Il simbolico incontro Putin – Kim: Kim esprime gratitudine per l’Armata Rossa

Tom Winter, FRN 26 aprile 2019

Vladimir Putin e Kim Jong-un s’incontravano per la prima volta. Questo è un evento importante non solo per Russia e Corea democratica, ma per il mondo. La comunicazione dei due leader era piena di segni che sottolineavano le relazioni speciali tra Mosca e Pyongyang. Inoltre, c’erano suggerimenti diretti che Donald Trump dovrebbe ora capire. L’incontro di cinque ore tra Putin e Kim sull’Isola Russkij era caratterizzato da molti dettagli e dichiarazioni simboliche. Putin, all’inizio dei negoziati, ricordò a Kim che suo nonno (da lui nominato semplicemente fondatore della Corea democratica) fece la prima visita a Mosca nel 1949. Infatti il primo viaggio di Kim Il Sung nell’URSS ebbe luogo nella primavera 1949, ma prima, dal 1941 al 1945, Kim visse nell’URSS nella regione di Khabarovsk, dove col grado di capitano dell’esercito sovietico era comandante di battaglione in una brigata di fucilierei. Il battaglione era formato da partigiani coreani rifugiatisi in territorio sovietico dopo che i giapponesi scacciarono dalla Manciuria i ribelli cinesi e coreani. Il padre di Kim Jong Un, morto alla fine del 2011, nacque nel villaggio di Vjatskoe. Nella Corea democratica questo non è molto noto, ma non c’è dubbio che Kim Jong-Un conosca la storia della sua famiglia. E col tempo vorrà sicuramente, anche in via non ufficiale, visitare il villaggio di Vjatskoe, vera patria di suo padre. Ma già ora, parlando a una cena solenne con Putin, disse ciò di cui la propaganda nordcoreana praticamente non parlava da decenni, sulla liberazione della Corea da parte dell’esercito sovietico. Nella storia ufficiale della Corea democratica, la liberazione del Paese dai giapponesi è presentata come merito di Kim Il Sung e dei suoi partigiani, anche se in realtà fu il risultato della sconfitta da parte dell’Armata Rossa dell’Armata del Kwantung giapponese. E ora Kim Jong-un diceva direttamente: “I popoli dei nostri Paesi hanno molto tempo fa, nel corso della lotta congiunta nella grande guerra anti-giapponese del secolo scorso, siglato un’ amicizia militare, i valorosi soldati e ufficiali di l’Armata Rossa senza esitazione versarono sangue caldo per la liberazione della Corea. Anni e secoli passano, ma il nostro popolo ricorda e conserverà per sempre la memoria delle nobili imprese internazionali che figli e figlie del popolo russo compirono, dando le loro preziose vite in nome della sacra causa della liberazione della Corea”. Non è solo una cortesia o restaurazione della giustizia storica. La menzione dell'”amicizia militare” ha un riferimento molto specifico oggi.
No, Kim non vuole diventare un alleato militare della Russia, il concetto stesso dell’esistenza della RPDC consiste nella completa indipendenza da chiunque. Ma la Corea democratica ricorda l’amicizia militare con solo due Paesi: la Cina (che combatté per la RPDC contro gli statunitensi nel 1950-1953) e la Russia. Kim denota l’impegno a questa relazione, individuando la Russia come vero amico della RPDC. Pertanto, non è casuale che lo scambio di doni sia lo stesso: la sciabola circassa che Putin presentava a Kim e la spada coreana che riceveva in cambio. “Quando non c’erano armi moderne, si usavano tali spade personificando forza, mia anima e nostro popolo che ti sostiene”, con queste parole Kim accompagnava la presentazione del dono. Questo è il senso più simbolico: Kim ricorda di avere una formidabile arma moderna, ma non minaccia la Russia in alcun modo. Al contrario, la Corea sostiene la Russia nel confronto cogli Stati Uniti. In effetti, il paradosso della situazione è che gli Stati Uniti fanno pressioni su Russia e Corea democratica, ma allo stesso tempo la Russia sostiene formalmente le sanzioni contro la Corea democratica. La spiegazione di questa posizione è semplice. Da quando la Corea democratica ha acquisito le armi nucleari ignorando i trattati internazionali, Mosca e Pechino non ebbero argomenti contro la richiesta nordamericana di organizzare pressioni internazionali su Pyongyang. Ma allo stesso tempo, Cina e Russia sanno bene che i missili nordcoreani non li minacciano, ma fungono da scudo contro gli Stati Uniti, garanzia che la superpotenza non attaccherà il Paese di Kim.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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