Un golpe nato morto, senza supporto militare e ancor meno popolare

Aram Aharonian, CLAE 30/04/2019

Calma, calma tesa a Carcas e in Venezuela, dopo il tentativo pubblicitario di colpo di Stato in Venezuela, dove i settori radicali dell’opposizione non ottenevano né il sostegno delle Forze Armate né il popolo scendeva in strada per sostenere il tentativo golpista del presidente autoproclamato Juan Guaidó e del latitante Leopoldo López. La gente scese in strada recandosi progressivamente a Palazzo Miraflores per sostenere il governo costituzionale di Nicolás Maduro. Non c’era né un colpo di Stato né un’esplosione sociale, forse solo un’altra operazione sotto falsa bandiera, dove i protagonisti annunciati, militari e popolo, non si presentavano. Un colpo di Stato è il sequestro del potere politico in modo improvviso e violento da parte di un gruppo di potere, violando le norme legali della successione al potere in vigore. Si distingue dai concetti di rivolta, ammutinamento, ribellione, putsch, rivoluzione o guerra civile. Un colpo di Stato deve paralizzare tecnicamente lo Stato e prendere punti strategici come comunicazioni, servizi e strade, terra e mare. Niente di tutto ciò. Enrique Ochoa Antich, capo del Movimento verso il socialismo (MAS) all’opposizione fece un’analisi accurata: “Oggi c’è stata una nuova irresponsabilità dell’estremismo. Niente golpe. Non arrivarono neanche dichiarazioni militari. Operazione pubblicitaria più o meno ridicola. Ora l’opposizione negozierà ancor più indebolita. Maduro più libero. Mai come ora abbiamo bisogno di dialogo e referendum”. Finora, il colpo di Stato assomigliava a un’operazione di comunicazione ad ampio spettro, cercando d’imporre immaginari collettivi col supporto di media ed operatori interventisti per rendere credibile una “rivolta militare” che non c’era. Anche i canali televisivi locali ed internazionali trasmettevano vecchie immagini dell’attacco su La Carlota durante il periodo di prova (terrorismo di strada) del 2014, creando uno scenario simile a quello a Tripoli in Libia. La manovra era concentrata sulla stazione di servizio di Altamira, a Chacao, storica ridotta di violenze, terrore e destabilizzazione dell’antichavismo. Guaidó chiese dimostrazioni per generare un confronto da trasmettere dal vivo, generando uno shock che consenta di sostenere la manovra. Un’altra operazione psicologica fu la divulgazione del falso sostegno del Maggiore-Generale Ornelas Ferreira al colpo di Stato. Alcuni analisti scommettono più su un colpo di Stato che permettesse di provare a scuotere le piazze e generare condizioni migliori per costruire il “film” per giustificare l’intervento internazionale. Leopoldo López appare come il vero operatore locale del piano, finora fallimentare.

Gli eventi
Ad aprile 2002 vi fu un colpo di Stato contro il presidente Hugo Chávez, col sostegno dei vecchi partiti, dell’affarismo, dell’episcopato e dei governi di Stati Uniti, Spagna e Colombia. Il risultato fu la breve presidenza dell’affarista Carmona Estanga, per sole 47 ore. Il popolo rimise il suo presidente costituzionale. Ciò che appare chiaro in questo tentativo è che parte delle truppe che arrivarono nella base militare di La Carlota (ex-aeroporto di Caracas), fu ingannata. Un gruppo di sergenti della Guardia Nazionale e agenti del Servizio di intelligence nazionale bolivariano (SEBIN) si ritirarono da Altamira (nell’est della capitale, base dell’opposizione) per vedere quali erano i veri obiettivi, specialmente quando apparvero Juan Guaidó e il latitante Leopoldo López. All’alba, il Presidente dell’Assemblea costituente nazionale del Venezuela Diosdado Cabello affermava che “alcuna installazione militare era stata violata nel Paese, sono nella vicina stazione di servizio di Altamira e dirigiamo le operazioni dalla base aerea La Carlota”, spiegava. Nel frattempo, il Ministro della Difesa Generale Vladimir Padrino, notava che le Forze Armate Nazionali Bolivariane erano ferme a difesa della Costituzione nazionale e delle legittime autorità. Tutte le unità militari schierate nelle otto Regioni della Difesa Integrale riportano normalità nelle caserme e basi militari, sotto il comando dei comandanti. “gli pseudo capi politici che si sono posti in prima linea in tale sovversione usavano truppe e polizia con armi da guerra su una via pubblica della città per creare ansia e terrore”, dichiarava l’ufficiale su twitter. Padrino denunciava che il colonnello Jerson Jiménez Báez, capo delle operazioni del 43° Battaglione della Guardia Nazionale, era stato colpito al collo sull’autostrada Fajardo, accusandone i capi dell’opposizione. Visto nel contesto, un politico non fa un passo tale se non ha un supporto concreto, interno ed estero. E nel caso che fosse un’azione disperata (un salto nel vuoto) praticamente costringevano l’amministrazione Trump e i Paesi che li sostengono a fare un passo in avanti, radicalizzando le posizioni, dato che essi ne rappresentano carte (e facce) pubbliche contro il governo. Quindi le prossime ore saranno decisive per l’immediato futuro del Venezuela…

La sconfitta politica dei sifrinos
L’opposizione radicale, guidata dalla non più giovane classe alta e medio alta (sifrinos nel gergo venezuelano), era consapevole che la marcia prevista per il 1° maggio sarebbe stata un fallimento e per questo lanciò la penultima carta, liberando Leopoldo López dagli arresti domiciliari, condannato a 14 anni di carcere quale mandante di decine di assassini durante il terrore di strada del 2014, a punta di dollari. Sembrava la fine del “momento di Guaido”. Volevano imporre la scusa che uscivano coi militari (un gruppetto di sergenti della Guardia Nazionale o meno, che si coprivano la faccia) e la città non gli rispondeva. Dichiarazioni ufficiali sullo smantellamento dell’operazione si avevano poco dopo che il capo dell’opposizione venezuelana Leopoldo López, presumibilmente rimosso dagli arresti domiciliari dalle forze di opposizione, apparve in un video col deputato Juan Guaidó, presumibilmente nella base aerea di La Carlota circondato da un gruppo di disertori. Leopoldo López, dal suo account twitter affermava che “la fase definitiva della cessazione dell’usurpazione, operazione Libertad” era iniziata. Inoltre fu “liberato dai militari per l’ordine della Costituzione e del presidente Guaidó”. L’autoproclamato “presidente ad interim” annunciava che “in questo momento” è “con le principali unità militari delle nostre Forze armate che iniziano la fase finale dell’Operazione Libertà”, affermando che la loro lotta era sempre “inuqadrata nella Costituzione, nella lotta nonviolenta”. Guaidó concluse il proclama con un appello finale: “Popolo del Venezuela, è necessario uscire insieme per strada, sostenere le forze democratiche e recuperare la nostra libertà. Organizziamo e mobilitiamo insieme le principali unità militari, Gente di Caracas, tutti alla Carlota”. Ebbe il supporto di Henrique Capriles Radonski (candidato due volte alla presidenza per l’opposizione): “Ai Paesi che sostengono il ripristino della democrazia nel nostro Venezuela: è il momento di sostenere la causa dei venezuelani in quest’ora cruciale. Alla nostra gente: è il momento di mobilitarsi! Andiamo Venezuela. L’operazione Libertà è nelle nostre mani!” Forse l’operazione fu ben pianificata, ma mancava un ingrediente fondamentale: il sostegno popolare.

Interferenza colombiana
Il Venezuela era sottoposto negli ultimi mesi a un assedio internazionale coll’appoggio di Stati Uniti e Colombia all’autoproclamazione a presidente ad interim del deputato dell’opposizione Juan Guaidó, denunciato come golpista dal governo costituzionale. Non è un caso, ma causa, l’arrivo del generale maggiore nordamericano Van McCarty a Bogotá, per analizzare coi comandanti colombiani la situazione nell’area di confine col Venezuela, mentre il presidente colombiano Ivan Duque confermava che anche la Colombia era dietro il nuovo tentato golpe. “Chiamiamo i militari e il popolo del Venezuela ad essere dalla parte giusta della storia, rifiutando la dittatura e l’usurpazione di Maduro; unendosi alla ricerca di libertà, democrazia e ricostruzione istituzionale, guidato dal (decaduto) presidente dell’Assemblea nazionale Guaidó”, twittava. Carlos Holmes Trujillo, ministro degli Esteri colombiano, richiese un incontro urgente del gruppo di Lima per discutere la nuova situazione in Venezuela. “Chiedo a tutti i Paesi membri del gruppo di Lima che oggi so continui il nostro compito di sostenere il ritorno della democrazia e della libertà in Venezuela e definire un incontro di emergenza di comune accordo”, aveva detto Trujillo. A differenza di altri capi che appoggiavano il presidente costituzionale, come Andrés Manuel López Obrador, Evo Morales e Miguel Díaz Canel, l’argentino Mauricio Macri sosteneva l’opposizione anti-chavista e dichiarava che si aspettava “fosse il momento decisivo” abbattere il governo venezuelano. Il presidente del perdente partito popolare di destra, Pablo Casado, inviava un messaggio di soddisfazione ai venezuelani per il rilascio di Leopoldo López dicendo di avergli parlato per discutere dell’adesione del padre alle liste del Parlamento europeo. Nel frattempo, il governo spagnolo, da parte sua, respinse il golpe: “Deve essere chiaro che la Spagna non appoggia alcun colpo di Stato militare”. Il nuovo assalto apparve come atto di forza mediatica senza capacità militari o popolari. Colpo di Stato, colpo di Stato fallito, colpo di Stato abortito o colpo di stato nato morto? Cioè senza avutosi senza dare segni di vita, a differenza di un aborto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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