La sconfitta USA in Siria si trasforma in dispetti

Tony Cartalucci, LDR, 21 aprile 2019

La guerra per procura statunitense contro la Siria, iniziata nel 2011 e il crescendo della cosiddetta “Primavera araba”, si concluse con una sconfitta assoluta per Washington. Il suo obiettivo di rovesciare il governo siriano e/o di dividere e distruggere la nazione come fece alla Libia non solo è fallita, ma ha innescato una solida risposta russa e iraniana dando a entrambi occasione inedita in Siria e un’influenza senza precedenti sul resto della regione. Lamentando la sconfitta nordamericana in Siria sulle pagine di Foreign Affairs, Brett McGurk, funzionario legale e diplomatico di Washington il cui titolo più recente era “Special Presidential Envoy for the Global Coalition to Counter the Islamic State of Iraq and the Levant”, si dimetteva per protesta sui presunti piani di ritiro degli Stati Uniti dall’occupazione illegale della Siria orientale. Le lunghe denunce di McGurk sono piene di contraddizioni da paragrafo a paragrafo, illustrando la mancanza di un legittimo scopo della politica statunitense in Siria. Nell’articolo intitolato “Difficile verità in Siria: gli USA non possono fare di più con meno e non dovrebbe provarci”, McGurk dichiarava: “Negli ultimi quattro anni ho aiutato a guidare la risposta globale all’ascesa dello Stato islamico (ISIS), uno sforzo che è riuscito a distruggere il “califfato” dello SIIL nel cuore del Medio Oriente che fu calamita dei jihadisti stranieri e base di lancio degli attacchi terroristici in tutto il mondo”. McGurk reclamava anche: “A seguito di una telefonata col suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, Trump emise l’ordine a sorpresa di ritirare tutte le truppe nordamericane dalla Siria, apparentemente senza considerare le conseguenze. Trump poi modificò l’ordine: il suo piano, come scritto in questo saggio, è che circa 200 soldati statunitensi rimangono nella Siria nord-orientale e altri 200 ad al-Tanaf, base isolata nel sud-est del Paese. (L’amministrazione spera anche, probabilmente invano, che altri membri della coalizione sostituiscano le forze nordamericane ritirate)”. Eppure, se McGurk afferma il vero, allora lo SIIL è senza dubbio una minaccia non solo per gli Stati Uniti, ma per tutti i partner della coalizione, principalmente per le nazioni dell’Europa occidentale. Perché non avrebbero impegnato ardentemente truppe nella coalizione se lo SIIL rappresentasse davvero una minaccia per la sicurezza interna? E perché mai gli Stati Uniti ritirerebbero le truppe se fosse vera? La risposta è molto semplice: lo SIIL era una creazione dell’occidente, strumento esplicitamente progettato per “isolare” il governo siriano e svolgere operazioni militari e terroristiche che Stati Uniti e partner non potevano fare apertamente. Era in un comunicato del 2012 della Defence Intelligence Agency (DIA) statunitense che rivelava l’intenzione di Stati Uniti ed alleati di creare quello che veniva definito “principato salafita” nella Siria orientale. La nota affermava esplicitamente che: “Se la situazione si sgretola, c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o non nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, al fine di isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran).
Per chiarire chi fossero queste potenze in supporto, la nota della DIA chiariva: “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”.
Questo “principato” [Stato] “salafita” [islamico] si sarebbe manifestato al culmine, facendo ulteriore pressione sul governo già assediato a Damasco e alla fine creando un pretesto per l’intervento militare diretto occidentale in Siria. Solo attraverso l’intervento della Russia nel 2015 i piani statunitensi furono rovesciati e la sua guerra aperta contro la Siria finire nel limbo. McGurk e tutta l’establishment occidentale tentarono di compartimentare ciò che fu essenzialmente il loro fallimento collettivo, legandoli esclusivamente all’ex-presidente degli Stati Uniti Barack Obama e all’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Sia che il presidente Trump mantenga le truppe nella Siria orientale o no, nulla cambierà o invertirà la significativa sconfitta strategica e geopolitica che Washington ha subito. Invece, truppe e schieramenti non solo in Siria, ma anche nell’Iraq, servono a contribuire alla prossima fase dell’interferenza degli Stati Uniti in Medio Oriente. rovinando riconciliazione e ricostruzione.

La guerra del terrore di Washington
Questo episodio dell’intervento militare statunitense in Medio Oriente, la lotta contro i terroristi che essi stessi crearono e deliberatamente impiegarono proprio come pretesto. è un esempio della politica estera statunitense “taglia e brucia”. Proprio come i contadini bruciano la foresta che non serve a nessuno in modo che possano piantare ciò che desiderano, gli Stati Uniti deliberatamente rovesciarono un ordine politico ed economico emergente in Medio Oriente inutile ai loro scopi per tentare di sostituirlo con uno che lo era. McGurk l’ammetteva affermando, come nella sua versione della sconfitta dello SIIL, che: “Nei successivi quattro anni, lo SIIL ha perso quasi tutto il territorio che un tempo controllava. La maggior parte dei suoi capi sono stati uccisi. In Iraq, quattro milioni di civili sono tornati nelle aree una volta detenute dallo SIIL, un tasso di ripresa ineguagliato dopo ogni altro recente conflitto violento. L’anno scorso, l’Iraq tenne le elezioni nazionali inaugurando un nuovo governo guidato da leader capaci e filo-occidentali incentrati sull’ulteriore unione del Paese. In Siria, l’SDF ha ripulito completamente lo SIIL dai paradisi territoriali nel nord-est del PPaese, e i programmi di stabilizzazione degli Stati Uniti aiutavano i siriani a tornare nelle loro case”. Affermava anche: “Iracheni e siriani, non statunitensi, svolgono la maggior parte dei combattimenti. La coalizione, non solo Washington, paga il conto. E a differenza dell’invasione degli Stati Uniti del 2003 in Iraq, questa campagna gode di un ampio sostegno nazionale e internazionale”. In altre parole, si trattava di una riprogettata campagna di cambio di regime che abbracciava sia Siria che Iraq, volta ad attrarre il sostegno nazionale e internazionale usando un terribile, ma artificiale, nemico per distruggere entrambe le nazioni e consentire a Stati Uniti e “partner della coalizione” di ricostruire la regione come desiderato. E mentre McGurk enumera i risultati della coalizione guidata dagli Stati Uniti, ciò che omette è l’esistenza di una coalizione molto più efficace e potente nella regione guidata da Russia e Iran. Mentre McGurk si vanta di riprendere il deserto della Siria orientale, furono l’Esercito arabo siriano e gli alleati russi, iraniani ed Hezbollah a riprendersi le città più importanti e popolose della Siria. In Iraq, le Forze di Mobilitazione Popolare sponsorizzate dall’Iran (PMF) condussero un’alta percentuale di combattimenti contro lo SIIL, e nel processo crearono una rete nazionale permanente di milizie che garantiscono la sicurezza irachena piuttosto che compromettersi nei partenariati di difesa USA e contratti per le costose armi degli USA, e le orde terroristiche sponsorizzate dagli stessi Stati Uniti per giustificarli. Alla fine McGurk ammette ulteriormente che la presenza degli Stati Uniti in Siria ha poco a che fare con lo SIIL e più con la “diplomazia da grande potenza”. Parla della “zona d’influenza degli Stati Uniti” in Siria e si vanta della capacità degli USA di ” farla rispettare” uccidendo iraniani e russi entrati alla ricerca di terroristi che gli Stati Uniti ospitavano apertamente. McGurk inoltre denuncia ripetutamente “l’arroccamento militare iraniano” in Siria, sviluppo geopolitico reso possibile solo dai numerosi fallimenti netti degli USA, in mezzo alla guerra per procura in Siria. Lo SIIL fu sradicato prima di tutto nelle aree sotto il controllo dei governi sovrani di Siria e Iraq in cooperazione con Russia e Iran. I resti dello SIIL si aggrappavano, senza alcuna coerenza, nella “zona d’influenza degli Stati Uniti”. Gli Stati Uniti continuano a citare lo “SIIL” come pretesto per rimanere in Siria, mentre allo stesso tempo ammette la presenza nella regione per riaffermarvi il dominio occidentale e contenere l’influenza russa e iraniana, la Russia che fu invitata da Damasco ad assistere alle operazioni antiterrorismo, e l’Iran, una nazione che risiede in Medio Oriente. Tale narrativa incoerente e contorta contrasta con l’agenda chiara dell’Iran e della Russia di eliminare i terroristi e preservare l’integrità territoriale della Siria e le loro azioni decisive e chiare per attuare tale programma. Russia e Iran offrono inoltre a tutti gli azionisti della regione incentivi ambiziosi per sostenere tale agenda, compresi i benefici economici e politici che normalmente accompagnano pace e stabilità a livello nazionale e regionale.

La guerra alla pace di Washington
Le narrative illogiche e contraddittorie di Washington minano ogni nozione di scopo unitario in Medio Oriente. Anche se il suo obiettivo è l’egemonia regionale, la serie di fallimenti e mancanza di di incentivi per gli alleati minano ogni possibilità di successo. In assenza di uno scopo sensato e univoco, di incentivi interessanti o piano strategico coerente, gli Stati Uniti si sono invece dedicati a rovinare riconciliazione e ricostruzione attraverso tentativi di dividere la regione lungo linee etniche, preservare i pochi terroristi rimasti spostandoli tra Iraq e Siria attraverso il territorio occupato delle forze statunitensi e prendendo di mira le due nazioni ed alleati con sanzioni per ostacolare la ricostruzione. Le sanzioni contro l’Iran hanno un impatto diretto sugli sforzi di Teheran per aiutare Siria e Iraq nella ricostruzione e riabilitazione delle rispettive economie. Quindi le sanzioni statunitensi a Mosca. Gli Stati Uniti prendono anche di mira gli invii di carburante che tentano di raggiungere la Siria, con la produzione petrolifera della Siria ostacolata dall’occupazione illegale degli Stati Uniti nell’est della Siria, dove risiede gran parte del suo petrolio. AP in un articolo dal titolo “La carenza di carburante della Siria, aggravata dalle sanzioni statunitensi, scatena la rabbia “, riferiva che: “I siriani nelle zone controllate dal governo sopravvissuti a otto anni di guerra ora affrontano una nuova piaga: carenze di carburante diffuse che hanno a nuove difficoltà nelle grandi città”. L’articolo riportava anche che: “Le carenze sono in gran parte il risultato delle sanzioni occidentali alla Siria e delle rinnovate sanzioni statunitensi contro l’Iran, alleato chiave. Ma hanno suscitato critiche pubbliche a governo del Presidente Bashar Assad proprio mentre reprimeva la ribellione di otto anni contro il suo governo”. La combinazione di sanzioni e tentativi deliberati di prolungare la guerra per procura in Siria illustra il vero atteggiamento di Washington nei confronti di qualsiasi nozione di “responsabilità di proteggere”. Il carburante continuerà a raggiungere il governo e l’esercito siriano dove è più necessario, ma causerà sofferenze straordinarie tra la popolazione civile siriana, come Washington intende esplicitamente. Washington non tenta di rimuovere il governo a Damasco per alleviare le sofferenze del popolo siriano, causando immense sofferenze al popolo siriano per rimuovere il governo a Damasco. Mentre Washington ha perso la guerra contro la Siria, continua la guerra alla pace. Rovinerà i tentativi della Siria di andare avanti, e così facendo, e più di ogni altra cosa, illustrando al mondo che i suoi interessi malvagi e il suo programma hanno rovinato la regione, non lo “SIIL”, gli “iraniani” o i “russi”. La campagna di dispetti degli Stati Uniti continuerà in Siria e nel resto della regione fin quando non sarà possibile stabilire un ordine regionale e globale alternativo che permetta alle nazioni di difendersi da aggressione e interferenze degli Stati Uniti e consenta al mondo di andare avanti senza gli interessi particolari di Wall Street e Washington che guidano l’attuale battaglia per l’egemonia degli USA.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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