Scenari per spiegare l’opzione militare degli USA in Venezuela

Mision Verdad 5 maggio 2019

Se una cosa vanta il Paese che Donald Trump presiede è che sia una presunta superpotenza militare rispetto alle altre eserciti regolari del mondo. Indubbiamente, il Pentagono è l’istituzione col maggior numero di dipendenti al mondo, centinaia di basi dappertutto e il maggiore budget, di gran lunga, nel campo militare. L’assunzione delle capacità militari della Federazione Eussa smentisce tale supremazia, dopo la rivelazione di armi e rapporti che mostrano la preminenza dei russi nel campo della guerra regolare. Ecco perché il Venezuela ha nel gigante eurasiatico un importante alleato scoraggiando la guerra convenzionale. Questa ipotetica offensiva militare degli Stati Uniti è vista come minaccia diretta dal Venezuela, tuttavia i seguenti punti vanno considerati comprensibili in relazione all’opzione militare, bandiera tanto agitata da certi funzionari della Casa Bianca e del Senato USA.

Incontro al Pentagono
Dopo il fallimento del tentato colpo di Stato militare del 30 aprile, le operazioni psicologiche (psyops) non furono tralasciate e le richieste dell’invasione militare statunitense furono sempre più diffuse. John Bolton e Mike Pompeo sono i volti dell’intervento militare in Venezuela, che al momento promuovono una campagna di “pubbliche relazioni” per far guadagnare terreno all’opzione militare. L’incontro del 3 maggio al Pentagono fa parte di tale campagna allo scopo di diffondere intimidazioni contro le FANB tramite psyops e la narrativa interventista. Riunioni di tale o tipo, a cui partecipava anche il capo della comunità di intelligence e il segretario della Difesa, non sono di solito notizie a causa della segretezza intrinseca. Tuttavia, un incontro molto pubblicizzato mirerebbe a pressioni su due parti: FANB (ancora una volta) e Donald Trump, che non si decide per un’azione più grave oltre le sanzioni.

Putin al telefono
Il consigliere per la sicurezza nazionale cercava di guadagnare terreno all’opzione militare alla Casa Bianca, ma il suo presidente decideva di rimuovere la forfora sulle spalle con una telefonata a Vladimir Putin. Trump è convinto che gli affari militari nel mondo furono molto costosi per gli Stati Uniti negli ultimi decenni, mentre le capacità nordamericane si ridussero rispetto ai concorrenti globali, “minacce esistenziali” secondo il Pentagono: Russia e Cina. Il colloquio Trump-Putin, appena dopo l’incontro al Pentagono, contraddiceva completamente ciò che Bolton e Pompeo provocavano sul Venezuela. Il segretario di Stato insisteva in un’intervista che cubani e russi “hanno già invaso il Venezuela” da tempo; che il presidente degli Stati Uniti dichiarava di aver concordato col Cremlino di non interferire con ciò che accadeva nella Repubblica Bolivariana, significava la sconfessione pubblica delle azioni dei suoi funzionari più vicini.

Cuba nel gruppo di Lima?
In direzione contraria a quella proposta dal team Bolton-Pompeo, il gruppo di Lima decise d’invitare la Repubblica di Cuba a una tavola rotonda sulla situazione venezuelana. C’era un nuovo dialogo coll’Avana al centro? In considerazione del fatto che il golpe militare e le pressioni diplomatiche, economiche, finanziarie e commerciali non portavano al cambio di regime, “tutte le opzioni” attivate contro il Venezuela non servivano, nonostante la loro virulenza; e l’inclusione di Cuba nella “soluzione della crisi venezuelana” può significare solo il riarrangiamento delle forze regionali nell’assedio; il governo Diaz-Canel è amico di Maduro. Nella sua dichiarazione non smette di criminalizzare il governo di Nicolás Maduro e di sostenere Juan Guaidó, ma il tono cade sull’escalation anche se il rifiuto dell’intervento militare era noto da mesi, sia come coalizione regionale che come unilateralismo degli Stati Uniti. Nel gruppo di Lima gli attori più belluini erano ancora Brasile e Colombia, anche se in misura diversa perché nelle loro istituzioni politiche non esiste decisione univoca nell’attaccare il Venezuela. Sembrava piuttosto il contrario.

Le tensioni continuano a Brasilia
Secondo fonti del Ministero degli Esteri brasiliano consultato da O Globo, Ernesto Araújo si recava a Washington per discutere con Pompeo e Bolton della partecipazione del Brasile a un eventuale intervento militare in Venezuela, anche valutando la possibilità che l’esercito statunitense attraversi lo Stato brasiliano di Roraima per entrare in Venezuela dal sud. I media brasiliani spiegavano che il viaggio di Araújo causava un profondo disagio tra i vertici militari brasiliane, ripetutamente schieratisi contro l’intervento nella Repubblica Bolivariana. Tuttavia, un importante settore militare categoricamente respingeva l’azione militare nella regione, traducendosi in una divisione tra un gruppo pro-intervento e uno moderato causando cortocircuiti nell’amministrazione Bolsonaro. Da un lato c’è la linea vicina a Jair Bolsonaro, alla sua famiglia ed Ernesto Araújo, con un rapporto molto stretto col governo di Donald Trump e, quindi, un collegamento politico; D’altra parte, vi era il gruppo guidato dal generale Augusto Heleno (capo della sicurezza istituzionale del governo) e da Hamilton Mourao (vicepresidente esecutivo), con una posizione molto più moderata nei confronti del Venezuela. Ciò che entrambi i gruppi hanno in comune è l’opposizione a Nicolás Maduro, ma non vi è alcuna decisione unilaterale su come procedere contro il Chavismo. Per il momento, la fustigazione di Mourao di Bolsonaro era del tutto reale sull’intenzione di coinvolgere il Brasile in una guerra regolare nella regione. La tradizione militare del paese si spezzerebbe, senza dubbio.

Il Congresso, un’altra pietra d’inciampo
È noto che solo il Congresso degli Stati Uniti può approvare un’azione militare contro il Venezuela avvertivano diversi deputati e senatori da quando Donald Trump disse nel 2017 che tale “opzione” era una possibilità. Anche il repubblicano David Cicilline pubblicava su twitter che presentava al Congresso la legge HR1004 (a febbraio) “per impedire un’azione militare statunitense in Venezuela”. Alcune fazioni repubblicane e democratiche al Congresso respingono categoricamente tale belligeranza senza concedere unanimità alla proposta di Bolton & compari. Progressisti aspiranti presidenziali come Bernie Sanders e Tulsi Gabbard sono i portavoce del non intervento militare; d’altra parte, lo stesso Joe Biden e il resto dei politici statunitensi sostengono il cambio di regime in Venezuela a spese della credibilità di Donald Trump, col quale sono in una guerra interclassista per il potere a Washington. Senza il consenso del Congresso, i falchi non potranno usare le loro prerogative, specialmente nel momento critico politico che quel Paese attraversa, con elezioni presidenziali nel 2020. Il costo politico di una guerra beneficia solo alcuni.

Deterrenza militare
Il tipo di attacco che l’esercito nordamericano proponeva sarebbe “fuoco di ammorbidimento” per aver supposto un fronte offensivo da lontano con bombardamenti incessanti, implicando meno rischi per i soldati nordamericani. Ma le condizioni militari e geostrategiche che il Venezuela attualmente possiede non permetterebbero agli Stati Uniti un successo. Sul territorio, il nostro Paese ha un sistema di difesa a strati costituito da un sistema di difesa antiaerea tra i migliori al mondo, di tecnologia russa. Oggi il Venezuela ha squadre che rilevano la presenza nemica in mare e aria minimo a 300 km in linea retta e una quota di circa 25mila metri, accompagnate da velivoli Su-30MK2 dalla capacità di affrontare qualsiasi nemico prima che invada il nostro spazio aereo, la tesi della Guerra Lampo (occupare il Paese in pochi giorni con un numero minimo di vittime) è molto complicata e ciò è aggravata dai nuclei della resistenza civile e militare che possono apparire in un’ipotetica fase successiva dell’intervento. L’acquisizione diversi anni fa del sistema di difesa aerea a medio raggio S-300VM, testato con successo in Siria, permette al Venezuela un sistema di difesa aerea a strati composto da cannoni antiaerei ZU-23, sistemi missilistici Buk-2M, Pechora-2M e S-300VM, in grado di intercettare ogni tipo di bersagli, siano missili o aeromobili, entro un raggio di 200 km. Questo fattore difensivo complica l’efficacia di un’eventuale campagna aerea contro il Paese.

Conclusione minima
L’unico modo per portare a termine, a breve e medio termine, l’intervento militare contro il Venezuela è che la maggior parte delle situazioni descritte qui concludono o vano contro la tesi di John Bolton e Mike Pompeo. Per ora, non esiste una linea che vada direttamente alle conclusioni che questi due funzionari sollecitano. A Washington, come visto, ci sono diverse considerazioni su una guerra nell’emisfero, e in America Latina un’azione tale non è ben vista, anche dai governi allineati alla politica estera statunitense come Cile e Perù. E i costi politici potrebbero sicuramente indebolire l’amministrazione Trump con le elezioni presidenziali dietro l’angolo. Solo un’ampia operazione ed unilaterale che segni una psicopatia potrebbe permettere a una coalizione di attaccare militarmente la Repubblica Bolivariana. La Casa Bianca sarebbe disposta a tale caos ed irresponsabilità nel proprio emisfero? Alla testa di tale prerogativa non ci sono Dick Cheney, Donald Rumsfeld o Paul Wolfowitz (gli architetti dell’invasione dell’Iraq nel 2003), tuttavia John Bolton vuole completare l’eredità visibile nei manuali del Partito della Guerra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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