Gli obiettivi degli USA in Iran, dominare il commercio globale

Gunnar Ulson, LDR, 8 maggio 2019

Se l’Iran fosse davvero una minaccia a pace e sicurezza globale, perché nazioni come Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Turchia vi avrebbero negoziato? Perché l’Unione europea dovrebbe cercare di commerciarvi? Perché gli Stati Uniti dovrebbero lottare e ricorrere alla coercizione globale per convincere il Pianeta a rompere i legami esistenti o desiderati con Teheran? Il New York Times nell’articolo, “Le mosse degli Stati Uniti per impedire a tutte le nazioni d’acquistare petrolio iraniano, ma la Cina si ribella”, ammette che gli sforzi degli Stati Uniti hanno ben poco da fare con pace e sicurezza globale e più col desiderio di Washington indebolire l’influenza iraniana nel Medio Oriente, dove si trova effettivamente l’Iran, migliaia di miglia ed oceani lontano da Washington. Il NYT ammetteva: “Coll’inasprimento delle sanzioni all’Iran, l’amministrazione Trump si è mossa per isolare Teheran economicamente e indebolirla in Medio Oriente. Ma il giro di vite complica i rapporti con la Cina in un momento particolarmente delicato”. L’articolo riportava anche: “La decisione di fermare cinque dei maggiori clienti iraniani dall’acquisto del petrolio era un colpo audace alla linea vitale di Teheran: un milione di barili di esportazioni di petrolio ogni giorno, metà dei quale in Cina. L’ordine era rivolto anche a India, Giappone, Corea del Sud e Turchia, tutti Paesi che commerciano in solido cogli Stati Uniti”. Il NYT citava l’accordo nucleare iraniano del 2015, da cui gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente sulla base di affermazioni infondate che l’Iran l’avesse violato. Gli Stati Uniti si erano ritirati unilateralmente dal Trattato sulle Forze nucleari a intervallo intermedio (INF) con la Russia sulla base di affermazioni altrettanto infondate secondo cui Mosca lo violava. Se non fosse chiaro, appare il modello con cui gli Stati Uniti compensano la riduzione della loro competitività economica e politica con accuse sempre più aggressive (di violazioni dei trattati, per esempio) seguite da altrettanto aggressive sanzioni e accerchiamento militare.
Come altri ricercatori notavano, l’accordo nucleare iraniano proposto dagli Stati Uniti e l’inevitabile ritiro di essi furono pianificati già nel 2009 e non fu mai inteso come sforzo serio per risolvere la disputa tra Iran e Stati Uniti, ma piuttosto per creare un pretesto per allargare la lunga e ambita guerra contro l’Iran. L’articolo del New York Times notava un più stretto coordinamento tra Washington e Riyadh su questioni relative ai prezzi del petrolio. Altri ricercatori notavano anche che prima della recente escalation, l’Arabia Saudita cercava di corteggiare la leadership cinese offrendo petrolio saudita come alternativa alle future esportazioni di petrolio iraniane. Mentre tutto questo sembra una mossa intelligente di Washington, e ci sono certamente molti incentivi a breve termine per nazioni come Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Turchia ad seguire le provocazioni di Washington, il mondo deve chiedersi: se gli Stati Uniti possono farlo all’Iran oggi, potrebbero tentare di farlo con altri rivali globale, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Turchia insieme a Russia e molti altri che saranno presi di mira domani? Rimuovere l’Iran dalle molte nazioni in via di sviluppo che sfidano il dominio degli Stati Uniti nel mondo rafforzerà ulteriormente ed incoraggerà Washington, rendendo molto più facile colpire e indebolire la prossima nazione la cui competitività Washington veda come intollerabile.

Verso la svolta globale
Sembra che il mondo sia arrivato a una sorta di crocevia. Se si sottometterà al dominio degli USA sul commercio mondiale del petrolio con una mossa che sicuramente farà risolvere la faida USA-Iran a favore di Washington, all’egemonia nordamericana verrà data un’estesa sopravvivenza. Tuttavia, se il mondo si unisce contro tale presunzione sfacciata al dominio globale nordamericano, darà un colpo paralizzante a Washington, innescando una reazione a catena inaugurando un ordine internazionale completamente nuovo basato su equilibri più equo del potere globale che sarà inevitabile se il colpo viene inflitto in questo frangente o in quello successivo. Determinare se infliggerlo in questo frangente invece del prossimo, dipende dalle valutazioni di Pechino, Nuova Delhi, Tokyo, Seul e Ankara sul fatto che possano permettersi economicamente e politicamente di subire rappresaglie nordamericane e se Washington non bluffa sulle conseguenze nel sfidarla. In futuro potranno sicuramente permettersi le conseguenze e molti già perseguono relazioni economiche che annulleranno l’esizialità di Washington, ma oggi pagare tale prezzo non sarebbe possibile. La reazione della comunità globale all’ultima pretesa al dominio globale degli USA sarà la chiave di lettura di quanto vicino o lontano siano davvero il nuovo ordine globale e l’alternativa al dominio di Washington. C’è anche una via di mezzo che potrebbe essere adottata dalle nazioni minacciate dall’ultima dichiarazione nordamericana; continuare ad acquistare petrolio iraniano ma con mezzi indiretti. L’Iran sarà sotto pressione e le nazioni aderiranno tecnicamente alle pretese di Washington, ma allo stesso tempo il petrolio arriverà ancora dall’Iran e il capitale tornerà al suo posto. Sarà così che l’orologio “scandirà”, per così dire, la fine dell’impero nordamericano e il resto del mondo potrà finalmente andare avanti senza. Gli analisti prevedano molti possibilità. ma solo il tempo dirà con certezza in che direzione la storia del mondo svolterà in questi incroci.

Gunnar Ulson, analista e autore geopolitico di New York.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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