Washington vuole devastare la regione, dopo il fallimento della sua strategia

Aram Aharonian, CLAE 24/03/2019

Nelle dichiarazioni fatte dal settore più filo-statunitense della destra venezuelana, Julio Borges affermava che “i membri dell’opposizione sanno che nessuna uscita che proponiamo a Maduro sarà praticabile fin quando non ridaremo la libertà a Cuba”, nel tentativo di regionalizzare il conflitto, “Haitinizzare” la regione, ciò che in breve vuole Washington. Borges era quello che, su ordine degli Stati Uniti, si rifiutò di firmare un accordo tra l’opposizione e il governo a Santo Domingo, nel 2017, seguendo la sceneggiatura scritta a Washington. Il 23 marzo, due mesi dopo l’autoproclamazione a presidente ad interim del Venezuela del deputato all’Assemblea nazionale decaduta Juan Guaidó, e prima del fallimento di tale mossa della diplomazia nordamericana, ora i suoi sostenitori cercano di trasformarlo in martire. Quattro giorni prima, il capi di Voluntad Popular (a cui Guaidó appartiene), Carlos Vecchio, dichiarò durante il sequestro forzato (assalto) di una sede diplomatica venezuelana a New York che un’eventuale detenzione di Juan Guaidó avrebbe avuto “un impatto positivo” e “accelerato” il cambio di governo nella Repubblica Bolivariana. Nel frattempo, l’avvocato Roberto Eugenio Marrero, capo dell’ufficio di Guaidó, fu arrestato all’alba del 21 dal Servizio di intelligence bolivariano (Sebin), accusato di aver formato una “cellula terroristica” che pianificava attentati nel Paese coll’intenzione di “creare caos “. Il Ministro degli Interni Néstor Reverol, l’accusava di essere direttamente responsabile di tale gruppo criminale, sequestrando molte armi da guerra e denaro in valuta estera. Secondo Reverol, il gruppo aveva ingaggiato mercenari colombiani e centroamericani per attaccare i leader politici, militari, magistrati e sabotare i servizi pubblici. Mike Pompeo, segretario di Stato nordamericano, condannava l’arresto su twitter chiedend la “liberazione immediata” dell’avvocato. Parlando a Fox News, disse: “Faremo tutto il possibile per punire chi ha diretto e ordinato l’operazione”. Un modo di essere responsabile come autore intellettuale? È ovvio che la capacità di Guaidó di dividere le forze armate e produrre un colpo di Stato militare, l’invasione dei suoi vicini o òa rivolta di massa in Venezuela non andava oltre gli intenti. Secondo la costituzione venezuelana, un “presidente in carica” ha solo la funzione d’invocare le elezioni entro 30 giorni, e sono passati 60 giorni da quando si è auto-nominato. Alcun tribunale l’ha riconosciuto, non ha capacità amministrative e nemmeno un gabinetto. Diversi settori dell’opposizione eterogenea discutono la strategia volta a cambiare il governo. Molti pensano che il tentativo di creare un’immagine di potenza e la pressione sui militari per procedere a una rivolta, ribellione o colpo di Stato sia fallito. E propongono altre opzioni, puntando sul breve o medio termine.
Il comandante dell’esercito russo, Generale Vasilij Tonkoshkov, arrivò all’aeroporto di Maiquetía con una delegazione di 99 militari. Inoltre, un altro aereo dell’Aeronautica Militare russa, un An-124-100, atterrava a Maiquetía con 35 tonnellate di carico per la delegazione russa. Un avvertimento ai falchi di Washington. Nel frattempo, sorgeva una disputa parallela sul controllo delle ambasciate nei Paesi che riconoscono Guaidó presidente ad interim. La verità è che gli Stati Uniti sono l’unico Paese in cui controlla un edificio consolare. Nelle altre nazioni, gli inviati di Guaidó non possono svolgere compiti basilari come il rilascio di passaporto poiché il Registro Civile del Venezuela è ancora sotto il controllo delle autorità costituzionali. In tale panorama, nonostante la storica vittoria contro l’Argentina a Madrid, l’allenatore della squadra venezuelana, Rafael Dudamel, annunciava che avrebbe reso la sua posizione disponibile. “Abbiamo ricevuto la visita di un “ambasciatore” di Juan Guaidó in Spagna (Antonio Ecarri Bolívar). Hanno usato questa visita molto male, l’hanno politicizzata”, si lamentava. La pressione sul Paese rimane forte, date le minacce d’intervento di forze straniere e le sanzioni poste come embargo petrolifero cercando di tagliare, insieme al blocco finanziario e bancario, l’offerta del Paese in cibo e medicine e di privare l’apparato produttivo delle risorse per funzionare. I loro concentramenti hanno sempre meno coerenza. Il 21, si richiedeva la “liberazione immediata” del suo braccio destro, uno “squallido” secondo Hugo Chávez. Il suo appello allo sciopero nazionale e l’intenzione di prendere il palazzo di Miraflores non aveva alcuna efficacia, mentre la sua credibilità continua a diminuire.
Il problema è seguire le sceneggiature tradotte male dall’inglese, intraprendendo la strada dell’autodistruzione proponendo altre sanzioni contro il popolo venezuelano e insistendo sull’invasione degli Stati Uniti o fallendo quella dalla Colombia. Il Brasile, per timore di creare caos regionale, negava la partecipazione dei suoi militari e il gruppo di Lima guardava dall’altra parte dopo il fallimento dell’operazione Cúcuta. Donald Trump continua nell’escalation di aggressioni economiche, occupando e rapinando i beni del Venezuela negli Stati Uniti e avanzando sanzioni a banche e compagnie che commerciano con Caracas. La mossa d’imporre un governo parallelo in Venezuela e rovesciare il legittimo presidente non dava i risultati attesi e mostrava il clamoroso fallimento dell’operazione Cúcuta, con cui si tentava di introdurre con la forza “aiuti umanitari” dagli Stati Uniti (che nessuno aveva richiesto), con un’operazione congiunta con la presidenza della Colombia e l’appoggio di altri presidenti, come Sebastián Piñera e Mario Abdo. Tuttavia, tale tentativo d’imporre un capo di Stato parallelo, sponsorizzando simultaneamente l’ignoranza della pratica diplomatica ufficiale e violando i parametri legali stabiliti dal diritto internazionale, non dava frutti, nonostante Guaidó vociferasse di avere sostegno e riconoscimento della comunità internazionale ridotta a complice delle politiche di Washington. Il sostegno di tale “comunità” è ridotto a un riconoscimento politico poco più che legale di 43 governi, di cui 14 d’America, 28 dell’Unione europea (non tutti d’accordo con la decisione ufficiale). Il 16% dei 194 Stati-nazione che compongono le Nazioni Unite (ONU). Germania, Francia e Spagna chiarivano che la leadership di Guiadó non li convince. Gli “ambasciatori” nominati da lui non sono riconosciuti ufficialmente, ma solo come rappresentanti dell’autoproclamato.
L’Inter-American Development Bank (IDB), guidata dal neoliberista colombiano Luis Albero Moreno, annunciava che il delegato nominato da Guaidó, economista Ricardo Hausman, rappresenterà il Venezuela all’assemblea annuale dell’organizzazione in Cina. Ma doveva sospendersi dopo il rifiuto di Pechino di concedere un visto ad Hausman. Nonostante il passo insolito tentato dall’IDB, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) riconosceva, il 21 marzo, che “non c’è ancora chiarezza” tra i suoi Paesi membri sul possibile riconoscimento di Juan Guaidó come presidente del Venezuela e notava che non previsto un voto sulla questione nel Consiglio di amministrazione. Nel frattempo, Citigroup annunciava che depositerà poco più di 200 milioni di dollari del Venezuela in un conto statunitense, importo che rappresenta l’eccedenza del credito concesso alla Banca Centrale di quel Paese nel 2015. A Ginevra, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite approvava a larga maggioranza una risoluzione presentata dal Venezuela a nome del Movimento dei non allineati sugli effetti negativi delle misure coercitive unilaterali (sanzioni) sui diritti umani. In gran parte della popolazione si sono insediati e rafforzati sentimenti di odio, morte e distruzione; Una potente emotività invadeva ogni sfera della vita, di fronte a passività individuale, sociale e culturale. Il ruolo primordiale gioca il potere mediatico, fortuna della “macchina discorsiva” che nutre intenzionalmente tale soggettività politica, scatenando paure, dolore, assenza di solidarietà, odio, invidia, risentimento, vendetta, crudeltà e morte. Da tale piattaforma soggettiva, Guaidó si lancia e l’opposizione parla del costo politico quando, enfaticamente, afferma “per noi non è un costo (…) è un investimento sul futuro”, e facendo appello a tali tristi passioni, finiva con una minaccia: “siamo disposti a tutto ciò che è necessario per la libertà (…) Non abbiamo paura”. In quel contesto, come sconfiggere la logica della guerra, come allontanarsi dalla prassi violenta nella rappresentazione e partecipazione? Come ricostruire il tessuto sociale? Come si aprono nuove prospettive su convivenza, dialogo, consenso?, chiedeva la sociologa Maryclean Stelling.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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