Tehran risponde

Michael Howard, AHTribune 9 maggio 2019

Era questione di tempo prima che la leadership dell’Iran rispondesse alle tattiche mafiose dello zio Sam. L’accordo nucleare funzionava come pubblicizzato: anche se lo volesse, cosa che chiaramente non è, sull’accordo, l’Iran non potrebbe ottenere armamenti nucleari. Teheran era pienamente conforme all’accordo, consentendo all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) accesso illimitato a tutte le installazioni nucleari. Questo fu ripetutamente confermato dalle Nazioni Unite. Nel marzo 2018, due mesi prima che il regime di Trump annunciasse che avrebbe unilateralmente rotto l’accordo internazionale, l’AIEA ribadiva che nonostante la propaganda israeliana l’Iran non aveva violato alcun obbligo. “L’IAEA ora ha il regime di verifica più robusto al mondo attivo in Iran. Abbiamo avuto accesso a tutti i luoghi che dovevamo visitare”, dichiarava il direttore generale dell’AIEA Yukiya Amano. “Gli ispettori dell’AIEA ora hanno passato 3000 giorni in Iran. Abbiamo installato circa 2000 sigilli a prova di manomissione su materiale nucleare e attrezzature. Abbiamo effettuato oltre 60 accessi complementari e visitato oltre 190 edifici dall’attuazione del JCPOA”. L’AIEA raccoglieva “centinaia di migliaia di immagini [satellitari]” e più di “un milione di informazioni open source ogni mese”, costituendo la più forte capacità di verifica di sempre. “Ad oggi”, affermava Amano, “posso dire che l’Iran attua i suoi impegni relativi al nucleare”. Questa era una buona notizia chi era preoccupato da proliferazione nucleare e possibilità di guerra nucleare, e una fonte di scontento per i neocon a Washington. Un accordo nucleare riuscito significava riavvicinamento tra Iran e il resto del mondo. Significava che l’Iran non poteva più essere marchiato come Stato canaglia, ma che invece andava considerato Paese normale con cui altri Paesi potevano commerciare e cooperare sulla sicurezza globale. Per Israele, Arabia Saudita e Stati Uniti di Trump (il vero asse del male), ciò rappresentava un cambiamento insopportabile nelle relazioni internazionali. Lo Stato paria dell’Iran è essenziale per l’equilibrio di potere prevalente in Medio Oriente, in base a cui le società statunitensi gestiscono sviluppo e distribuzione delle risorse, Israele invade ulteriormente il territorio palestinese (e bombarda chiunque voglia) e l’Arabia Saudita esercita un controllo eccessivo sui mercati petroliferi.
Qualsiasi minaccia a tale quadro, ad esempio i negoziati pacifici, va schiacciata. Il JCPOA costituiva tale minaccia. Così abbiamo subito l’amplificazione della retorica standard israeliana, completa di presentazioni in power point di Netanyahu sull”archivio atomico dell’Iran”. Abbiamo visto l’Arabia Saudita, il nuovo grande amico d’Israele, tentare strane manovre geopolitiche, ovvero il rapimento del primo ministro libanese ed attacco diplomatico ed economico al Qatar, entrambi volti ad isolare l’Iran. Da Washington abbiamo le solite banalità (o si deve dire “tropi”?) sul sostegno dell’Iran a terrorismo, destabilizzazione, e bla, bla, bla. In più questo piccolo tweet del POTUS, indirizzato al Presidente iraniano (enfasi non mia): “MAI, MAI MINACCIARE ANCORA GLI STATI UNITI O SUBIRETE CONSEGUENZE, QUALI TUTTA LA STORIA SI SIA MAI SUBITO PRIMA. NON SIAMO PIÙ UN PAESE CHE STARA’ FERMO ALLE VOSTRE DEMENZIALI PAROLE DI VIOLENZA E MORTE. SII PRUDENTE!”. Parole demenziali di violenza e morte, anzi. Ora Trump ha designato il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) organizzazione terroristica. “Continueremo ad aumentare la pressione finanziaria e ad aumentare i costi sul regime iraniano per il sostegno alle attività terroristiche finché non abbandonerà il suo comportamento malevolo e fuorilegge”, gridava al leader del Paese che sanziona, bombarda e invade senza alcun riguardo per il diritto internazionale. Non importa quante volte si vede, l’ipocrisia non manca mai di stupire. L’ex-ispettore dell’ONU Scott Ritter spiega a The American Conservative: “Considerato il fatto che Washington è attualmente impegnata in una “guerra” globale sul terrorismo, questa designazione. che colloca l’IRGC sullo stesso piano di SIIL e al-Qaida, significa che gli Stati Uniti sono in guerra coll’Iran”. Ricordiamo che l’Autorizzazione all’uso della Forza Militare, firmata il 18 settembre 2001, consente al presidente degli Stati Uniti “di usare tutta la forza necessaria e appropriata contro quelle nazioni, organizzazioni o persone da lui definite a pianificare, autorizzate, impegnare o aiutare gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, o ospitare tali organizzazioni o persone, al fine di impedire futuri atti di terrorismo internazionale contro gli Stati Uniti da parte di tali nazioni, organizzazioni o persone”.
L’Iran è regolarmente accusato dal governo degli Stati Uniti di essere, o di essere stato, in combutta con al-Qaida, nonostante l’assurdità dell’accusa. Iran ed al-Qaida, insieme a tutti gli altri gruppi wahhabiti, sono nemici naturali, da qui il sostegno dell’Iran a Damasco e Hezbollah nella lotta contro lo SIIL (già al-Qaida in Iraq) e le varie frange siriane di al-Qaida. Hezbollah, ovviamente, è considerato un’organizzazione terroristica perché espulse le truppe israeliane dal Sud del Libano, che occuparono illegalmente per vent’anni. L’Iran sostiene Hezbollah; ergo, “sponsorizza il terrorismo”. Nel bollare “terrorista” l’IRGC, il regime di Trump prepara il terreno all’aggressione militare contro l’Iran, o “la madre di tutte le guerre”, come fisse il Presidente iHassan Rouhani, spingendo l’iroso tweet di Trump. La madre di tutte le guerre potrebbe essere un’esagerazione, ma non c’è dubbio che un conflitto militare tra i due Paesi lascerebbe migliaia di morti, e molto probabilmente rovinerebbe definitivamente l’impero. Nel frattempo, Washington fa del suo meglio per mandare in bancarotta l’Iran. Andando avanti, ci viene detto, non ci saranno più deroghe ai Paesi che continuano a importare petrolio iraniano. Li sanzioneremo tutti. (Prepararsi a prezzi della benzina più alti). In risposta, Rouhani annunciava che l’Iran è pronto a riprendere ad arricchire uranio oltre al 3,67 per cento previsto dal JCPOA, a meno che gli altri firmatari non possano garantire le esportazioni iraniane dopo le estese sanzioni statunitensi. “Se i cinque Paesi si presentassero al tavolo dei negoziati raggiungendo un accordo, e se proteggessero i nostri interessi nel settore petrolifero e bancario, torneremo al punto di partenza”, affermava aggiungendo che “queste azioni sono in linea col JCPOA”. Quest’ultima affermazione è vera. Come tutti gli accordi integri, il JCPOA ha due strade: l’Iran ridimensiona l’arricchimento e si sottopone al regime di ispezioni più invasivo e completo fino ad oggi, e l’occidente abolisce le sanzioni relative al nucleare, basandosi sul presupposto che ciascuna parte negozia in buona fede. L’Iran continua, per scelta, a rispettare gli impegni nonostante la malafede nordamericana. Se l’Europa cede alle minacce statunitensi, come è solita fare, sarà la fine del JCPOA e l’Iran reagirà di conseguenza. A Washington non piacerà nulla di più: le “violazioni” iraniane sono propaganda dell’impero. Daranno un pretesto per ulteriori sanzioni e, molto probabilmente, a seconda di come Trump e i suoi apparatchik sono messi, l’uso della forza. La prospettiva è terribile. Ma l’unica alternativa dell’Iran è abbandonare l’integrità e sottomettersi al gangsterismo nordamericano, che, dal punto di vista iraniano, è la prospettiva peggiore.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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