Le Repubbliche del Donbas hanno 5 anni!

Erwan Castel, Alawata, 12 maggio 2019

Oggi, la Repubblica Popolare di Donetsk celebra i 5 anni di esistenza e speranza nati nel fuoco di una guerra che continua oggi, con detonazioni dei cannoni ucraini che si mescolano alle esplosioni dei fuochi d’artificio che celebrano l’evento. L’11 maggio 2014 si tenne il referendum per l’autodeterminazione delle popolazioni di Donetsk e Lugansk con le Repubbliche Popolari. E nonostante la pressione di Kiev esercitata su alcuni delicati uffici amministrativi ancora soggetti alla gerarchia ucraina, dove le minacce di repressione delle unità radicali nazionaliste in rotta verso le proprie città, il popolo del Donbas votò massicciamente per l’indipendenza delle loro regioni: con un tasso di partecipazione che superava il 75%, il separatismo dallo Stato ucraino fu richiesto dall’89% degli elettori a Donetsk e del 96% a Lugansk, aumentando le dinamiche popolari di queste regioni. Le radici russe sono ancora vive come nel referendum in Crimea di 2 mesi prima. A favore dell’indipendenza della Repubblica Popolare di Donetsk fu l’89% degli elettori nella Repubblica Popolare di Donetsk e il 96% nella Repubblica Popolare di Lugansk, paragonabile ai risultati del referendum in Crimea del 16 marzo 2014. Per spiegare questa scelta unanime per l’indipendenza delle regioni di Donetsk e Lugansk, mentre poche settimane prima era solo questione di autonomia con richiesta di federalizzazione dell’Ucraina, va ricordata la radicalizzazione criminale effettuata da Kiev nei giorni precedenti verso le popolazioni dell’Ucraina orientale, che avevno già una forte relazione emotiva con le radici russe e i legami familiari e sociali nelle regioni confinanti con la Federazione:
Discorsi russofobi sempre più aggressivi dai sostenitori del nuovo potere
Lancio il 13 aprile di una speciale operazione antiterroristica contro o manifestanti federalisti
Massacro il 2 maggio di una quarantina di manifestanti filo-russi a Odessa
Prime battaglie a Slavjansk
Massacro il 9 maggio di quasi 100 manifestanti a Mariupol, per mano del Battaglione Speciale Azov
Eccetera.
Piuttosto che spaventare e dissuadere donne e uomini del Donbass dal prendere in mano il proprio destino, la violenza ucraina contro di loro, al contrario, ne rafforzò la determinazione ad abbandonare drasticamente i legami col potere nato da un colpo di Stato che gli dichiarò contro una guerra ideologica, etnica, culturale e genocida. I morti e feriti di Odessa, Mariupol, Kransnoarmejsk, Slavyansk e Kramatorsk furono il torrente che tracimò il malcontento popolare e trasformò le proteste politiche in resistenza e ribellione armate, preservando dignità e vita delle popolazioni di Donetsk e Lugansk. Alcuni seggi elettorali furono banditi nelle città controllate da Kiev, come ad esempio Marjupol, e in altre città i nazionalisti radicali e guardie di frontiera ucraine che intimidiranno la popolazione aggredendola impunemente al momento di voto, come a Krasnoarmejsk (2 morti e molti feriti) o Novoajdar, per esempio. Va anche ricordato che anche altre regioni dell’Ucraina volevano organizzare il referendum, ritirato all’ultimo momento, come a Kherson e Kharkov, per evitare lo spargimento di sangue promesso dai nazionalisti radicali ucraini. L’11 maggio 2014, nonostante le minacce dei nazionalisti ucraini e le colonne corazzate di Kiev che si raccolsero verso le loro città, donne ed uomini del Donbas si precipitano ai seggi elettorali per iniziare il recupero storico e ritornare alla Russia, con questo referendum sull’indipendenza che fu il primo passo. Quando la popolazione di Donetsk e Lugansk andò alle urne, credevano in modo netto che lo scenario della Crimea si sarebbe ripetuto nel Donbas, ma sfortunatamente giorni, settimane e mesi dimostrarono che avevano torto, facendo precipitare il regione nel conflitto infernale imposto da Kiev per quasi un anno, e poi a una guerra di logoramento dopo la firma degli accordi di Minsk 2 nel febbraio 2015. Ma nonostante l’accantonamento dei piani sulla Novorossia, nonostante le difficoltà economiche dovute alla guerra, il blocco dei combattimenti e i bombardamenti mortali, nonostante la riluttanza del Cremlino ad intervenire militarmente ed integrare questa regione del Don, la popolazione di Donetsk e Lugansk, ma anche dei territori occupati da Kiev, non persero mai la speranza del ritorno in Russia, unica via d’uscita possibile da tale conflitto. Certo, voler fingere, come i propagandisti ed altri lacchè del potere, che non ci fu irritazione o persino delusione tra la popolazione, sarebbe una fantasia venale di chi mobilita una logorrea insipida usando il Donbas solo come mezzo del proprio egotismo narcisistico. Personalmente, odio le alcove di ogni forma di potere perché vi si crogiolano troppo di tali propagandisti e cortigiani, preferisco di gran lunga ascoltare i sentimenti della gente comune, di chi è aduso al lavoro in fabbriche, campi o trincee e alle famiglie che sopravvivono nei quartieri popolari oggetto dell’abbandono post-sovietico e degli attacchi ucraini con cui ho scelto di vivere lontano dai problemi politici. E questa popolazione continua a impressionarmi, perché dopo 5 anni di ostracismo, sofferenza, sangue e lacrime, non ha mai smesso di superare le difficoltà della sopravvivenza e delle delusioni politiche ed economiche conseguenti alla guerra e a questa “realpolitik” moscovita che cerca a tutti i costi di guadagnare tempo per dare possibilità di sfuggire a una crisi pacifica, pur preparandosi al peggio. Perché nel cuore del popolo, distinguendosi dai discorsi ufficiali imposti, c’è l’esecuzione degli accordi di Minsk non misurati e impossibili, mentre brucia ancora nei cuori la fiamma della Novorossia, storica entità russa da Karkhov ad Odessa, esprimendo con forza storicamente, politicamente e culturalmente il ritorno alla Russia, a lungo atteso e già attuato dalla Crimea.
È solo per ovviare all’entusiasmo popolare rimasto intatto per il progetto della Novorossia e dei leader di questa primavera russa (Strelkov, Purgin, Mozgovoy, Bezler, Motorola, Givi, Zakharchenko ecc …) nonostante molti siano scomparsi dalla scena, politicamente scartati o fisicamente eliminati dalle operazioni speciali ucraine. Incarnano l’immagine del Presidente Zakharchenko, assassinato il 31 agosto 2018, la resistenza del Donbas e la sua liberazione dal giogo ucraino post-Majdan. 5 anni è un secondo per la Storia, ma è anche un passo importante nella maturità di qualsiasi entità individuale o collettiva, che si finisce definitivamente, dopo che questo corso veniva superato, d’essere un sogno fragile per diventare un progetto solido… 5 anni è il tempo necessario per un bambino per nascere, crescere ed iniziare a costruirsi la personalità man mano che i suoi occhi e la sua conoscenza crescono accumulando esperienze felici o infelici. E la guerra che ha imperversato per cinque anni nel Donbas è il pericolo mortale che incombe sulle giovani repubbliche, sia catalizzatore di energie che rende possibile rafforzare e accelerare la realizzazione di questa volontà comune condivisa da tutte le comunità etniche, ideologiche, culturali e religiose.
Dopo lo shock dell'”Operazione antiterrorismo speciale ucraina allucinata, omicida e sproporzionata”, il popolo del Donbas convalidò col referendum dell’11 maggio 2014 la resistenza all’aggressione russofoba sponsorizzata dalla NATO sotto le spoglie dell’integrazione nell’Unione europea agitata su Majdan. Da allora, questo primo passo fu confermato in ogni manifestazione popolare, cerimonia ufficiale o elezione politica senza dimenticare, naturalmente, e senza alcun dubbio possibile, l’eccezionale resistenza militare di ogni giorno e notte sul fronte dai soldati delle repubbliche.
Poi ci fu il periodo di Zakharchenko, impegnatosi nella normalizzazione sul modello russo, consolidamento dello Stato di diritto, organizzazione del vero potere repubblicano basato su governo, parlamento e giustizia, professionalizzazione della Difesa, cooperazione col Cremlino per allinearsi a una strategia equilibrata ed esemplare che rifiutasse l’escalation militare auspicata da Washington, ma proteggendo le popolazioni russe di Donetsk e Lugansk.
E dopo 10 mesi, la Repubblica entrò nell’era Pushilin, successore designato dal Cremlino all’indomani dell’assassinio di Zakharchenko a fine agosto 2018, cooptato dalla popolazione nelle elezioni presidenziali di novembre. Con Pushilin, Donetsk rafforza il riavvicinamento alla Russia (mentre Kiev continua i bombardamenti e combattimenti sul fronte) e in particolare, dopo l’organizzazione della forza politica e militare da parte del predecessore, incrementando lo sviluppo economico, priorità delle riforme intraprese. Da parte sua, pur mantenendo la pacifica strategia diplomatica internazionale col sostegno degli accordi di Minsk, ad esempio, la Russia offriva ai residenti del Donbas la possibilità di avere il passaporto russo con procedura semplificata. Questo straordinario Ukaz del Presidente Putin è un colpo da maestro inoltre autorizzato dal diritto internazionale. Con questa importante decisione nella storia del ritorno del Donbas alla Russia, Mosca non commetteva alcuna interferenza, ma propose amministrativamente l’integrazione volontaria alla popolazione. Inoltre, questa misura è un chiaro avvertimento agli occidentali per dissuadere Kiev dal voler replicare a Donetsk e Lugansk lo scenario criminale croato che diede il via a massacri e pulizia etnica nella Jugoslavia fatta a pezzi dai cani della NATO. Ecco perché, tra le altre ragioni, l’11 maggio è salutato con gioia dal popolo di Donetsk e Lugansk, che 2 giorni fa rese omaggio ai suoi difensori nelle celebrazioni della Vittoria del 1945. Oggi, dopo cinque anni di combattimenti, sofferenze e ansietà, il sogno del Donbas prende forma e la strada per la Russia si apre concretamente a donne e uomini che per cinque anni si sacrificarono per proteggere loro tradizioni, identità e storia russe. Non posso fare a meno di confrontare le foto della folla che saluta a Donetsk il passaggio dei suoi rappresentanti e le parate civili e militari con quelle della pietosa esibizione del presidente Macron, sulle stesse celebrazioni della vittoria del 1945 negli Champs Elysées vuoti ma sorvegliati dalla polizia. Spetta a voi scoprire dove sia la vera repubblica di un popolo che saluta il proprio presidente e attraverso lui il successo collettivo, e dove sia la falsa repubblica di un presidente isolato dall’arroganza e dall’odio del popolo:

Parigi

Donetsk

Questi giorni commemorativi sono plebisciti popolari che confermano il desiderio del Donbas di porre fine una volta per tutte alla parodia nazionalista ucraina basata su una delirante e psicotica russofobia e una guerra genocida (contro la natura del popolo e non contro i suoi pensieri ed azioni). Oggi la realtà ridicolizza l’odiosa propaganda occidentale: non è la Russia che arrivava nel Donbas, ma il Donbas bussava alla porta della Patria storica e culturale, quest’ultima estendendo la propria ala per proteggere i propri figli aprendo le porte all’ integrazione volontaria nella Federazione Russa, in conformità col diritto internazionale e il “diritto dei popoli all’autodeterminazione”, e il rispetto per le scelte democratiche, principi sovrani bombardati dagli occidentali col “dirittuminatarismo”. L’Europa dei popoli che spezza le catene degli Stati-nazione e la schiavitù di un’Unione europea, per seguire la propria politica, ora nasce nel Donbas, prefigurando il futuro panorama di un mondo multipolare in cui l’Europa, attraverso grandi blocchi federali proteggerà libertà, identità e legittima sovranità dei suoi popoli… Ma c’è ancora molta strada da fare e guerre da vincere!

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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