino messa in discussione dagli stessi autori. Tale irresponsabilità è probabilmente spiegata dal fatto che gli Stati Uniti non subirono il trauma storico della guerra sofferto da altre nazioni, in particolare Russia e Paesi europei. Ma il mondo moderno (a proposito, grazie agli sforzi degli stessi Stati Uniti) è diventato così interdipendente, piccolo e piatto che persino gli Oceani Atlantico e Pacifico non possono più essere considerati una protezione affidabile in un possibile conflitto globale.
La Russia, che ha subito tre guerre devastanti negli ultimi 100 anni, non si è mai stancata di chiedere agli altri membri della comunità internazionale di collaborare per trovare soluzioni ai problemi accumulatisi. Sfortunatamente, anche nelle aree in cui si svolgono tali negoziati, come lotta al terrorismo o sicurezza delle informazioni, i partner occidentali continuano a tenere le mani in tasca. Questo non significa, naturalmente, che dobbiamo rompere i contatti o isolarli. Il dialogo deve continuare, se non altro per impedire il definitivo collasso dell’attuale sistema internazionale, che tuttavia garantisce stabilità strategica. Nell’attuale situazione di tensione, è necessario seguire il percorso non della distruzione, ma del rafforzamento dei formati globali e regionali, migliorandoli e trasformandoli nell’interesse della pace e della sicurezza nel mondo intero.
L’occidente, guidato dagli Stati Uniti, è privo di maturità e coraggio per muoversi in questa direzione, e i restanti centri di potere saranno costretti a progettare un futuro globale senza l’occidente. Per sostituire l’universalismo liberale obsoleto, deve emergere un nuovo ordine mondiale giusto e stabile. Deve essere stabilito nelle condizioni e forme che garantiranno l’esistenza congiunta degli Stati e delle unioni regionali, pur mantenendo il diritto allo sviluppo proprio di ciascuno. Sono sicuro che le forze sensate dei Paesi occidentali consapevoli dei rischi che affliggono la comunità internazionale e fondamentalmente guidati dall’istinto di sopravvivenza saranno maggiormente coinvolti in questo processo. I contorni del futuro sistema globale sono ancora avvolti dalla nebbia dell’incertezza. La questione se assicurerà la vera unità nella diversità o se, ancora una volta, servirà da copertura per il potere di un piccolo club di pochi eletti, dipende in gran parte dal nostro lavoro comune. La Conferenza di Mosca è una piattaforma eccellente per questo lavoro, per approfondire la cooperazione nel campo della sicurezza globale e regionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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