USA e Arabia Saudita: l’alleanza del cavallo

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 10.05.2019

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto chiaramente che vuole che l’Arabia Saudita paghi di più, in una manifestazione nel Wisconsin il 27 aprile, secondo il Daily Caller. L’ardente paladino della democrazia aveva detto che gli piace il capo saudita, ma il regno petrolifero deve pagare di più, considerando che Washington assicura la protezione personale di re Salman bin Abdulaziz al-Saud e suo figlio Muhamad bin Salman: “Guardate l’Arabia Saudita, Paese molto ricco, noi lo difendiamo, sovvenzioniamo. Non h altro che denaro, giusto?… E compra molto da noi, 450 miliardi di dollari ha comprato”. Va detto che la società nordamericana è chiaramente divisa in due sulle relazioni degli Stati Uniti col regno. Dopo che la CIA fece dichiarazioni sul ruolo chiave svolto dal principe ereditario, che potrebbe essere il prossimo re saudita, nel brutale omicidio del giornalista Jamal Khashoggi in Turchia, Donald Trump disse che gli Stati Uniti sarebbero stati “sciocchi” a rinunciare agli accordi sulle armi coll’Arabia Saudita. Allo stesso tempo, Trump osservò “può darsi benissimo che il principe ereditario sapesse” del piano per uccidere Jamal Khashoggi, ma gli Stati Uniti, o meglio il Presidente degli Stati Uniti, intendono rimanere “fermi partner” dell’Arabia Saudita. Nel frattempo, i membri del Congresso criticavano Donald Trump per aver agito da protettore saudita, insistendo a che i governanti sauditi non vadano puniti solo per il brutale omicidio di Jamal Khashoggi, ma anche per il bombardamento dello Yemen, che ha ucciso decine di migliaia di inermi yemeniti, compresi molti bambini e anziani. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno devastato lo Yemen, ma sono ancora molto lontani dalla vittoria, scrive lo specialista di politica internazionale Michael Horton su The American Conservative. Le infrastrutture del Paese sono in rovina e le regioni più strategiche sono occupate dagli invasori, eppure dopo quattro anni di guerra, lo Yemen è diventato un nuovo “Vietnam” per le truppe di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Entrambe le monarchie hanno speso miliardi di dollari e pompato risorse militari significative in quello che alla fine si è trasformato in un pantano militare di proporzioni catastrofiche, e l’intervento è servito solo a rafforzare la legittimità degli huthi e la posizione dell’Iran con loro.
La boxe nell’ombra tra Donald Trump e il Congresso ha suscitato solo risate. Molti membri del Congresso criticano il presidente Trump sui media, istituendo vari comitati e commissioni che presumibilmente indagherebbero su ciò che il loro presidente ha ottenuto, minacciandolo di ogni tipo di punizione. Ad esempio, il Comitato della Camera degli Stati Uniti sulla magistratura recentemente lanciava una nuova inchiesta sulla campagna elettorale di Donald Trump, le attività della sua squadra di transizione presidenziale, dopo aver vinto le elezioni, così come i rapporti commerciali del capo nordamericano. “Oggi, il presidente (del comitato della Camera degli Stati Uniti sulla magistratura, Jerry) Nadler (democratico di New York) ha aperto un’indagine vergognosa e abusiva su accuse stantie e false già indagate dal consigliere speciale Robert Mueller e da comitati di entrambe le Camere del Congresso. Il presidente Nadler e i suoi colleghi democratici si sono imbarcati in questa spedizione di pesca perché terrorizzati dal fatto che la loro falsa narrazione sulla “collusione della Russia” si sgretola”, aveva detto la segretaria della Casa Bianca Sarah Sanders. Tuttavia, va notato che Donald Trump non perse tempo nel porre il veto al disegno di legge che il Congresso aveva approvato contro l’Arabia Saudita, per impedirgli di sostenere i sauditi in guerra coi ribelli yemeniti. Il presidente degli Stati Uniti lo spiegava definendo la risoluzione adottata daòle camere del Congresso “inutile e pericoloso tentativo d’indebolire le autorità costituzionali”. Secondo Trump, la risoluzione del Congresso mette a repentaglio la vita dei cittadini e del personale militare statunitensi, riferiva Reuters. Pertanto, il presidente chiaramente mostrava ai membri del Congresso e chiunque altro, chi sia il capo della Casa Bianca.
In generale, le relazioni diplomatiche di Donald Trump col principe ereditario Muhamad bin Salman ponevano molte domande tra chi apprezza davvero la democrazia. Come dice il proverbio, un uomo si conosce dalla compagnia che frequenta. Per una ragione o l’altra, gli Stati Uniti democratici hanno alcuni amici piuttosto intimi che sono re, sceicchi, sultani e altri monarchi, nonostante che tali Paesi siano retti da regimi dittatoriali. E Donald Trump, interessato ad imporre attivamente sanzioni contro molti Paesi (Russia e Iran in cima all’agenda della politica nordamericana in questo campo), sembra aver distinto qualcosa in Arabia Saudita e nelle altre monarchie facendole assomigliare a modello di democrazia, libertà e attuazione dei diritti umani fondamentali. Quindi cosa fa la monarchia assoluta dell’Arabia Saudita? Il principe ereditario ha un solido sostegno che Donald Trump espresse personalmente, ed approfittando della malattia del padre si aggrappa ancora di più alle terre ancestrali. Si aveva appena la notizia che avveniva una delle più grandi esecuzioni di massa nella storia dell’Arabia Saudita, le autorità avevano condannato a morte a 37 persone, la maggior parte della minoranza sciita. Uno fu crocifisso, l’Arabia Saudita usa tale punizione per i crimini più gravi. Tra i giustiziati c’erano uomini accusati dell’omicidio di agenti di sicurezza, di usare esplosivi, formare cellule terroristiche e diffondere un’ideologia estremista. Ma c’erano minorenni tra i giustiziati per crimini che avrebbero commesso, il che è proibito dalle leggi internazionali. I media occidentali resero pubbliche la storia di alcuni di loro. Ad esempio, Abdulqarim al-Huaj aveva solo 16 anni quando usò WhatsApp per diffondere informazioni sulle proteste, ed in seguito fu decapitato pubblicamente. Mujtaba al-Sayqat aveva 17 anni quando prese parte alle proteste. Fu arrestato all’aeroporto mentre aspettava il volo per andare all’Università negli Stati Uniti. Munir al-Adam aveva 23 anni quando fu detenuto, era sordo da un orecchio dall’età di cinque anni, e rimase completamente sordo dopo essere stato torturato.
La CNN, riferendosi alle deposizioni della corte fatte trapelare, riferì che alcuni dei giustiziati avevano protestato la loro innocenza in tribunale, e che le loro confessioni erano state scritte dagli investigatori e la firma ottenute solo con la tortura. In alcuni casi, i sospettati affermarono di non aver nemmeno dovuto firmare e di aver usato le impronte digitali. Secondo Amnesty International, 11 dei giustiziati furono accusati di spionaggio per l’Iran, e altri 14 per aver partecipato a proteste a favore della democrazia nella provincia orientale del Paese. Secondo l’organizzazione per i diritti umani inglese Reprieve, tutti i sospetti furono costretti a confessare con la tortura, e su ciò condannati a morte. Le esecuzioni furono effettuate a Riyad, Mecca e Medina.
In effetti, il “cavallo” saudita è davvero piuttosto capriccioso ed imprevedibile ultimamente. Il principe ereditario ora minaccia Washington che se non cambierà il suo corso (?!), il Regno si rifiuterà di vendere petrolio in dollari. Cosa accadrà se i sauditi andranno avanti rifiutandosi di accettare pagamenti in dollari USA? Questa decisione indebolirebbe enormemente la posizione generale del dollaro come valuta universale e unità di pagamento globale. La mossa dell’Arabia Saudita sarebbe sicuramente seguita da altri Paesi. Il regno attualmente produce circa un decimo del petrolio mondiale. La Saudi Corporation Saudi Aramco è il più grande esportatore mondiale di oro nero. Naturalmente non tutto il petrolio saudita viene venduto in dollari, ma almeno il 60% darriva al mercato mondiale su petroliere ed i gasdotti, e la maggior parte delle transazioni avviene in dollari. Tuttavia, data la situazione attuale, è chiaro che non importa che tipo di risoluzione il Congresso presenti; Donald Trump non vuole offendere il “cavallo” saudita con un veto, poiché i sauditi potrebbero facilmente disarcionare il cowboy nordamericano. In questo contesto, Trump è il presidente di un Paese democratico, ma non gli importa quale tipo di regime ci sia in Arabia Saudita. Quello a cui Trump importa è il denaro dell’Arabia Saudita, ei sauditi comprano un’enorme quantità di equipaggiamento militare statunitense, quindi sostengono il complesso militare-industriale degli USA. A che serve il sentimento per la democrazia e altre sciocchezze? Come dice il proverbio, potrebbe essere un figlio di puttana, ma è molto ricco ed è per questo è il nostro figlio di puttana! Pertanto l’alleanza tra cavaliere e cavallo, tra Arabia Saudita e Stati Uniti, sembra destinata a rafforzarsi nel prossimo futuro.

Viktor Mikhin, corrispondente del RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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