Balcanizzare la regione, distruggere Stati-nazione e l’integrazione

Aram Aharonian, CLAE, 14/04/2019

La strategia persistente dei successivi governi statunitensi è spezzare definitivamente il territorio latinoamericano-caraibico, compresi gli sforzi, abbastanza riusciti, per porre fine ai processi d’integrazione sovrana della regione come Mercosur, Unasur (l’Argentina ne annunciava l’uscita) e il Celac. La balcanizzazione dell’America Latina è un tratto caratteristico dell’attuale geopolitica, e questo è sempre più evidente in quasi tutte le aree d’integrazione. Washington costringe a cambiare la logica dell’intervento, provocando il riassetto geopolitico in America Latina, una svolta che sarà decisiva in pochi anni quando apparirà meglio come la regione si trasformi non solo all’interno, ma anche nel rapporto coll’estero. Gli Stati Uniti usano tutte le armi della guerra ibrida e multidimensionale (chiamata di quinta generazione), dalle minacce d’intervento armato, alla guerra psicologica permanente dei mass media transnazionali e cosiddette reti digitali, al ricatto del condizionamento dei prestiti da organizzazioni multilaterali come Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale o Banca Interamericana di Sviluppo, seguendo rigorosamente i desideri politici di Washington. È così che il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patinho denunciava l’impegno del presidente Lenin Moreno col vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence, che lo condizionava ad essere in prima fila ad attaccare il Venezuela; e poi chiudendo l’integrazione sudamericana, e infine consegnando il fondatore di Wikileaks Julian Assange, “in cambio di un misero prestito dal Fondo Monetario Internazionale”, mentre si teme che il prossimo passo sarà la riattivazione dell’ex-base militare statunitense in Manta. La campagna da guerra psicologica sul caso venezuelano aveva per scopo creare identità politiche non solo contrarie, ma di renderle irrisolvibili anche dal punto di vista politico e sociale. La stessa pratica si applica a vari Paesi della regione.

Vecchi piani di balcanizzazione
Durante il secolo scorso si parlava di una teoria del complotto, il piano di Andinia, per smembrare la Patagonia da Argentina e Cile e crearvi un altro Stato ebraico. Comprendeva continue molestie ai Mapuche su entrambi i lati del confine, dividere il Brasile in diversi stati, eliminando la superpotenza dell’area, così come Colombia, Venezuela, Ecuador, Bolivia vedersi perdita e frammentazione dei loro territori in mini-Stati. Alcuni analisti sottolineano che gli Stati Uniti non sono interessati al petrolio del Venezuela, poiché è solo un mezzo per raggiungere il vero obiettivo, la divisione del mondo in due grandi blocchi: una composta da “nazioni integrate” e l’altra territorio anarchico di “nazioni non integrate” dove conflitti e caos sarebbero perenni. Per questo, la distruzione degli Stati-nazione è necessaria. La strategia è balcanizzazione e frammentazione sistematica dello Stato-nazione in mini-Stati reciprocamente ostili, un concetto che origina dalle guerre nella penisola balcanica e in particolare con la distruzione della Jugoslavia, coi rispettivi genocidi, negli anni ’90, per mano di NATO e Stati Uniti. L’idea centrale è “stimolare le differenze dove esistono e crearle dove non ce ne sono”. Ovviamente, lo stimolo separatista si ottiene coll’interferenza di forze estere e la complicità di oligarchie e poteri in tali aree. La storia conferma che nel decennio 1860, quando a seguito dell’espulsione dell’ambasciatore inglese da parte di Mariano Melgarejo, la regina Vittoria decretò che “la Bolivia non esiste”, pubblicando mappe del Sud America in cui il territorio boliviano era distribuito tra i vicini. Va ricordato che la Bolivia fu mutilata da tre guerre di conquista perdendo il 50% del territorio a favore di Brasile, Paraguay e Cile.
Un’altra occasione in cui fu discussa la soppressione della Bolivia fu durante il primo governo di Hernán Siles Suazo, quando la rivista nordamericana Time propose la “polonizzazione” della Bolivia tra i vicini, con la scusa che un Paese che viveva nel caos permanente e dove l’economia era crollata con la riforma agraria e la nazionalizzazione delle miniere, costretta a vivere di beneficenza internazionale, non doveva rimanere indipendente perché danneggiava i suoi abitanti. Un’opinione simile l’ebbe il dittatore cileno Augusto Pinochet quando affermò che la Bolivia era priva di redditività come nazione e che la migliore soluzione sarebbe stata distribuirne il territorio tra Cile, Perù, Brasile e Argentina. Questa è la “polonizzazione”, alludendo al patto Hitler-Stalin, con cui nel 1940 la Polonia fu divisa tra l’Unione Sovietica e la Germania. Tali piani furono ripetuti da vari politici neoliberisti come il genocida Gonzalo Sánchez de Lozada, che affermò che la Bolivia non era un Paese vivo. Negli anni del neoliberismo e del saccheggio subiti dal Paese c’erano molti politologi che reclamavano la stessa cosa, una menzogna ripetuta così tante volte che molti arrivavano a credere che fosse vero, che la Bolivia fosse un Paese inerte. Nel 2008 il piano di balcanizzazione portò allo scontro tra il governo popolare indigeno di Evo Morales e i sovrani neoliberali e oligarchici della cosiddetta Media Luna (dipartimenti di Santa Cruz, Tarija, Beni e Pando, alla fine Chuquisaca), che si ebbe nella regione Regione andina dall’enorme ricchezza mineraria (Potosí, La Paz, Oruro) e nelle pianure orientali con le loro élite imprenditoriali e oligarchiche; una zona ricca di idrocarburi e di produzione agro-zootecnica. Il piano secessionista fallì.
Nel caso della Colombia, l’intenzione era quella “Antioquia federale”, per cui si sarebbe perso uno dei dipartimenti più importanti del Paese, creando una nazione indipendente da Bogotà. Ma la balcanizzazione era già iniziata nel diciannovesimo secolo con la separazione della Colombia dal Venezuela e poi nel 1903 quando gli Stati Uniti divisero Panama dalla Colombia per impadronirsi del canale interoceanico colla sua importanza geostrategica: questo porto collega il Mar dei Caraibi all’Oceano Pacifico. Da parte sua, l’Ecuador doveva perdere gran parte delle coste e Guayaquil sarebbe stata una nazione sovrana.

La distruzione degli Stati-nazione
Igor Collazos sottolinea u diversi modi per ottenere la distruzione di uno Stato-nazione: enclave, intervento, secessione, regionalismo, metastasi, annessione, specializzazione, conflitti. L’enclave è occupazione e consolidamento di punti strategici, relativamente piccoli ma molto ben posizionati per il controllo, in particolare di reti di comunicazione e di trasporto; intervento, azione armata contro Stati-nazione; secessione, separazione di porzioni del territorio. Il regionalismo significa forgiare identità artificiali che enfatizzano le differenze coll’obiettivo di diffondere l’idea della secessione per ragioni apparentemente culturali. La metastasi è la crescita incontrollata di enclavi in uno Stato-nazione; annessione, sequestro di una frazione del territorio da parte di una potenza straniera; specializzazione, la promozione dello sviluppo eccessivo di una particolare attività economica di una regione per indebolirne la capacità negoziale, completamente descritta dalla teoria della dipendenza e dei sistemi mondiali, e i conflitti, col sostegno a guerre tra popoli fratelli per consolidarne la separazione.

S’inizia col Venezuela e continua con Colombia e Brasile?
Washington lavora sulla balcanizzazione del Venezuela. In primo luogo, si è tentato di creare una “zona libera” sul confine meridionale, nello Stato di Táchira, al confine col dipartimento Norte de Santander in Colombia, dove si tentò il 23 febbraio di far entrare “aiuti umanitari” degli Stati Uniti (che il Venezuela non richiese), cavallo di Troia di un’eventuale invasione in cui i colombiani ebbero un ruolo fondamentale. Oggi si creano le condizioni medianiche e oggettive per rendere lo Stato Zulia una sorta di Stato fallito, un territorio senza legge, “terra di nessuno” e in questo modo favorire l’intervento militare multinazionale con “carattere umanitario”, così che una volta avuto il controllo militare dello Stato di Zulia creare una specie di Repubblica Libera del Venezuela e formarvi un governo. Chi dirige tale guerra ibrido e multidimensionale contro il Venezuela da Washington crede che sia più fattibile occupare militarmente e portare “aiuti umanitari” solo allo Stato di Zulia piuttosto che in tutto il Paese. Zulia è una zona prevalentemente petrolifera, ma anche zootecnica, che confina con la Colombia, rendendola una zona geostrategica fondamentale. Oggi gli USA cercano di smembrare gli Stati di confine di Táchira e/o Zulia del Venezuela per formare una nuova repubblica. Non si può dimenticare che Panama era territorio della Colombia che gli Stati Uniti smembrarono nel 1903 per formare una nuova Repubblica. La teoria della balcanizzazione è ancora presente nella mente imperialista. Le dichiarazioni di Trump presumibilmente contro il presidente colombiano Ivan Duque sono garanzia del ritorno della Colombia nell’era della guerra civile, del conflitto interno, in un momento in cui il governo ultraconservatore è in crisi, con una crisi economica e sociale crescente, perdita di credibilità e duro fallimento del Parlamento sfidando parti vitali dell’accordo di pace, specialmente in relazione alla Giustizia di transizione, con la guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC). Trump criticava la controparte colombiana per non aver fermato il flusso di droga dal suo Paese e accusava la Colombia di essere una delle nazioni latinoamericane, insieme a Guatemala, El Salvador e Honduras, che mandano bande di criminali negli Stati Uniti. “Sfortunatamente il business della droga è cresciuto del 50% da quando Duque è presidente”. “I paesi che hanno alti livelli di consumo di droga devono affrontare questo fenomeno, mentre noi facciamo lo stesso in Colombia, affrontando i cartelli e le colture illecite. Mentre svolgiamo questo compito, anche altri Paesi devono affrontare il commercio di precursori chimici”, replicava timidamente Duque. Lungi dall’essere un attacco a Duque, le dichiarazioni di Trump gli forniscono gli strumenti per fare pressione sull’opinione pubblica e gli organi politici e istituzionali interni (in particolare la Corte costituzionale) per tornare alle tecniche aggressive contro i contadini ed ignorare gli accordi di pace, senza cui il plan Colombia che gli Stati Uniti finanziano, perde la ragione di essere.
È un intento duplice: uno, in modo che la coltivazione della coca, estrazione e monocoltura della palma africana non vengano abbandonate; un altro continuare a trarre profitto dalla guerra e, in breve, continuare a provare la balcanizzazione o l’ingovernabilità del Paese. Washington non vuole che la Colombia smetta di essere il fornitore economico di cocaina e crack delle classi superiori, medie e dei ghetti, utili al controllo sociale dei nordamericani. Ci sono due modelli in conflitto nel potere fattuale colombiano, dove un’oligarchia, che l’ex-presidente Juan Manuel Santos guida, con un piano di stabilità economica e diversificazione produttiva, e un’altra che scommette sul ritorno della guerra civile, che gli diede tanti benefici per sei decenni. L’uribismo, di cui Duque è il successore, cerca di riaccendere il conflitto sociale e la guerra: il superamento del conflitto significa depolarizzazione politico-sociale del Paese e, con esso, la fine dell’uribismo e del suo “entroterra” di trafficanti di droga, militari corrotti e paramilitari. Duque vuole tornare all’uso del glifosato contro le coltivazioni di coca e riprendere le misure di sradicamento forzato, ignorando le iniziative concordate coi movimenti contadini e indigeni. Per Santos la Colombia ha cercato, per 40 anni, di sradicare la coca “perché non potremo mai raggiungere gli agricoltori offrendogli alternative valide. Oggi con la pace possiamo, quindi spero che questo approccio non cambi”, aggiungendo che i coltivatori di coca devono ricevere valide alternative legali, non essere avvelenati o imprigionati”.
Le dichiarazioni del presidente brasiliano Jair Bolsonaro sono state anche molto sfortunate, ancora una volta sollevando la tesi dell’invasione, dichiarando che insieme agli Stati Uniti lavorano per dividere e creare “fessure” nell’esercito venezuelano e rovesciare il governo di Nicolás Maduro, (… ) in Venezuela. Non c’è altro modo. Perché (…) chi decide se il Paese vive in una democrazia o in una dittatura sono le Forze Armate”, aveva detto. “Cosa può fare il Brasile? Supponiamo che ci sia un’invasione militare (degli USA). La decisione sarà mia, ma ascolterò il Consiglio nazionale di difesa e poi il parlamento brasiliano per prendere una decisione”, aveva detto Bolsonaro, mentre i militari (nel suo gabinetto) cercano d’impedire la consegna della base aerospaziale di Alcántara, dalle società statali e dall’Amazzonia agli interessi statunitensi.
Piani e strategie di balcanizzazione sono nel menu delle opzioni della guerra ibrida e multidirezionale degli Stati Uniti. Pertanto, le prossime elezioni in Uruguay, Argentina e Bolivia sono fondamentali per porre fine alla politica imperiale degli Stati Uniti.

*Giornalista e massmediologo uruguaiano. Master in Integrazione. Fondatore di Telesur. È presidente della Foundazione per l’Integrazione Latino-Americana (FILA) e dirige il Centro latinoamericano per l’analisi strategica (CLAE).

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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