I coreani dicono no a Mike Pompeo

Deirdre Griswold, Workers 23 aprile 2019

La Repubblica Democratica Popolare di Corea ha detto al governo degli Stati Uniti che quest’anno non ci saranno più incontri al vertice se Mike Pompeo, segretario di Stato di Trump, ne farà parte. La Corea democratica inoltre riaffermava propria politica di autonomia e indipendenza nella costruzione di una forte società socialista. Il leader della Corea democratica, Kim Jong Un, pronunciava un discorso il 12 aprile alla Suprema Assemblea del Popolo su “La costruzione socialista e le politiche interne ed estere del governo della Repubblica nella fase attuale”. Il leader coreano parlava di come lo sviluppo della RPDC della forte difesa nucleare abbia portato gli Stati Uniti a sollevare l’idea che potrebbero esserci colloqui tra i due Paesi per migliorare le relazioni. Ciò portava a negoziati e due incontri al vertice tra Kim e Trump. Ma in essi, disse, gli Stati Uniti minacciarono sanzioni ancora peggiori per cercare di costringere la Corea democratica ad abbandonare le sue armi, coll’intento di rovesciare il suo sistema sociale. Kim descrisse le condizioni nordamericane per l’abolizione delle sanzioni come “in contrari agli interessi fondamentali del nostro Paese”, e proseguiva affermando che la “politica strategica” della RPDC era continuare la costruzione socialista “mettendo l’economia nazionale del Juche su base moderna, informatica e scientifica”. Juche è il termine coreano per autosufficienza ed indipendenza. Kim parlava di “aperte mosse ostili” dagli Stati Uniti che ora “sono in contrasto con la dichiarazione congiunta RPDC-USA del 12 giugno 2018”. Esempi citati includevano un recente test statunitense “simulante l’intercettazione di un ICBM della RPDC e la ripresa delle esercitazioni militari statunitensi, la cui sospensione fu direttamente promessa dal presidente degli Stati Uniti”. Il discorso di Kim Jong Un era corroborato il 17 aprile da un’intervista di Kwon Jong Gun, capo del dipartimento degli affari americani del Ministero degli Esteri della RPDC, che menzionava Pompeo affermando che “gli Stati Uniti non possono spostarci di una virgola col loro modo attuale di pensare”. Definiva le osservazioni di Pompeo sulla Corea democratica nelle recenti audizioni al Congresso degli Stati Uniti come “meschine” e “pericolose”.

Gli Stati Uniti non possono piegare la RPDC
Il governo imperialista degli Stati Uniti e i media sono uniformemente ostili alla Corea democratica da quando le truppe statunitensi occuparono la metà meridionale della penisola coreana alla fine della Seconda guerra mondiale e Washington vi creò un regime fantoccio. Tale ostilità raggiunse il culmine durante la guerra di Corea del 1950-53, quando quasi 6 milioni di militari statunitensi furono inviate in Corea per impedire la rivoluzione popolare guidata da Kim Il Sung, per riunire la penisola su base socialista. Questo al culmine della Guerra Fredda degli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica. La brutalità della guerra calda degli Stati Uniti contro la Corea, contro un popolo appena uscito da 35 anni di oppressione coloniale giapponese, fu orribile. Gli aerei statunitensi devastarono ogni edificio da almeno due piani al nord, e molte volte minacciò la RDPC con le bombe atomiche. Allo stesso tempo, il regime fantoccio guidato da Syngman Ri compì un bagno di sangue contro le forze progressiste nella parte meridionale della Corea. Il popolo della RPDC, come quello del Vietnam una generazione dopo, rifiutò d’inchinarsi all’imperialismo USA e li combatté nello stallo aiutato da Cina ed Unione Sovietica. Fu la prima sconfitta in guerra del Pentagono, e questo non fu mai perdonato dai responsabili della guerra. Negli Stati Uniti in quel momento, l’FBI, sotto la guida di J. Edgar Hoover, e il Congresso, guidato dal senatore Joseph McCarthy, eseguirono una radicale epurazione dei progressisti. Chiunque si opponesse apertamente alla guerra in Corea fu etichettato come “rosso”, soggetto a pubblica umiliazione, licenziamento e possibile imprigionamento. Ancora oggi, i media aziendali marciano a ritmo serrato nel demonizzare la Corea democratica per il coraggio nel difendersi dagli Stati Uniti autoproclamatisi “leader del mondo libero”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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