Come Cina e Russia hanno sconfitto Washington nell’emisfero occidentale

Salman Rafi Sheikh, New Eastern Outlook 5.04.2019

Se prove di come l’Eurasia sfida l’ordine mondiale unilaterale post-Guerra Fredda erano necessarie, la gestione cinese e russa dell’avventura in Venezuela degli Stati Uniti potrebbe essere un buon esempio. L’agenda USA di rovesciare un regime in nome della “democrazia” non è, naturalmente, nulla di nuovo, ma il modo in cui queste due potenze eurasiatiche hanno gettato il guanto di sfida è certamente nuovo e abbastanza rivelatore sul modo in cui il centro del potere globale si sposta da “occidente” a “Oriente”. Quundi, proprio quando gli Stati Uniti costruivano “tutte le opzioni sul tavolo” per far pressione sul governo eletto del Venezuela, Mosca chiariva che “specialisti” russi erano in Venezuela secondo l’accordo di cooperazione tecnico-militare del 2001 con Caracas. Questo fu seguito dall’arrivo di un gruppo di 120 militari cinesi sull’Isola Margarita nel Mar dei Caraibi al largo della terraferma venezuelana, il 28 marzo, per fornire aiuti umanitari e militari alle forze governative. Dopo aver consegnato forniture umanitarie, le truppe del PLA cinesi furono trasferite apparentemente in una struttura militare venezuelana. La presenza di personale militare cinese è una mossa senza precedenti sfidando direttamente le tradizionali mosse egemoniche degli Stati Uniti nei confronti di Paesi presi di mira come il Venezuela, lungo la periferia nordamericana. Ma il fatto che Russia e Cina stiano sostenendo il Venezuela non solo diplomaticamente in realtà significa che non solo si coordinano strettamente in politica estera, ma non sono nemmeno preoccupate di estendere la loro presenza militare ben oltre i propri confini. Le mosse, come tali, sono globali e destinate ad avere conseguenze globali.
I principali media occidentali, come prevedibile, sottostimavano l’arrivo di truppe cinesi presumibilmente nascondendo come gli Stati Uniti abbiano già perso in Venezuela. Per essi, il Venezuela è importante non solo perché vogliono dominare la periferia, ma anche perché il Venezuela è un Paese nelle Americhe dove cinesi e russi hanno fatto molti investimenti ed hanno profondi rapporti economici. Secondo alcuni rapporti recenti, dal 2006 al 2016, la Cina forniva prestiti al Venezuela per 62 miliardi di dollari USA. Una parte enorme di questi prestiti è, naturalmente, da rimborsare con forniture di petrolio. La Russia, analogamente, stanziava 17 miliardi di dollari negli anni oltre a un nuovo accordo firmato nel dicembre 2018 secondo cui investirà 6 miliardi di dollari nei vari settori del Paese, incluso il petrolio. In questo contesto, un regime filo-statunitense in Venezuela, trasformandolo in vassallo, avrebbe certamente significato una sconfitta importante per gli interessi russi e cinesi. Mentre Russia e Cina non hanno esattamente identici interessi nel Paese, dato che la Russia vede la sua influenza come mossa per controbilanciare le mosse di degli Stati Uniti e NATO nel cortile della Russia, e la Cina vede il Venezuela come importante fonte di petrolio e investimenti, entrambi i Paesi sembrano d’accordo a che gli Stati Uniti l’avventura, dopo tutto lo scempio seminato in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia e Yemen, non gli sia permesso anche se avviene nel cortile degli Stati Uniti; quindi, il loro schieramento strettamente coordinato di personale militare, previene un possibile intervento militare statunitense. Il risultato di questa presenza di specialisti militari aveva profondo impatto su Washington. L’enunciazione di John Bolton riflette angoscia e sfida che l’Eurasia pone al dominio degli Stati Uniti: “Evitiamo con forza che attori esterni all’emisfero occidentale dispieghino risorse militari in Venezuela, o altrove nell’emisfero, coll’intento di istituire o espandere le operazioni. Considereremo tali azioni provocatorie come minaccia diretta a pace e sicurezza internazionali nella regione”.
Mentre gli Stati Uniti continuerebbero tipicamente a inquadrare la propria incapacità di agire militarmente come “provocazione russa”, la natura delle relazioni russe e cinesi col Venezuela si muta in una sconfitta strategica. La presenza di personale militare è un’indicazione. Il Presidente Maduro aveva recentemente annunciato la sottoscrizione di almeno 20 nuovi accordi con la Russia ad aprile per approfondire le loro già forti relazioni. Pertanto, gli Stati Uniti parlano di “tutte le opzioni sul tavolo” nonostante, cosa abbastanza ovvia, gli Stati Uniti non s’impegneranno a un intervento militare diretto per rovesciare il regime, mettendosi direttamente contro Russia e Cina, quindi intensificare le ostilità in un momento in cui a) lottano per porre fine alla lunga guerra in Afghanistan, b) subiscono la sconfitta in Siria, c) l’alleata più stretto, l’Europa, ha forti disaccordi sulle spese della NATO e sull’Iran e potrebbe non supportare tale mossa. Alcuni, tuttavia, negli Stati Uniti sembrano aver capito l’ovvio e consigliano al presidente degli Stati Uniti di tracciare un corso alternativo, consigli che Donald Trump sembra aver ascoltato dicendo che probabilmente avrebbe “parlare” con Putin e Xi sul Venezuela, nel senso che anche gli Stati Uniti, in realtà, vedono che l’opzione di un colpo di Stato attraverso un intervento militare è fuori discussione; quindi, una grande vittoria eurasiatica nelle Americhe. La domanda allora è: gli Stati Uniti capiscono l’ovvio che dice chiaramente che il mondo non è più destinato ad essere “gestito” dagli USA?

Salman Rafi Sheikh, analista di Relazioni internazionali e affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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