Le truppe cinesi in Venezuela sono rivoluzionarie

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 2 aprile 2019

L’arrivo di militari cinese in Venezuela è senza dubbio un evento importante nella politica mondiale. A differenza della Russia, che ha una storia di proiezione di potenza all’estero, questa è una mossa estremamente rara. Benché interessi vitali cinesi siano in gioco nella guerra contro i gruppi terroristici in Afghanistan e Siria, la Cina si era astenuta dal pubblicizzare tali dispiegamenti. I rapporti riportano che i 120 militari cinesi erano arrivati sull’isola Margarita, nel Mar dei Caraibi, al largo della terraferma venezuelana il 28 marzo, “per fornire aiuti umanitari e militari alle forze governative”. Dopo averli consegnati, le truppe cinesi furono trasferite apparentemente in una struttura militare venezuelana. Mentre la consegna degli aiuti è una delle tante missioni previste, secondo i funzionari governativi, l’arrivo del personale militare cinese fu sottovalutato dalla stampa internazionale. Secondo l’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma, il Venezuela ha importato dalla Cina armi per 349 milioni di dollari tra il 2010 e il 2014, inizialmente con equipaggiamenti meno sofisticati come radar e aerei per addestramento, veicoli blindati e pezzi di ricambio, ecc. Nel 2017 arrivavano carri armati, munizioni, uniformi ed equipaggiamenti di fanteria, oltre a parti di ricambio e servizio per pezzi di fabbricazione russa. Una settimana prima, circa 100 militari russi furono schierati in Venezuela per installare una struttura di addestramento per elicotteri militari, ma i dettagli della missione cinese non furono divulgati. Vi è uno stretto coordinamento tra Mosca e Pechino su questioni di politica estera ed è del tutto concepibile che gli schieramenti dei due Paesi siano sincronizzati. Russia e Cina hanno pesantemente investito in Venezuela, quest’ultima superando di gran lunga la prima. Secondo un rapporto del LA Times, “Nel decennio conclusosi nel 2016, la Cina prestò al Venezuela circa 62 miliardi di dollari, molti dei quali che Caracas potrebbe ripagare col petrolio. Mosca negli ultimi anni ha dato al Venezuela 17 miliardi di dollari in prestiti e investimenti, e in dicembre i due governi firmavano un nuovo accordo in cui la Russia investirà 6 miliardi di dollari nel petrolio e dell’oro venezuelani”. “Cina e Russia sono i due principali creditori del Venezuela, e sono la principale forza economica che tiene a galla il governo di Maduro, facendo la differenza tra solvibilità e bancarotta, secondo gli esperti finanziari”. È interessante notare che il rapporto LA Times, tuttavia, fece distinzione tra Cina e Russia che hanno atteggiamenti diversi verso gli impegni finanziari in Venezuela, con la Cina “più pragmatica” e la Russia “più ideologica”. Mentre per gli investimenti, Pechino cercava di ricevere materie prime, petrolio a buon mercato e altro, a Mosca veniva attribuito maggiore interesse ad “estendere la presenza militare ed istituire una testa di ponte nelle Americhe, a breve distanza dagli Stati Uniti…” “Per la Russia, investimenti e dimostrazioni militari a protezione del Venezuela è sempre stata dimostrazione di forza nel vicinato nordamericano… Il Cremlino cercava di imitare ciò che vede come politica estera di USA e NATO che s’intromette nella sfera di influenza di Mosca, come l’Europa dell’Est e l’ex-Unione Sovietica, in particolare l’Ucraina”.
In effetti, la condanna da parte di Mosca dell’interferenza degli Stati Uniti in Venezuela era considerevolmente più forte di quella della Cina, che in realtà richiedeva dialogo e risoluzione negoziata per la crisi. Molti analisti statunitensi presumevano che la Cina potesse persino perdere la fiducia nel Presidente Nicolas Maduro e mantenere un basso profilo preferendo concentrarsi sui prestiti in Venezuela e persino perlustrare accordi sottobanco. Ma tali facili ipotesi furono smentite coll’arrivo delle truppe cinesi sulla languida Isola Margherita, famosa come meta turistica per sabbia e mangrovie, windsurf e kiteboarding. Una ragione potrebbe essere, nella valutazione cinese, che anche se le tensioni aumentano in Venezuela e le incertezze restano sulla dualità del potere, si potrebbe raggiungere una criticità nel prossimo futuro col problema dei rifugiati che causa disaffezione nei Paesi vicini e senza segni che Washington allenti la pressione per il cambio di regime a Caracas, c’è anche allo stesso tempo un equilibrio od equilibrio intrinseco che prevale nella situazione dato che alcuna delle parti ha un vantaggio decisivo. È in corso una guerra di logoramento che può concludersi solo se una delle due parti perde la pazienza e costringe la resa dei conti, il che sembra improbabile al momento. Secondo gli esperti russi, mentre un sacco di scontri occulti si hanno dal parte nordamericano cogli alleati americani degli Stati Uniti, anche se si aspettano un’azione rapida e dura dagli Stati Uniti, il fatto è che non c’è volontà di chiedere l’intervento militare definitivo per cambiare il regime in Venezuela. Washington sembra temere che qualsiasi intervento militare possa rivelarsi controproducente e abbia esiti caotici e, peggio ancora, persino unire il popolo venezuelano contro gli Stati Uniti, oltre a causare turbolenze tra i Paesi latinoamericani. Ciononostante, l’arrivo del personale militare russo in Venezuela “provocava una reazione nervosa a Washington”, come osservava il Ministero degli Esteri a Mosca il 30 marzo in risposta a una aspra dichiarazione del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton contro il Cremlino che “dispiega risorse militari in Venezuela, o altrove nell’emisfero, coll’intento di stabilire o espandere le operazioni militari”. Bolton avvertiva Mosca: “Considereremo tali azioni provocatorie come minaccia diretta a pace e sicurezza internazionali nella regione”. Ma il Ministero degli Esteri russo rigettava l’avvertimento di Bolton affermando che, sebbene geograficamente, la penisola di Chukotka in Russia si trova nell’emisfero occidentale Mosca non aveva intenzione di “stabilire o espandere operazioni militari” in Venezuela. Detto questo, “qualsiasi tentativo (USA) d’intimidire la Russia con sanzioni per la legittima cooperazione col Venezuela appare assurda”. Il Ministero degli Esteri notava che gli USA “hanno fallito nei piani per un rapido cambiamento di regime a Caracas. Con la sua sicurezza, Washington deluse chi in America Latina ed Europa occidentale che si affrettarono a riconoscere un impostore, che il popolo non ha eletto, a capo del Venezuela. Facendo tale passo, si privavano di ogni spazio per la manovra diplomatica. “Inoltre, Mosca affermava di aver proposto di fare “tutto ciò che è in nostro potere” per promuovere il dialogo nazionale in Venezuela. Tuttavia, Mosca anche segnalava indirettamente che qualsiasi idea di stabilire una base militare in Venezuela vicina alle coste nordamericane è lontana dai suoi pensieri. Chiaramente, la ferma ma prudente posizione russa ha incoraggiato la Cina a passare a un ruolo apertamente attivo. Inutile dire che Russia (e Cuba) accoglieranno con favore questo cambiamento cinese.
Se la presenza russa e cubana in Venezuela era abbastanza grave per l’amministrazione Trump, l’arrivo delle truppe cinese sarà una pillola amara da ingoiare, dato il vasto coinvolgimento cinese in America Latina. In effetti, la Cina si unisce alla Russia per affermare l’intenzione di salvaguardare i propri interessi vitali in Venezuela. A dire il vero, Mosca e Pechino presero atto della recente osservazione del presidente Trump secondo cui intendeva discuterne con le controparti russa e cinese sul Venezuela, il che equivale a dire che non considera alcun intervento militare, non importa la retorica dei funzionari statunitensi. Senza dubbio, lo spiegamento cinese in Venezuela è allo stesso tempo una svolta nella crisi del Paese. A livello sostanziale, la Cina trasmise prontezza e capacità di salvare il governo di Maduro assediato. Pechino non solo notava che è interessata, ma anche affermava un’influenza globale in espansione. Certo, la Cina respinge fermamente la Dottrina Monroe. Quindi, in molti modi, ciò è un momento spartiacque nella politica mondiale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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