L’Atlantismo è il nemico

Aymeric Monville, Histoire et Societé 14 aprile 2019

Uno dei compiti principali del movimento comunista internazionale è definire l’imperialismo, o piuttosto l’imperialismo nel momento presente. È questo approccio, leniniano nello spirito, che dobbiamo oggi opporre fermamente a una lettura letterale e caricaturale dell'”Imperialismo, stadio supremo del capitalismo”, ahimè oggi troppo comune nel movimento comunista e consistente nella frettolosa ripetizione di tesi che emergono principalmente dal contesto della Prima guerra mondiale ma non nel nostro tempo. Il momento presente differisce in effetti da quello della Prima guerra mondiale in quanto siamo arrivati, nella realtà, peraltro ben vista da Lenin, dallo sviluppo iniquo degli imperialismi al dominio dell’imperialismo USA, spaziando dall’egemonia militare alla capacità di controllare il denaro a livello globale. Questo dominio ne fa la minaccia numero uno della causa popolare. Dal 1935, nel passaggio fondamentale che fu il Settimo Congresso dell’Internazionale Comunista, emerse da un certo schematismo la presa di coscienza della necessità di un’alleanza antifascista, vale a dire la designazione di un obiettivo prioritario e la fine dello slogan del disfattismo a tutto campo. Certo, le suddette democrazie occidentali non cessano di essere considerate imperialismi reali o potenziali, ma si era consapevoli del pericolo primordiale del fascismo e della necessità di un ampio fronte, come in Spagna in particolare. È questo approccio, mantenuto dal Comintern fino allo scioglimento del 1943, ad eccezione del periodo del Patto di non aggressione, imposto dal vergognoso tradimento di Monaco ma che permise la vittoria dell’Unione Sovietica poi, durante la Guerra Fredda resistette all’imperialismo occidentale che non poteva più contare sull’alleanza “di Monaco”, dato il fascismo definitivamente sconfitto. Dobbiamo quindi separare , e non solo distinguere, gli imperialismi, cioè, giocare sulle loro contraddizioni. Questa strategia è l’unica vincente. Viene prima di tutto dalla necessaria “astuzia della ragione” del proletariato la cui unica arma è l’organizzazione e la capacità di dividere il nemico, con cui Orazio avrebbe conquistato le tre Curie affrontandole una dopo l’altra. Ma non dimentichiamo che dividendo i nemici, i più irriducibili, l’uno dopo l’altro, la classe operaia trova nella lotta diversi alleati, progressisti e intellettuali, che in seguito consentiranno la costruzione del socialismo sulla base dell’ampio consenso nazionale. Ecco perché, per il momento, tutte le discussioni, frequenti nei nostri circoli, su realtà, importanza o pericolosità di un imperialismo russo o cinese, sono certamente legittime nella misura in cui Russia e Cina partecipano l’esportazione di capitali sulla base della fusione del capitale bancario ed capitale industriale nel capitale finanziario, importante criterio leniniano sull’imperialismo, ma diventa vacuo, controproducente o addirittura dubbio nella misura in cui si dice che questo vantaggio comparativo non sia tale da asservire le economie, ma porti, in ogni caso oggi, in Venezuela, come in Siria, a una garanzia della sovranità e resistenza.
Non è un caso che i principali oppositori del Presidente Maduro siano le potenze coloniali dell’era moderna (Regno Unito, Francia, Spagna, Germania, Portogallo, Paesi Bassi) e i suoi principali difensori Paesi che di più contribuirono alla decolonizzazione nel ventesimo secolo (Russia, Cina, Cuba). Tenendo conto di questo lungo periodo, Braudelian mostra anche che persino un Paese capitalista come la Russia sia legato a una rete di alleanze e interessi a lungo termine che ne fa oggi difensore della sovranità di molti Stati. Aggiungiamo anche che quando parliamo di problemi gravi come le minacce nucleari terminali (vedasi le tesi di G. Gastaud su questo argomento), il controllo dei settori chiave dell’economia cinese da parte del PCC o la destituzione, parziale certamente, di alcuni oligarchi da parte di V. Putin danno le migliori garanzie perché in questi paesi ci sia, in assenza di una leadership proletaria, almeno “un pilota nell’aereo” e non un complesso militare -industriale, vero “mostro freddo, il più freddo di tutti i freddi mostri”, la cui ascesa spaventò persino Eisenhower stesso.
È vero che un “mondo multipolare”, termine chiave nell’attuale diplomazia russa, se è uno scandalo per gli Stranamore di Washington, non è ovviamente uno slogan soddisfacente per un marxista che non mette in discussione la costituzione dei blocchi imperialisti concorrenti. Ma siamo lontani dall’esserci. Si ricorda questo fatto ovvio: la NATO ha un sistema completo di basi militari che circondano la Russia, non il contrario. Sarebbe anche fuori luogo ignorare l’eroismo di questa potenza russa che distrusse il fascismo bruno e quello verde dello SIIL, di recente, quando la nostra “sinistra” è passata al collaborazionismo di classe e alla complicità con la politica delle cannoniere da così tanto tempo. Dovremmo osare dire che preferiamo di gran lunga, nonostante le nostre riserve, i neo-gollisti russi ai social-traditori e socialimperialisti in patria? Certamente, non riduciamo l’imperialismo alla frazione egemonica di essa (la Triade). Ma notiamo che la globalizzazione è prima di tutto degli USA. È solo per vedere lo spudorato dominio globalista. Inoltre, gli imperialismi d’Europa, francese e tedesco per esempio, non hanno scelto per nulla di opporsi alla Russia come priorità. Il recente trattato di Aix-la-Chapelle e la lettera di Annegret Kramp-Karrenbauer a Macron, che ne è scaturita, dimostrano che si tratta di una ricomposizione regionale propria dell’Atlantismo e diretta principalmente contro Mosca. Il gendarme del capitale francese in Africa per conto del capitale tedesco, gendarme d’Europa che accetta, con la riattivazione della russofobia, il ruolo del capitale nordamericana quale poliziotto mondiale. Il “populismo” dell’attuale governo italiano è semplicemente una strategia che il capitalismo italiano ha trovato per resistere alla pressione dei suoi concorrenti, come dimostra l’emarginazione dell’Italia durante la guerra in Libia, col ricatto dell’uscita dell’Europa, che di fatto è solo una moneta di scambio per una successiva ricomposizione.
Un altro errore derivante da una lettura troppo meccanica e astratta dell’opera di Lenin consiste nell’affermare che qualsiasi evocazione della scomparsa o superamento del quadro nazionale sarebbe la ripresa del superimperialismo quale fattore della pace mondiale caro a Kautsky e deriso giustamente da Lenin. Certamente, tale dinamica superimperialista (o ultraimperialista) non opera ancora e lo sviluppo iniquo degli imperialismi mette ancora il capitalismo contro il suoi apparati statali nazionali. Tuttavia, è necessario allo stesso tempo osservare l’evoluzione del capitalismo monopolistico di Stato verso ciò che Samir Amin chiamava il “capitalismo dei monopoli generalizzati”. Questa evoluzione è certamente soprattutto tendenziosa e non cancella il ruolo degli Stati nella salvaguardia dei capitalismi né la loro competizione, ma spiega in parte, prendendo l’esempio più eclatante, la perdita di sovranità di cui il nostro popolo è vittima. Spiega anche in parte perché il gollismo in Francia è diventata un’opzione soggettiva e nostalgica ma non espressione di una classe, in questo caso di una borghesia nazionale capace di resistere. Inoltre, l’ultimo lavoro di Annie Lacroix-Riz, “Le élite francesi tra il 1940 e il 1944”, mostra che lo stesso De Gaulle fu un’eccezione, il suo entourage (incluso Catroux!) era molto legato all’Atlantismo. Non capire queste dinamiche significa non capire che, sebbene la Francia sia anche un Paese imperialista, il suo popolo ha bisogno di essere difeso in quanto tale.
Concludendo. Celebriamo in questi giorni il triste anniversario dei vent’anni di aggressione alla Jugoslavia dalle forze della NATO. Da quel momento in poi, fu ben considerato, e persino giudicato leninista, nel campo trotskista in particolare, respingere le forze dell’una e dell’altra. Aveva buone spalle il disfattismo! Come la rivoluzione permanente che nasconde una totale impotenza politica! Tutto questo giocò sempre a favore dei padroni statunitensi. Era lo stesso approccio ottuso che permise a LO (Lutte Ouvriere, setta trotskisra) di non votare contro il Trattato di Maastricht in nome della purezza rivoluzionaria che escludeva qualsiasi considerazione della struttura (di Stato o sovra-statale) della lotta di classe. Lo stesso vale nel mettere sullo stesso piano l’imperialismo USA e i regimi arabi laici che, nonostante i loro evidenti limiti, avevano almeno nazionalizzato il petrolio. Tale completo abbandono, con una sinistra occidentale compiaciuta, portava la maggior parte dei Paesi arabi tra miseria e caos. La classe operaia non deve astenersi dalle alleanze, come tutte le alleanze: puntuali e sulla base di mutui interessi, con forze non comuniste che difendono l’indipendenza nazionale del proprio Paese. Questa strategia si dimostrò vincente nella grande decolonizzazione del ventesimo secolo. È la coppia partito marxista-leninista e forte partito combattente con la loro organizzazione centralista e democratica, e un ampio fronte di liberazione nazionale, è la conditio sine qua non della vittoria. È la strategia del Fronte popolare che, nonostante i suoi ovvi limiti, il tradimento di Blum nei confronti della Spagna, la “pausa”, ecc. impedì l’arrivo del fascismo in Francia, la sottomissione alla Germania preparata dalla borghesia e permise che il fascismo, come “prodotto d’importazione”, venisse sconfitto più facilmente sul nostro suolo.
Il costante progresso del PRCF nell’opinione pubblica, misurato dal fatto che “Iniziativa comunista” è ora l’ottavo sito politico della Francia, mentre il nostro Polo non rinuncia ai principi organizzativi leninisti, mostra oggi che questa strategia è l’unica valida. Queste ragioni confermano, cento anni dopo la creazione dell’Internazionale Comunista, più che mai, che le tesi definite dall’Internazionale comunista di Thorez, Togliatti, Dimitrov, rimangono una pietra miliare per il futuro. È in questo che ripetiamo, col grande Gabriel Péri: “E se si dovesse ricominciare, farei così. Una voce sale dai ferri. E parla del domani”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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