Guerra nucleare contro Via della Seta: perché la Cina prevarrà

Federico Pieraccini, SCF, 7 maggio 2019

La tendenza globale nelle relazioni internazionali è spesso difficile da discernere. Ma si può essere aiutati in questo compito guardando due eventi, organizzati a Washington e Pechino, confrontando i diversi temi, i partecipanti, gli obiettivi e affrontati per la discussione. Dopotutto, stiamo parlando delle due maggiori economie del mondo, due colossi che dirigono e plasmano la cultura globale, il comportamento e l’opinione mondiale. Le ultime settimane hanno offerto alla comunità internazionale l’opportunità di riflettere. A Washington e Pechino si sono svolti due eventi che, in termini di impatto, profondità, partecipazione e questioni discusse, sono sorprendentemente contrastanti. A Pechino al Belt and Road Forum più di 40 leader mondiali hanno discusso dell’Iniziativa Belt and Road (BRI), un progetto che trasformerà l’intero continente eurasiatico, migliorando il libero commercio tra dozzine di Paesi investendo in infrastrutture dei trasporti ed energetici, e in cooperazione tecnologica. Il leader di questa silenziosa rivoluzione industriale è la Cina di Xi Jinping, che getta ambizioni e prospettive antiche nel nuovo millennio, ansiosa di acquisire ancora una volta il ruolo di leader nella civiltà globale. La BRI è un progetto gigantesco che continuerà ad espandersi negli anni a venire e al ritmo che l’attuale tecnologia consente, rimanendo ovviamente consapevole delle esigenze dei Paesi coinvolti nel progetto cinese. I numeri dei partecipanti all’evento BRI di Pechino sono sorprendenti, con oltre 5000 delegati, 37 capi di Stato (tra cui quello del membro dei G7 Italia) e 10 tra i membri più importanti dell’ASEAN. Centoventicinque Paesi hanno firmato l’intenzione di collaborare al grande progetto e 30 organizzazioni hanno ratificato 170 accordi che prevedono un investimento previsto dalla Banca popolare cinese di oltre 1,3 trilioni di dollari dal 2013 al 2027. Questo è ciò che ha detto Robin Xing, Chief China Economist di Morgan Stanley: “Gli investimenti della Cina nei Paesi B&R aumenteranno del 14% all’anno nei prossimi due anni e l’importo totale degli investimenti potrebbe raddoppiare a 1,2-1,3 trilioni di dollari entro il 2027”. È un progetto rivoluzionario che caratterizzerà i prossimi decenni se non secoli. Offrendo un netto contrasto con la spinta statunitense al dominio egemonico, dimostrando la capacità dell’umanità di superare conflitti e guerre attraverso la cooperazione e la prosperità condivisa.
A Washington viene chiesta lealtà esigente in cambio di nulla (ma con Donald Trump, anche questo poco è incerto). Incapaci d’infliggere danni a Russia e Cina, gli Stati Uniti puntano a far pressione sugli alleati europei attraverso una guerra commerciale con dazi, tariffe, divieti tecnologici (Huawei 5G) e sanzioni (contro l’Iran e le banche europee) per favorire le compagnie statunitensi. Riflettendo la morale della favola di Esopo, “Il vento del nord e il sole”, Pechino si comporta in modo opposto, offrendo col progetto BRI una collaborazione vincente e i benefici che ne derivano. Il progetto tende a migliorare gli standard di vita dei popoli attraverso gli enormi prestiti concessi per migliorare le infrastrutture di base come ferrovie, scuole, strade, acquedotti, ponti, porti, connettività internet e ospedali. Pechino mira a creare un sistema sostenibile in cui dozzine di Paesi cooperano per il beneficio collettivo dei loro popoli. Il continente euroasiatico ha lottato negli ultimi decenni per raggiungere lo stesso livello di ricchezza dell’occidente a seguito di guerre di aggressione e terrorismo economico commesse dai Paesi in cerca di un’egemonia globale utopica. L’iniziativa cinese mira a offrire a tutti i Paesi coinvolti pari opportunità di sviluppo basate non sul potere militare e/o economico ma su una reale capacità di migliorare il benessere di tutte le parti coinvolte. Come spiegato da Asia Time in un eccellente articolo sull’ultimo forum BRI di Pechino: “BRI è ora supportato da non meno di 126 Stati e territori, oltre a una serie di organizzazioni internazionali. Questo è il volto nuovo, veritiero e realistico della “comunità internazionale”, più grande, più diversificata e più rappresentativa del G20″. Questa iniziativa cinese potrebbe aver avuto luogo solo in un mondo post-unipolare con più centri di potere. Washington è perfettamente consapevole dei cambiamenti che verificatisi negli ultimi 10 anni e il conseguente cambiamento nell’atteggiamento dei responsabili politici può essere visto nella stesura di due documenti fondamentali per ogni amministrazione degli Stati Uniti, vale a dire, la Nuclear Posture Review (NPR) ) e la Strategia di difesa nazionale (NDS).
Questi due documenti spiegano come gli Stati Uniti vedono il mondo e cosa intendono fare per combattere l’emergente ordine mondiale multipolare. Rispetto a Obama e alla sua amministrazione, Trump, Bolton e Pompeo sono più legati alla realtà attuale, comprendendo bene che Russia e Cina sono loro pari militarmente. Obama, naturalmente, infamò la Russia come potenza regionale non più di cinque anni fa. Trump non può permettersi un conflitto con Venezuela,I ran o Corea democratica, sia militarmente che politicamente. Nel caso del Venezuela, Colombia e Brasile non sembrano desiderosi di sacrificarsi per Washington; e non ci sono jihadisti da armare e lanciare contro civili indifesi come accaduto in Medio Oriente, quindi non c’è nessuna forza in campo capace di sconfiggere una nazione fortemente patriottica dedita a resistere all’imperialismo USA. Attaccare l’Iran porterebbe a una devastante risposta iraniana contro i soldati USA dispiegati in dozzine di basi sparse in tutto il Medio Oriente e infliggere perdite che sarebbero troppo costose per Washington, ottenendo vittorie di Pirro. Per quanto riguarda la Corea democratica, Kim non può essere toccata grazie alla deterrenza nucleare. Ciò che rimane a Trump e suoi neocon è una vuota minaccia di guerra, documenti che dichiarano la Russia e la Cina avversari da sconfiggere e tanta propaganda di guerra allo scopo di riempire le casse dei fabbricanti di armi statunitensi.
E ora veniamo all’evento organizzato a Washington, mentre Pechino era impegnata a discutere su come rivoluzionare tre quarti del globo. Il Brookings Institute, un think tank, ha organizzato un incontro che è durato diverse ore per discutere del “futuro della deterrenza estesa degli Stati Uniti”, concentrandosi sugli strumenti necessari per affrontare l’attacco degli avversari. Chiunque abbia esperienza con tali conferenze sa che spesso sono le aziende collegate al settore delle armi a finanziarle, incoraggiando così i relatori, gli ospiti e i politici a prendere una linea molto aggressiva spaventando la popolazione per giustificare un aumento delle armi la spesa. Questo è esattamente quello che è successo all’evento organizzato dalla Brookings, dove il vice-sottosegretario alla Difesa dell’amministrazione Trump, David Trachtenberg, ha spiegato al pubblico come il deterrente nucleare statunitense stia arrivando alla fine del ciclo di vita dopo un periodo di 30 anni, 40 o 50 anni. Il sottosegretario non ha menzionato la cifra complessiva necessaria per modernizzare l’intera triade nucleare di Washington (le stime indicano circa mille miliardi di dollari) e ha preferito invece parlare di aumento generale del budget della difesa di 60-70 miliardi di dollari per iniziare ad affrontare i problemi. Spesso i numeri non dimostrano tutto ma sono comunque utili per aiutarci a capire meglio certi eventi. L’ex-presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter ha fornito una spiegazione utile su come i cinesi sono arrivati a superare gli Stati Uniti: “Gli Stati Uniti sono la nazione più guerriera al mondo, costringendo altri Paesi ad adottare i nostri principi. Quante miglia di ferrovie ad alta velocità abbiamo in questo Paese? La Cina ha circa 18000 miglia (29000 km) di linee ferroviarie ad alta velocità mentre gli Stati Uniti hanno sprecato, credo, 3 trilioni di spese militari; è più di quanto si possa immaginare. La Cina non ha sprecato un solo centesimo in guerra, ed è per questo che sono avanti a noi. Penso che la differenza sia che se prendete 3 trilioni di dollari e li infilate nell’infrastruttura nordamericana, probabilmente avreste 2 miliardi di avanzo; avremmo ferrovie ad alta velocità mantenute correttamente. Il nostro sistema di istruzione sarebbe buono come quello della Corea del Sud o di Hong Kong”.
Washington fa pressione sugli alleati ad aderire al tentativo di danneggiare gli avversari, ma finisce per spingere ad avvicinare alleati ed avversari più vicini, come accadde quando abbandonò l’accordo JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) coll’Iran mentre gli europei vi rimanevano impegnati. Washington potrebbe appoggiarsi sugli alleati europei per il momento, ma col vasto progetto BRI che attira sempre più l’attenzione, questi giorni potrebbero essere contati, specialmente col progetto BRI che avanza la prospettiva di affrancarsi dal dollaro USA quale valuta di riserva d’obbligo per gli scambi tra Paesi. Trump e la sua amministrazione agiscono in un contesto multipolare come se fosse ancora unipolare, comportandosi da superpotenza egemonica che non si preoccupa delle conseguenze delle proprie azioni, anche contro gli alleati. Questo atteggiamento arrogante danneggerà gli Stati Uniti, non solo minandone l’economia ma anche la redditività del dollaro statunitense che rimane la valuta di riserva globale. Con Trump che si comporta come un toro in un negozio di porcellane, amici e nemici sono costretti a cercare modi per controbilanciare gli Stati Uniti economicamente e militarmente. Certamente l’Europa rimane ancora asservita agli Stati Uniti, ma altri Paesi fuori dalle grazie di Washington sembrano aver capito il periodo storico che attraversiamo, preferendo il dialogo e l’equilibrio tra potenze (un esempio tipico è la Turchia di Erdogan, che non è in alcun campo ma li usa entrambi per i propri scopi) piuttosto che dichiarare assoluta lealtà a una parte o l’altra.
La Cina e la Russia sono perfettamente a proprio agio nell’attuale ambiente geopolitico fluido, in quanto ciò gli dà l’opportunità di offrire ai Paesi che resistono all’egemonia di Washington i mezzi militari ed economici per perseverare e alla fine prevalere. È una strategia estremamente efficace in quanto pone linee rosse di Washington che non possono essere superate, riducendo o eliminando la possibilità di un nuovo conflitto (cosa che forse anche Trump apprezza sostanzialmente, dato che rimane l’ultima promessa elettorale che non ha ancora infranto). L’osservazione di queste due conferenze tenutesi a Pechino e Washington a una settimana l’una dall’altra, con le loro enfatizzazioni contrastanti, evidenzia solo le differenze tra questi due Paesi. Da un lato, la Cina cerca integrazione, cooperazione e sviluppo a beneficio collettivo di quasi tre miliardi di persone. Dall’altra parte, vediamo gli Stati Uniti che discutono sulla modernizzazione della loro triade nucleare, il cui unico contributo all’umanità è la capacità di spazzarla via, esistente solo per intimidire chi non è pronto ad inchinarsi ai diktat di Washington.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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