Giappone 1968: la rivolta studentesca più lunga e violenta del mondo

Christophe Paget, Histoire et Societé 11.04.2018

Nella primavera del ’68, la rivolta studentesca scoppiò in Giappone sullo sfondo dell’opposizione alla guerra statunitense in Vietnam. Un anno di scioperi e combattimenti, molto violenti, tra forze dell’ordine e fazioni di estrema sinistra ed estrema destra. Una violenza che continuò dopo la fine del movimento, quando alcuni ex-studenti radicalizzati formarono piccoli gruppi terroristici. Tra questi, l’Armata Rossa Giapponese, responsabile dell’attentato all’aeroporto Lod di Tel Aviv nel 1972. Come spesso, la mobilitazione studentesca del 1968 in Giappone iniziò con un evento aneddotico. In Francia, furono gli studenti della facoltà di Nanterre, periferia di Parigi, che volevano il diritto di visitare le ragazze nei loro dormitori. In Giappone, fu l’aumento delle tasse universitarie che, dal 1965, suscitarono malcontento tra i giovani giapponesi. In particolare, le “classi più svantaggiate della popolazione giapponese, che per la prima volta ebbero accesso all’istruzione superiore”, sottolinea Michael Prazan, documentarista e scrittore, autore del libro I Fanatici: Storia dell’Armata Rossa giapponese.

Opposizione alla guerra del Vietnam
Gli scioperi studenteschi e le dimostrazioni del 1968 si svolsero nel contesto dell’antiamericanismo e del rifiuto della guerra del Vietnam. I giapponesi e gli statunitensi erano legati dal 1952 dal trattato di difesa, rinnovato nel 1960. Un trattato fortemente contestato da studenti e partiti di sinistra, e di fronte la loro forte opposizione, il presidente statunitense Dwight Eisenhower dovette cancellare un viaggio nell’arcipelago. “Il movimento studentesco giapponese, ovviamente di sinistra, era allo stesso tempo contrario ai conservatori, al riarmo del Giappone e alla guerra del Vietnam”, riassume Franck Michelin, professore di storia giapponese all’Università di Teikyo. Sulla guerra del Vietnam, i giapponesi erano in prima fila: la grande isola del sud, Okinawa, era il quartier generale della principale base statunitense in Asia orientale, ed era da qui che decollavano i B-52 per bombardare il Vietnam. “Il Vietnam è per i giapponesi l’equivalente di ciò che il Giappone fu 20 anni prima, quando era sotto le bombe”, spiega Franck Michelin: “L’uso del napalm da parte degli statunitensi ricordava la distruzione delle città giapponesi con bombe incendiarie. Va detto che il napalm fu usato per la prima volta in maniera massiccia sul Giappone nel 1945”. Il napalm che, negli anni ’60, passava da Tokyo prima di arrivare a Saigon… I movimenti pacifisti statunitense e giapponese si coordinarono rapidamente, i giapponesi nascosero i disertori nordamericani e gli diedero documenti. Nella giovane generazione giapponese, “condizionata dai tempi, in particolare dalla rivoluzione cubana, in breve dal contesto dell’estrema sinistra, si verificava una rivolta”, afferma Michael Prazan, che rileva le “cause indirette” quasi simili a quelle che portarono alla nascita dei movimenti studenteschi in Germania, Italia e misura minore in Francia, con la guerra d’Algeria: “un passato coloniale, un passato nazionalista, ciò che fu il Giappone prima della guerra, ed anche contro i genitori che crescevano gli studenti”.

La rivolta
Dal 1965, dall’aumento delle tasse universitarie, la rabbia aumentò tra gli studenti, fino all’esplosione del 1968. La scintilla fu la rivelazione dello scandalo che colpi la più grande istituzione scolastica del Giappone, l’Università Nichidai, che al tempo aveva 100000 studenti ed era riservata alle piccole classi medie provinciali. Nell’aprile 1968 uno degli studenti, Akita Meidai, rivelò che le autorità dell’università, “sotto la scusa dell’aumento delle tasse di registrazione, col pretesto di dare i diplomi, ricevevano soldi sottobanco e a danno degli studenti più svantaggiati. E questo”, sottolinea Michael Prazan, “fu ciò che accese l’incendio innescando una serie di eventi monumentali, occupazioni universitarie e battaglie contro la celere giapponese (Kidotai)”. 170 università furono colpite in Giappone, afferma Franck Michelin. Alcuni volevano cambiare la società, i più radicali volevano installare un regime comunista… questi movimenti studenteschi avevano una scadenza: il 1970, data in cui il trattato di sicurezza giapponese-statunitense andava rinnovato. Fu anche contro questo che manifestarono, denunciando l’amministrazione fiduciaria del Giappone da parte degli statunitensi. Ciò non impedì ai movimenti di estrema sinistra di dividersi e combattersi. Combatterono anche contro le fazioni di estrema destra manipolate da personalità del Parlamento o addirittura dal governo.

Repressione
Il movimento fu molto più longevo che in occidente. Tanto più che per alcuni addirittura risaliva al 1965, coll’inizio di manifestazioni e colpi di mano. In ogni caso le università scioperarono nella primavera 1968 e l’ultima evacuazione, la più violenta e pubblicizzata, fu quella del gennaio 1969 a Tokyo, dell’anfiteatro Yasuda dell’Università Todai. “Gli studenti si trincerarono nell’edificio principale”, afferma Franck Michelin. “Fu un dura. Andavano scacciati: la polizia usò i manicotti dei pompieri bombardandoli con tonnellate d’acqua finché non poterono più resistere”. Michael Prazan evoca una vera “guerriglia urbana” con Molotov e lancio di gas dagli elicotteri… L’anfiteatro Yasuda fu svuotato, tutti gli occupanti, studenti di buona famiglia, furono arrestati. La sconfitta di questa battaglia segnò la fine del movimento.

Terrorismo
“In Francia, si ebbe l’enorme movimento che mirava a cambiare la società, e questo ebbe un’influenza relativamente lunga”, dice Franck Michelin. “Mentre in Giappone, finalmente si ebbe una specie di rivolta che andò storta e spinse alcuni di sinistra a radicalizzarsi”. Alcuni ex-studenti entrarono in clandestinità nei diversi gruppi che predicavano la lotta armata. La più nota, la Frazione dell’Armata Rossa, dirottò in Corea democratica un Boeing 727 da un volo interno della Japan Airlines. Dopo un’ondata di arresti, la FAR divenne l’Armata Rossa unificata, e il suo ramo internazionale, l’Armata Rossa giapponese, fu tra le più radicali al mondo. Unì le forze col Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) attaccando in suo nome l’aeroporto di Lod a Tel Aviv, uccidendo 26 persone e ferendone altre 80. Franck Michelin nota che è stupefacente vedere che i tre Paesi alleati durante la Seconda Guerra Mondiale che furono sconfitti (Germania, Italia, Giappone) videro i tre estremismi di sinistra più violenti del mondo, menzionando, tra le varie spiegazioni, “il fatto che la violenza politica fu imposta dai regimi fascisti che probabilmente permeò le relazioni sociali”. L’evento più traumatico per i giapponesi rimase quello dell’inverno 1972. Circa trenta membri dell’Armata Rossa unificata, di età compresa tra 20 e 25 anni, si ritrovano sulle montagne di Nagano per preparare la rivolta armata. Ottennero le armi attaccando stazioni di polizia o depositi di armi. Ma invece di pianificare nuovi attacchi, finirono, agli ordini dei loro leader, per uccidersi a vicenda. Fu un vero e proprio massacro: quattordici di loro, tra cui una donna incinta di nove mesi, caddero sotto i colpi dei compagni che li torturarono e seppellirono nel bosco. “Fu una scoperta orribile per i giapponesi”, dice Michaël Prazan: “Questo si capisce quando si entra in una sorta di fanatismo residuo della Seconda Guerra Mondiale, ma sicuramente anche prima, da una certa mentalità giapponese del sacrificio e radicale, non necessariamente peculiare dell’estrema sinistra”.

Quale eredità?
Secondo il documentarista, questo assurdo massacro screditò tutte le richieste del movimento studentesco: “Fece cadere nel dimenticatoio la memoria del movimento. È successo il contrario in Francia, infatti: i progressi della società che il Maggio ’68 produsse sono rivendicati oggi. In Giappone, non si può rivendicare nulla di questo patrimonio a causa di tale evento”, che per Michael Prazan screditò tutta la sinistra, rivoluzionaria, comunista o socialista, e fece decadere anche il più grande partito politico del dopoguerra, il Partito Comunista Giapponese, che non si riprese: “Credo in fondo che il male sia ancora più grave, penso che abbia duramente screditato politica ed impegno politico”. Per Franck Michelin, al contrario, i giapponesi non hanno mai considerato gli studenti rappresentanti della sinistra giapponese, che “non aveva nulla a che fare col movimento: la sinistra declinò più tardi, per ragioni diverse”. D’altra parte, al contrario di Michael Prazan, l’accademico specifica che in Giappone non c’è un particolare tabù sull’argomento, ed evoca una sorta di nostalgia di chi visse il ’68; un periodo visto come strano ed esotico dai giapponesi di oggi, che non lo capiscono. Infatti, Michael Prazan ritrovò nei primi anni 2000 Akita Meidai, studente “onesto e amichevole” che rivelò lo scandalo degli acquisti di diplomi e degli esami truccati dell’Università Nichidai, portandolo alla testa del movimento studentesco. Akita Meidai, a cui molti studenti e probabilmente una parte della popolazione giapponese s’identificarono, divenne un garagista nella città natale, Hiroshima, nel più totale anonimato: “L’ho ritrovato nei sobborghi di Hiroshima, in questo piccolo garage in cui viveva da solo. Usciva da un lungo periodo da alcolista. Possiamo vedere la differenza di trattamento che può esistere tra un Cohn-Bendit in Francia e un Akita Meidai in Giappone. Tutto questo è ovviamente indicativo dell’eredità del ’68, in un caso come nell’altro…”

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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