Tel Aviv ha paura dell’Asse della Resistenza

Syria Times, 13 maggio 2019

L’economista australiano Tim Anderson notava che l’entità sionista è spaventata dall’inesorabile resistenza palestinese, dall’incombente vittoria della Siria e dal potenziato Asse di Resistenza che affronta le zone occupate di Libano e Siria. “Tel Aviv guardava Trump per rassicurazione, ma i gesti del capo degli Stati Uniti su Gerusalemme e Golan occupato non hanno alcuna base nel diritto internazionale”, dichiarava il professore all’e-giornale Syria Times, continuando: “Dato che Washington (sotto Bush, Obama o Trump) non fece nulla per frenare la colonizzazione estesa e la tentata pulizia etnica in Cisgiordania, è difficile immaginare che il piano Kushner (un nome che sembra un gioco televisivo) potrebbe fare molto di più che gettare dei soldi in giro; tanto più umiliante che questo sembri denaro arabo (saudita) e forse terra araba (egiziana)”. Il professore crede che le recenti dichiarazioni del regime di Trump (su Gerusalemme, Golan siriano occupato e alcune nuove promesse ancora da spiegare alla Palestina) sia parallele alle violenze del regime Netanyahu. Alla domanda sullo scopo dei recenti attacchi intensi dell’entità sionista sulla striscia di Gaza, nella Palestina occupata, il prof. Anderson rispose: “I sionisti sembrano credere, come fanno la maggior parte dei regimi fascisti, che una risposta estremamente violenta a ciò che considerano la minima provocazione, terrorizzi la popolazione e reprima ogni forma di resistenza. Mentre c’è una continua resistenza nella Palestina occupata, i massacri israeliani a Gaza dimostrano una brutalità estrema e sproporzionata”.

“Tiri spietati”
Notava che le vittime civili tra i palestinesi sono, a detta di tutti, la grande maggioranza delle vittime. “Le Nazioni Unite riferivano che “almeno” 1483 (67%) dei 2205 palestinesi uccisi dall’attacco d’Israele su Gaza nel 2014 erano civili, mentre solo 4 (6%) dei 71 israeliani uccisi erano civili. Quindi, contrariamente a gran parte del clamore dei media occidentali, la resistenza palestinese usa violenze ben più mirate rispetto a quelle delle forze sioniste. Si noti però che il rapporto di uccisioni dei sionisti nel 2014 fu più di 30 a uno”, chiariva il professore, riferendosi al fatto che il regime Netanyahu da allora acuiva le rappresaglie spietate. “A marzo il sito d’intelligence sionista Debka riferiva che “una nuova politica IDF era entrata in vigore per colpire ogni manifestazioni del terrore palestinese”. Ciò provocava attacchi immediati “anche se non ci furono vittime israeliane”. Lo stesso sito notava i numerosi piccoli atti di resistenza e “migliaia di terroristi condannati nelle carceri israeliane preoccupati dei tagli ai loro privilegi”. Il Prof. Anderson aggiunse che la crescita militare della resistenza palestinese, coi missili di Gaza che raggiungevano Tel Aviv per la prima volta nel marzo 2019, spiegherebbe l’assalto punitivo relativamente breve su Gaza a maggio. “Il regime israeliano era notoriamente insensibile uccidendo palestinesi, ma è molto sensibile sulle proprie vittime”, affermava spiegando perché l’ONU non tenne una riunione d’emergenza per discutere l’aggressione israeliana a Gaza. “Come tutti sanno, tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU lanciarono diverse guerre contro i popoli della regione, proprio per dividere la resistenza a sionismo ed imperialismo, cercando di consolidare il ruolo di controllo della colonia sionista in Palestina. Fortunatamente, negli ultimi anni, Russia e in misura minore Cina, iniziarono a esercitare una forza contraria. Tuttavia ciò rende semplicemente inefficace il Consiglio di sicurezza. Altrove nell’ONU ci furono alcune iniziative utili, ad esempio la nomina di un relatore speciale sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali. Questo, ovviamente, è principalmente rivolto all’aggressione economica degli Stati Uniti. Tali iniziative possono mobilitare i popoli contro le armi economiche e la propaganda delle guerre ibride di oggi”.

Le molteplici guerre del 21° secolo
Inoltre, il professore dubita che Washington sia abbastanza stupida da entrare in guerra coll’Iran, nonostante le minacce. “Dichiarare guerra economica a metà del mondo non aiuterà, a medio termine, gli “americani”, che non evitano di notare che il loro gioco in Siria era finito male; hanno solo grossi problemi ad ammetterlo”, aveva detto sottolineando che Tel Aviv e Washington temono la crescente influenza del più grande Stato indipendente della regione e la profonda integrazione dell’Iran con Iraq, Siria, Libano e Palestina. “La loro grande paura è ciò che chiamano “ponte iraniano” da Teheran a Bayrut. Certamente, tale integrazione economica, dei trasporti e comunicazioni e culturale sarà d’enorme beneficio per i popoli della regione, aiutandole a uscire dal sottosviluppo imposto da frammentazione e divisione neocoloniale. Ma questa è l’ultima cosa che Tel Aviv e Washington vogliono”, affermava il Prof. Anderson, che concluse dicendo: “Le guerre contro Iraq e Siria vanno vinte e consolidate da un fronte unito della regione. Questa sarebbe la risposta definitiva alle molteplici guerre del 21° secolo lanciate da Washington contro i popoli della regione. Anche la coesione interna della resistenza in Palestina è essenziale. Solo allora si potrà esercitare una pressione effettiva sull’entità sionista per democratizzare ciò che è diventato uno Stato d’apartheid “.
Va ricordato che il Dr. Tim Anderson è direttore del Centro per gli studi contro l’egemonia di Sydney. Ha lavorato e insegnato in diverse università australiane per più di 30 anni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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