Guaidò perde la battaglia dell'”intervento umanitario”

Mision Verdad 16 aprile 2019

Il 24 febbraio, le copertine dei giornali del mondo urlavano dell’incendio degli “aiuti umanitari” che cercavano di far entrare colla forza da Cúcuta. Immediatamente il governo venezuelano fu reso responsabile. “La comunità internazionale potrebbe vedere, co i propri occhi, come il regime usurpatore ha violato il protocollo di Ginevra, dove si dice chiaramente che distruggere aiuti umanitari è un crimine contro l’umanità”, aveva detto Juan Guaidó il giorno prima circondato dal presidente colombiano Iván Duque e dal segretario generale dell’OAS Luis Almagro. La stessa linea fu ripetuta da portavoce come John Bolton o Mike Pompeo, oltre al senatore Marco Rubio, che ferito nell’orgoglio personale aveva augurato che Maduro venisse linciato come il leader libico Muammar Gheddafi. Sei giorni prima, l’antichavismo per bocca di Guaidó diceva che l’aiuto sarebbe entrato con una valanga umanitaria mobilitando 600mila volontari registrati per tale compito. Infine, il numero di volontari fu molto meno del previsto per un’operazione che il New York Times descrisse come “tentativo dell’opposizione di minare le basi del Presidente Maduro nella fornitura di cibo”. Secondo lo scienziato politico Dimitri Pantoulas, tale consegna fu “al 99% forza armata e all’1% umanitaria”, e se falliva, l’immagine della “presidenza ad interim di Guaidó” ne sarebbe stata danneggiata. Il risultato fu che alcun importante militare accettò l’appello di Guaidó e gli Stati Uniti dovettero smettere di parlare dei camion bruciati quando il New York Times pubblicò video che mostravano che erano stati bruciati dai militanti anti-chavisti. Tuttavia, la consegna di aiuti umanitari continua ad essere utilizzata come forma di pressione contro lo Stato venezuelano per influenzarne gli affari interni. In tale contesto, il problema fu uno dei più nominati dalla coalizione dei Paesi latinoamericani ed europei guidati dagli Stati Uniti nell’ultima sessione del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

La Croce Rossa, il governo del Venezuela e la prima consegna
Dieci giorni prima del 23 febbraio, la Vicepresidentessa del Venezuela Delcy Rodríguez incontrava le autorità della Croce Rossa per “rivedere i meccanismi di cooperazione volti a rafforzare il sistema sanitario venezuelano”, dopo che gli accordi furono firmati nel 2018 con questa organizzazione e la Pan American Health Organization coll’obiettivo di evitare il blocco delle medicine e delle forniture da parte degli Stati Uniti. All’inizio di febbraio, la Croce Rossa era stata chiara con la decisione di non partecipare alla consegna di aiuti umanitari degli Stati Uniti a quasi 40000 persone, ovvero lo 0,13% della popolazione venezuelana. “Non lo faremo perché viola i principi di neutralità, indipendenza e non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano”, affermava l’organizzazione, che nello stesso tono chiese che la consegna fosse concordata col governo venezuelano. Fu così che, dopo la consegna di cibo e medicine da parte di Cina, Russia e PAHO, la Croce Rossa annunciò a metà marzo che ad aprile avrebbe portato rifornimenti, medicine e cibo in Venezuela per 650 mila persone. Da parte sua, il presidente Nicolás Maduro riferì dell’accordo tra Croce Rossa e governo bolivariano per “collaborare con le agenzie delle Nazioni Unite allo scopo di portare in Venezuela tutti gli aiuti umanitari possibili”. La prima spedizione dell’organizzazione arrivava all’Aeroporto Internazionale di Maiquetía, nello Stato costiero di Vargas. Durante la consegna, il Ministro della Salute Carlos Alvarado spiegò che si trattava du 24 tonnellate di medicinali e 14 gruppi elettrogeni, tra gli altri, da distribuire per metà agli otto ospedali della Croce Rossa e metà agli ospedali del servizio sanitario pubblico. “Chiediamo che questo grande risultato non sia politicizzato”, aveva detto il rappresentante venezuelano della Croce Rossa Mario Villarroel, durante lo scarico dell’aereo. Si prevede che altri carichi di questo tipo arriveranno in Venezuela per due anni, secondo le autorità.

Controllo dei danni, appropriazione e isolamento dell’opposizione venezuelana
Uno dei principali promotori del canale umanitario in Venezuela, Francisco Valencia della ONG Codevida, affermava che la consegna “allevia la sofferenza, ma non risolve completamente l’emergenza umanitaria”. Secondo questa tesi, in Venezuela è necessario raggiungere sette milioni di persone secondo il Segretario degli affari umanitari dell’ONU, che elaborato tale cifra senza consultare organismi ufficiali. Sebbene Valencia abbia chiesto di non politicizzare le consegne, in breve, Juan Guaidó ha affermato che era risultato della lotta dell’opposizione venezuelana. In tale senso chiese ai suoi seguaci di controllare la consegna in modo che non venga usato come “ricatto politico”. In questo modo, evitò di riferire che se non avesse tentato di forzare camion in Venezuela, in un’operazione diretta da una forza straniera, l’arrivo di spedizioni sarebbe stato coordinato con largo anticipo tra Assemblea nazionale e Esecutivo nazionale. Mentre Elliott Abrams, che guidava l’operazione fallita di Cucutá il 23 febbraio, avvertiva: “che l’aiuto non risolverà i problemi che i venezuelani affrontano, il tipo di aiuto necessario per una ripresa generale è la sostituzione del regime”. Tale dichiarazione, d’altra parte, non può nascondere che il governo del Venezuela ha minato la narrativa umanitaria volta per imporsi nel Paese. L’intenzione di Guaidó di trattare l’arrivo del carico come suo risultato, inoltre, rivela come intende attribuirla alla sua “presidenza ad interim”. Invece di rafforzare la sua narrativa, ampliare la percezione che abbia completamente perso l’iniziativa nella scena locale di fronte al governo venezuelano. In tal senso, il fatto politico che celebra l’autoproclamato è che Nicolás Maduro ha trovato modo d’alleviare il blocco delle medicine e forniture subito dal Venezuela. Il blocco che Guaidó ha richiesto e l’ha portato dov’è.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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