La Cina in America Latina: gli USA perdono il “cortile”

Mision Verdad 23 aprile 2019

La Cina invitava formalmente l’America Latina a partecipare alla Initiativa Fascia e Via (BRI) nel gennaio 2018, nel corso dell’incontro con la Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi (CELAC) a Santiago del Cile, dove i Ministri degli Esteri cinese e venezuelano si strinsero la mano come foto principale dell’evento. Da allora, 16 Paesi della regione hanno espresso l’intenzione di partecipare al progetto di connettività commerciale e già concordavano accordi in questo senso. Oltre al Venezuela, l’alleato strategico di Pechino nella costruzione del mondo multipolare, altri Paesi firmavano accordi: Panama, Brasile, Messico, Bolivia, Antigua e Barbuda, Costa Rica, Cile e Guyana. Il piano globale iniziato nel 2013 coll’annuncio del Presidente Xi Jinping, contempla il rafforzamento delle infrastrutture, del commercio e degli investimenti tra il gigante asiatico e circa 65 Paesi, coinvolgendo il 62% della popolazione mondiale e il 75% delle riserve energetiche note.
In questo senso, l’America Latina forma una grande linea transoceanica perché condivide con la Cina l’Oceano Pacifico, essendo questa estensione naturale che collega le due zone economiche, come disse la Cina nell’incontro coi Paesi della CELAC all’inizio del 2018. Proprio enfatizzando i fondamenti del blocco continentale nel piano della cooperazione internazionale. Tuttavia, gli investimenti per realizzare la BRI non partono da zero. I progetti bilaterali con diverse nazioni di America centrale, Sud America e Caraibi risalgono al 2005. In quell’anno si ebbero 4,7 miliardi di dollari in investimenti cinesi. Entro il 2018, questa cifra aumentò del 425%, quasi 20 miliardi di dollari. Negli ultimi otto anni, anche lo scambio commerciale aumentava di 22 volte, superando i 280 miliardi di dollari nel 2017. I dati della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC), forniti dalla Segretaria Alicia Bárcena, posizionano il Paese asiatico come secondo partner commerciale della regione, e primo per il Sud America, soppiantando gli Stati Uniti. L’intento di interconnettere globalmente le economie nazionali attraverso la BRI coll’emergente leadership cinese, formalizza e dà segna di un decennio di relazioni commerciali.

Progetti e piani per la Via della Seta in America Latina
Il complesso rapporto sino-latinoamericano che fino agli anni ’90 si concentrava sull’investimento in prodotti minerari e risorse naturali per trasferirle in Cina, entrò nel nuovo secolo coll’obiettivo di consolidare infrastrutture di trasporto ad alto impatto, tra cui la costruzione di strade, porti e ferrovie. Secondo il database finanziario Cina-America Latina preparato da The Dialogue, il centro di ricerca politica degli Stati Uniti, ci sono 150 progetti legati ai trasporti, di cui la metà in costruzione. Inoltre, negli ultimi anni si diversificava nel settore energetico, investendo 96,9 miliardi di dollari nella trasmissione e produzione di energia elettrica. Per numero di progetti, Bolivia, Brasile e Giamaica sono le principali destinazioni degli investimenti cinesi nei canali di comunicazione fisica. Nel Paese andino venivano sviluppati oltre 20 opere tra strade e ponti, mentre in Brasile, dove l’importo totale supera i 28 miliardi di dollari, venivano discussi 13 accordi in relazione alle infrastrutture dei trasporti, oltre che in Giamaica. La Cina poneva accento particolare sulle aree portuali di Pacifico, Caraibi ed Atlantico. In effetti, ha maggiore successo nell’acquisizione o costruzione di questo tipo di impianti. Circa 20 progetti venivano già completati o attuati in Messico, Cuba, Panama, Venezuela, Ecuador, Brasile e Cile. D’altro canto, sono in discussione strutture portuali in Colombia, Perù e Uruguay. Di questi porti, i 19 patti di cooperazione su scambi e infrastrutture concordati sul Canale di Panama hanno rilevanza particolare. Qui si evidenzia la mossa diplomatica panamense per approfondire le relazioni politiche con la Cina nel quadro della Via della Seta, essendo il primo Paese a firmare un progetto ufficialmente parte del programma: l’avvio di una ferrovia ad alta velocità tra zone urbane. Nel giugno 2017, Panama ruppe le relazioni diplomatiche con Taiwan, aprendo opere giganti come la costruzione del quarto ponte sul Canale di Panama, un porto crocieristico all’ingresso del Pacifico e un porto per container vicino l’entrata atlantica. A causa della geografia, il Cile è anche considerato accesso naturale alla regione dal Pacifico. Oltre alle aree portuali, la Cina investe nelle telecomunicazioni con la proposta di costruire un cavo in fibra ottica sottomarino attraverso l’oceano, lungo 24 mila chilometri. Questo significa consentire un migliore scambio di informazioni tra Asia e America Latina.

La risposta geopolitica degli Stati Uniti
Colpisce il fatto che molti Paesi commercialmente affiliati ai progetti più emblematici del BRI sono quelli che gli Stati Uniti considerano alleati o partner più forti nella regione dell’America Latina. La cooperazione omnidirezionale del rivale economico, che alla fine non cerca di imporre o modificare le visioni politiche nazionali dei Pesi con cui si collega, e al contrario, rafforzando lo sviluppo comune dei blocchi del Sud Globale, era un serio ostacolo ai dirigenti di Washington nel mantenere una posizione di dominio nella regione. Secondo lo scienziato politico tedesco Wolf Grabendorff: “L’intenzione dichiarata cinese di affermarsi come potenza alternativa nel sistema internazionale non incontrava critiche in America Latina, e questo riafferma le paure geopolitiche degli Stati Uniti”. La Cina sfida l’egemonia degli Stati Uniti nella debacle dell’ordine mondiale liberale guidato dall’amministrazione Trump, che cerca di mitigarne gli effetti scatenando una guerra dei dazi aggressiva globale cui i i Paesi latinoamericani non sfuggono. Confrontando ciò che ciascun modello economico offre, l’apertura globale della Cina a parità di condizioni è in contrasto col presunto protezionismo statunitense che non ha intenzione di badare agli interessi nazionali ma delle imprese private. Oltre ai continui tour di alti funzionari per imporre ai Paesi satelliti l’intensificazione del conflitto in Venezuela e i processi militari nelle zone di confine con la scusa della sicurezza nazionale, non ci sono progetti che competano con la presenza della Cina coi programmi economici in America Latina e Caraibi. Negli ultimi due anni, l’atteggiamento violento del “prendere o lasciare” che gli Stati Uniti promuovono aveva gravi conseguenze nelle relazioni commerciali coi Paesi vicini. Il Messico già subiva lo shock valutando le condizioni dell’accordo di libero scambio, che portava a un deficit commerciale di 64 miliardi di dollari. Altri accordi commerciali con Colombia, Cile, Perù e America centrale sono nel mirino delle decisioni commerciali degli Stati Uniti. Nei risultati, le cifre sono abbastanza eloquenti. I dati del commercio estero del Census Bureau degli Stati Uniti mostrano che dal 2017 al 2018 esportazioni ed importazioni dall’America Latina registravano un aumento del 7,13% e del 6,54%. Al contrario, per l’alleanza sino-latino-americana, le importazioni ed esportazioni dello stesso anno aumentavano rispettivamente del 30% e del 23%. Gli Stati evitano misure unilaterali che li costringono a negoziare su posizione svantaggiata abbracciando piani che offrono politiche economiche complementari, ancorate in questo momento alla Cina e ai Paesi dell’ordine multipolare. Il declino statunitense accelera ad ogni passo verso la dottrina Monroe?

Venezuela, il business del partner cinese che minaccia il “cortile”
Il trionfo dei progetti che coprono le nascenti relazioni tra Cina e America Latina è legato alla stabilità politica e governabilità dei territori, nonché all’integrazione regionale del continente. In linea di principio, il consolidamento del blocco regionale fu forgiato nella prima fase del governo Chávez. Nel programma, il trasferimento del centro del potere dall’asse occidentale all’asse eurasiatico era previsto, quindi gli sforzi per creare solidi legami diplomatici con le nazioni sorelle per presentarsi come altra forza multipolare erano una disposizione volontaria dei primi anni del Chavismo. Di conseguenza, la configurazione dal Venezuela di organizzazioni come ALBA, Petrocaribe e CELAC, piattaforme multilaterali che riunivano diversi interessi nazionali della regione, accompagnò questo obiettivo. Per lo stesso motivo, negli ultimi anni vi erano attacchi a questi meccanismi d’integrazione e agli attori politici che lo gestiscono, con “partner” degli statunitensi come la Colombia che guidano l’iniziativa Prosur. Necessariamente, il governo del Presidente Nicolás Maduro è l’obiettivo principale delle aggressioni, essendo l’avanguardia nella regione contro la dottrina Monroe del XXI secolo, proponendo uno schema del commercio internazionale con altre nazioni emergenti lontano dall’egemonia del dollaro e usandone le risorse energetiche e minerarie. Ogni aggressione all’economia venezuelana con strumenti finanziari od operazioni irregolari per rendere il territorio ingovernabile, cerca di danneggiare (tra l’altro) l’agenda del commercio asiatico in cui il Paese è coinvolto, la Cina è una “minaccia esistenziale” per gli interessi del Pentagono. Tuttavia, il Venezuela, porta principale per l’ingresso della BRI in ciò che gli Stati Uniti considerano loro “cortile”, così come altre proposte contrarie al neoliberismo, conteneva i tentativi di cambiare l’ordine politico nazionale, contrastando coll’approccio al mondo multipolare che preoccupa tanto Washington.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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