La strategia degli Stati Uniti contro l’Iran funzionerà?

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 30.04.2019

La strategia statunitense della “massima pressione” sull’Iran mira a mandare in bancarotta il Paese mediorientale per paralizzarne la capacità di sfidare (con successo) le attività egemoniche dei rivali regionali: Israele e Arabia Saudita. Mentre la strategia d’imporre sanzioni non è nuova, l’idea di obbligare tutti gli altri Paesi, in particolare tutti gli acquirenti del petrolio iraniano, a seguire il diktat degli Stati Uniti, viene sicuramente perseguita molto più intensamente di quanto non sia mai avvenuto in passato. In altre parole, il successo della politica statunitense dipende non tanto dal fatto che gli Stati Uniti applichino o meno “massima pressione” all’Iran, ma dalla misura in cui può realmente far sì che altri Paesi si conformino alla loro politica. Perciò, un aspetto cardine della strategia della “massima pressione” è che essa sia esercitata non solo sull’Iran ma anche su molti altri Paesi, tra cui India e Cina, importanti acquirenti del petrolio iraniano. Significa che gli Stati Uniti eserciteranno tale pressione in modi che portano le relazioni degli USA ad essere potenzialmente frammentate cogli alleati. Gli Stati Uniti, in tale contesto, ottenevano un certo successo in India, che aveva ceduto al diktat degli Stati Uniti. Sebbene i funzionari indiani affermassero che la decisione di smettere di acquistare petrolio iraniano derivava dal fatto che sarà “costoso” a causa di sanzioni, vi guadagnava poco poiché l’India non aveva altra scelta che accettare la politica degli Stati Uniti; perché, se il “caro petrolio” fosse una preoccupazione genuina, l’India non avrebbe chiesto la rinuncia subito. Ma la decisione dell’India di smettere di comprare petrolio iraniano farà una grande differenza? No. Il motivo è che i principali alleati dell’Iran, Cina e Russia, si sono rifiutati di seguire il diktat degli Stati Uniti e perché gli stessi Stati Uniti non possono applicare “la massima pressione” per ragioni che sfuggono al loro controllo.
La Cina esprimeva opposizione alle sanzioni unilaterali statunitensi. “La Cina si oppone costantemente alle sanzioni unilaterali statunitensi”, dichiarava Geng Shuang, portavoce del Ministero degli Esteri cinese. “Il governo cinese s’impegna a proteggere diritti ed interessi legittimi delle imprese cinesi”. La Cina è il maggiore acquirente di petrolio dell’Iran e quest’anno aumentava gli acquisti, sfidando esplicitamente le richieste dell’amministrazione Trump di azzerare le importazioni. Anche la Russia è contraria alle sanzioni unilaterali statunitensi. Una dichiarazione del Ministero degli Esteri russo affermava che “Washington non nasconde nemmeno il desiderio di piegare il mondo alla sua volontà”, descrivendo l’intensificazione delle sanzioni come “inquietanti”. Opposizione e sfida contano, ma ciò che conta di più è che gli Stati Uniti non potranno controllare i prezzi del mercato petrolifero se le esportazioni di petrolio dell’Iran si azzerassero. Un aspetto cruciale dell’imperativo del mantenimento di prezzi del petrolio stabili è che gli alleati degli Stati Uniti, come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, aumentino la produzione per mantenere i rifornimenti. La “massima pressione”, quindi, dipende dalla volontà di tali alleati di servire gli interessi degli Stati Uniti. Ma la domanda è: possono e lo faranno?
Mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti espressero la volontà di farlo, sono vincolati dall’accordo OPEC+Russia nel seguire i massimali specifici di produzione e forniture. Questo accordo significa che, mentre in teoria i sauditi potrebbero aggiungere alcune centinaia di migliaia di barili al giorno oltre i livelli attuali (circa 500000 bps), potrebbe non bastare a compensare il mancato petrolio iraniano, situazione che causerebbe un’impennata dei prezzi e farebbe sì che Paesi come l’India, grande importatore di petrolio, vedano le loro bollette petrolifere aumentare in maniera massiccia. Allora, questi Paesi continueranno a sostenere la strategia della “massima pressione” degli Stati Uniti? È un importante dilemma che gli Stati Uniti dovrebbero risolvere. In effetti, i funzionari sauditi già dichiaravano che non avrebbero violato l’accordo dell’OPEC. Il ministro del Petrolio saudita Qalid al-Falih aveva dichiarato che “si coordinerà cogli altri produttori di petrolio per garantire che siano disponibili risorse adeguate per i consumatori, garantendo nel contempo che il mercato petrolifero globale non si squilibri”, il che significa che non seguirà l’aumento della produzione creando la crisi globale dei prezzi del petrolio. Questo a parte il fatto che uno scenario dell’aumento dei prezzi del petrolio si adatta alle via saudita più dello scenario in cui i prezzi rimangono stabili producendo più petrolio solo per “colmare le carenze”. Tuttavia, i prezzi elevati del petrolio non influenzeranno sauditi o russi, ma gli Stati Uniti. Ironia della sorte, il presidente degli Stati Uniti aveva recentemente criticato l’OPEC definendo l’aumento del prezzo del petrolio “artificiale”, mentre era risultato diretto della strategia della “massima pressione” dell’amministrazione Trump. Secondo un rapporto, “Gli statunitensi consumano circa 400 milioni di litri di benzina al giorno… e l’aumento di 33 centesimi nell’ultimo anno significa circa 132 milioni di dollari in meno ogni giorno nelle tasche dei consumatori”, dall’aumento del prezzo del petrolio. Questo accade in un momento in cui gli Stati Uniti si avviano alle elezioni presidenziali del prossimo anno.
Tutto ciò si riduce al fatto che gli Stati Uniti progettavano una politica che potrebbe finire per danneggiare gravemente la propria economia politica. Questa è una grande contraddizione che il governo degli Stati Uniti dovrà risolvere. Le possibilità di una soluzione, tuttavia, restano molto deboli dato che non sono solo gli Stati Uniti, ma quasi tutti i loro alleati, in Europa ed altrove, ad esserne influenzati in un modo o nell’altro.

Salman Rafi Sheikh, analista su relazioni internazionali ed affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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