Storia del sabotaggio elettrico in Venezuela

Mision Verdad 20 marzo 2019

Nota del redattore: tra il 7 e il 10 marzo 2019, il Venezuela subiva un sabotaggio incentrato sul computer della principale centrale idroelettrica (El Guri, Stato di Bolívar), risultando nell’interruzione più lunga del servizio elettrico nel Paese nella storia recente La brutalità dell’attacco e suo impatto sulla vita sociale del Paese era direttamente proporzionale alle aggressioni in campo economico, finanziario e diplomatico testimoniate dal Paese per mano di Stati Uniti ed alleati da diversi anni. Dall’inizio del uovo tentativo di cambiare il regime coll’auto-proclamazione di Juan Guaidó il 23 gennaio, si potrebbe dire che il sabotaggio elettrico era la manovra più violenta e aggressiva, poiché alterava significativamente il normale funzionamento della società venezuelana e dimostrava che la guerra contro il Paese non discrimina tra affiliazioni ideologiche. Così, la redazione di Misión Verdad presenta una ricostruzione di quei momenti di buio, in cui la contingenza del Paese, le notizie false e la propaganda umanitaria, interruzione e recupero del servizio, richieste di violenze e l’autorganizzazione del popolo e delle famiglie si avevano in ogni ora del blackout, nella nuova battaglia per la pace e la convivenza, dove ancora il Chavismo vince contro le pretese per una guerra civile di Washington.

Il preambolo: minacce di intervento e fallimento del “piano Guaidó”
L’escalation della destabilizzazione contro il Venezuela intrapresa con questa nuova fase dal gennaio di quest’anno, cercava di trascinare il Paese in guerra. Tra le minacce d’intervento militare, il 23 gennaio, Stati Uniti ed alleati riconoscevano Juan Guaidó come “Presidente della Repubblica”, passando sopra la Costituzione venezuelana e oltre 6 milioni di venezuelani che nelle elezioni del 20 maggio 2018 fecero vincere Nicolás Maduro. Negli ultimi due mesi tutti i meccanismi per soffocare il Paese s’inasprivano. Dai conti bancari alle attività della Repubblica furono congelati dal governo degli Stati Uniti. Eccezionale in questi casi, il blocco di 1,2 miliardi di dollari in oro di proprietà del Venezuela nella Bank of England e la confisca di CITGO, sussidiaria della PDVSA sul suolo statunitense. Il denaro venezuelano che gli Stati Uniti rapinavano è calcolato a 30 miliardi di dollari, usando come scusa la “protezione” delle risorse per consegnare al “governo” artificiale di Juan Guaidó. Anche i meccanismi di accerchiamento diplomatico e mediatico furono accelerati, con l’obiettivo di isolare il Paese internazionalmente. Come nei tragici casi di Libia e Siria, entrambi Paesi obiettivo degli interventi degli Stati Uniti, l’uso della diplomazia e della propaganda come armi da guerra implicano una miscela esplosiva e pericolosa. Ma il piano subiva diversi fallimenti. Uno di questi ebbe luogo il 23 febbraio, giorno in cui si usò la farsa degli “aiuti umanitari”, cercando di creare una frattura nelle Forze armate nazionali bolivariane (FANB) e quindi rovesciare Nicolás Maduro. L’armamentario “umanitario” col concerto Aid Venezuela a Cúcuta e la natura apparentemente pacifica degli “aiuti ben intenzionati”, si esaurirono in poche ore con le violenze sui ponti e il tentativo di entrare di gruppi violenti che cercavano di tendere un’imboscata al confine con la Colombia. La guerra irregolare, mercenaria, acquisì così una sfumatura visibile e innegabile. Tuttavia, il Paese mantenne la calma e l’istituzione militare rimase coesa ed imperturbabile, abbattendo e sconfiggendo il piano della destabilizzazione, la promozione del caos e la propagazione del conflitto interno. Da questo punto, l’esaurimento che l’agenda golpista contro il Venezuela subiva divenne molto più evidente. Il media finanziario nordamericano Bloomberg indicava che essendo in Colombia, Juan Guaidó aveva programmato di visitare le capitali europee, ma i funzionari statunitensi gli ordinarono di tornare in Venezuela “per approfittare dello slancio che ancora rimaneva” e, in quel modo, “cercarne l’imprigionamento” in modo che nuove reazioni della forza degli Stati Uniti potessero esplodere. Sapevano che correvano contro il tempo e avevano bisogno di stimolare l’intervento militare. Allo stesso tempo, i media nordamericani sottolineavano che l’esaurimento del colpo di Stato era visibile. La presenza di Guaidó è sempre più ridotta nella sfera interna del Venezuela e all’estero. Il Paese non cedeva alle violenze. Mentre l’integrità politica istituzionale venezuelana era in linea col Presidente Maduro e la possibilità della cosiddetta “cessazione dell’usurpazione” fu sempre più distante. Nel frattempo, nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, il Venezuela infliggeva gravi sconfitte all’agenda degli Stati Uniti col doppio veto russo e cinese contro una bozza di risoluzione che cercava di aggravare le interferenze nel Paese.
Questi elementi descrivono una corsa contro il tempo in cui gli Stati Uniti vedono ogni giorno l’incapacità di realizzare il colpo di Stato istantaneo con pressioni e destabilizzazioni. Con azioni di guerra che cercano di produrre non solo il rovesciamento di Maduro, ma anche la frattura della società venezuelana per aprire la strada all’intervento. Ecco perché, in Venezuela, elementi precisi della guerra irregolare in sviluppo, tentando di passare alla fase di guerra aperta, prendono sempre più forma. In tale contesto, il recente attacco al sistema elettrico nazionale si aveva il 7 marzo. Il peggioramento della guerra contro il Venezuela implicherebbe la variabile del sabotaggio su vasta scala per produrre maggiore erosione nella sicurezza del Paese, che verrebbe estesa alla popolazione col degrado delle condizioni di vita. Questi sono elementi essenziali per continuare a costruire il resoconto della “crisi umanitaria” che renda possibile l’intervento militare. Infatti, una settimana dopo l’attacco elettrico, il segretario di Stato Mike Pompeo affermava che il governo del suo Paese insisterà sull’entrata di “aiuti umanitari”, che ora comprendono il caos. Poi, col sabotaggio elettrico, si capiva a cosa si riferiva Mike Pompeo.

Attacco al sistema elettrico nazionale: dati concreti
Verso le 17:00 del 7 marzo, ci fu un calo dei sistemi di alimentazione elettrica essenziali in oltre l’80% del territorio nazionale. Il blackout fu improvviso e generale. Il Ministro dell’Elettricità, Luis Motta Dominguez, informato nel più presto possibile che si trattava di sabotaggio della principale centrale idroelettrica venezuelana nella diga di Guri, Stato di Bolívar. Il Presidente Maduro, nella prima apparizione al Paese, riferì che l’attacco al sistema elettrico nazionale avveniva attraverso tre modalità. Il primo, hackerando il computer e i sistemi di controllo. Questi sistemi sarebbero stati invasi elettronicamente “lasciando gli schermi dei computer spenti”, affermava il presidente. Per le 11 dell’8 marzo, indicava che gli attacchi furono effettuati dalle città nordamericane di Houston e Chicago, sostenendo che il governo statunitense era responsabile dell’attacco informatico. La seconda modalità di attacco era l’uso di dispositivi a impulsi elettromagnetici. Dispositivi altamente sofisticati di guerra elettronica, che miravano ai sistemi di trasmissione e alla piattaforma di controllo per disabilitarli, un problema che avrebbe generato un sovraccarico del sistema e sua caduta. Il terzo tipo di attacco sarebbe stato fisico contro le piattaforme intermedie di distribuzione elettrica. Ci furono cinque attacchi a quattro sottostazioni, con poco tempo a separarne ognuna in questi eventi, proprio nei giorni in cui si tentava di riprendere e stabilizzare la fornitura di energia elettrica. Nel pieno dell’attacco, la rivista statunitense Forbes pubblicava un appunto di Kalev Leetaru che affermava fosse “molto realistico” affermare che il governo degli Stati Uniti avesse lanciato un attacco informatico contro il sistema elettrico venezuelano. Questo editorialista, specialista in intelligenza artificiale e Big Data, dichiarava testualmente che “L’idea di uno Stato straniero che manipola la rete elettrica per imporre un governo di transizione è molto reale”, aggiungendo che tali modalità di attacco “sono sempre più discusse nelle comunità di sicurezza nazionali (statunitensi) come tattiche legali e legittime per minare uno Stato straniero”. Leetaru aggiunse che “data la preoccupazione del governo degli Stati Uniti col governo venezuelano, è probabile che Washington abbia già una presenza profonda nella rete nazionale delle infrastrutture del Paese, il che rende relativamente facile interferire con le sue operazioni”. La posizione di questo autore di Forbes è coerente con quello successo in Venezuela. Il sabotaggio su larga scala diventa quindi componente essenziale del logoramento delle autorità venezuelane e della popolazione in generale.
Un’altra conferma che ciò che succedeva in Venezuela all’inizio di marzo non fosse semplicemente un blackout causato da mancanza di manutenzione dell’impianto elettrico e che, in effetti, dietro la caduta di tutti i servizi energetici c’era un attacco su larga scala, secondo la portavoce del Ministero degli Esteri della Russia Marija Zakharova, che affermava che il blackout fu organizzato dall’estero da persone che conoscevano il sistema elettrico nazionale, citando fonti che conoscevano i sistemi tecnici, affermando che l’operazione del blackout fu condotta con una “complessa azione a distanza” contro il sistema di controllo delle principali centrali elettriche, dotate di apparecchiature fabbricate in Canada: “Tutti gli algoritmi operativi e i punti vulnerabili dell’apparecchiatura di quei sistemi erano ben noti all’organizzatore diretto dell’aggressione”. Zakharova affermava anche che la responsabilità per le conseguenze del blackout, inclusa la morte delle persone per mancanza di elettricità negli ospedali, ricadeva su chi aveva ordinato l’attacco.

Profezie, festeggiamenti negli Stati Uniti e notizie false
Durante i giorni dell’attacco al sistema elettrico venezuelano, le reazioni di gioia non si attesero dai principali funzionari nordamericani attivi nella destabilizzazione del Venezuela: Mike Pompeo, segretario di Stato; John Bolton, consigliere per la sicurezza della Casa Bianca e Marco Rubio, senatore repubblicano dello Stato della Florida. Rubio fece diverse “profezie” sull’attacco, affermando il 6 marzo, che nelle prossime ore “la popolazione venezuelana soffrirà una grave carenza di cibo e benzina”. Questo 48 ore prima dell’attacco. A mezzogiorno del 7 marzo, durante un’audizione alla sottocommissione per i rapporti con gli affari esteri del Senato incentrata sul Venezuela, il senatore Marco Rubio avvertiva che la nazione “entrava in un periodo di sofferenza che alcuna nazione aveva affrontato nella storia moderna”. Ciò fu detto cinque ore prima del sabotaggio elettrico che lasciava il Venezuela senza servizi, dimostrando di essere stato informato di cosa sarebbe accaduto quella notte. Ancora prima che il Ministro della Comunicazione Jorge Rodríguez, informasse i media sulla portata dell’attacco al sistema elettrico, Rubio dichiarò su twitter che “i generatori di riserva si sono spenti”, senza nascondere l’emozione per un secondo. L’informazione privilegiata che Rubio aveva al momento dell’attacco, oltre alla profezia di ore prima, suggerisce il suo collegamento all’attacco elettrico. L’8 e 9 marzo, il senatore era dedito a rallegrarsi per il black-out e fu uno dei promotori del racconto che indicava che la caduta del sistema elettrico era dovuta ad “inefficacia” del governo venezuelano. Allo stesso tempo, Juan Guaidó, che si può considerare un agente statunitense in terra venezuelana, disse su twitter che “la luce tornerà in Venezuela quando l’usurpazione sarà cessata”, con un chiaro atto di estorsione contro la popolazione venezuelana che subiva tali attacchi. Marco Rubio e Juan Guaidó, chiaramente articolati in questa narrativa, lanciarono false notizie su presunte morti di neonati presso l’Ospedale universitario di Maracaibo, nello Stato di Zulia ed altri ospedali del sistema sanitario pubblico nazionale. Allo stesso tempo, diverse ONG, come Codevida, ripetevano per l’estero, varie notizie non confermate su morti, caos e fine dell’ordine pubblico nel territorio nazionale, creando un’immagine squilibrata e manipolata degli eventi, sostenendo il tema della “crisi umanitaria”. Ong come Codevida ed altre, rispondendo alle direttive di Marco Rubio, affermarono che 80 neonati erano morti insieme a più di 200 persone. Questa cifra fi smentita dalla presidentessa dell’Associazione medica dello Stato di Zulia, Dianela Parra. Nel frattempo, Mike Pompeo annunciò sui social network che il Venezuela era “senza medicine, senza cibo, ora senza elettricità e presto, senza Maduro”, approfittando del sabotaggio elettrico per intensificare le pressioni contro Maduro, assieme ad Eliott Abrams che disse in un’intervista radiofonica che il blackout era un’opportunità per continuare la politica del cambio di regime. Nel frattempo e nelle ore del blackout, John Bolton dichiarò che l’esercito venezuelano avrebbe dovuto “accettare l’amnistia di Guaidó”, attuare il colpo di Stato contro il Presidente Maduro, tentando di nuovo d’incrinare l’integrità del FANB e promuovere movimenti incontrollati nell’entità che al contrario si unì al lavoro di stabilizzazione e protezione del sistema elettrico nazionale. Ai fini dei media stranieri e diversi attori politici allineati contro il Venezuela, la situazione del Paese in quei giorni di oscurità serviva ad approfondire l’argomentazione della “crisi umanitaria” ed indicare un Paese “nel caos”. Componenti essenziali nella narrativa interventista USA. Di fronte alla caduta dell’elettricità e di diversi sistemi di comunicazione dal Venezuela, era evidente che la disinformazione dilagasse e molti media si dedicassero alla disinformazione diffondendo le accuse dei funzionari statunitensi.

I giorni critici del blackout: ricadute e ripresa del sistema elettrico
Il blackout coincise col culmine della giornata lavorativa della maggioranza della popolazione. Il traffico era influenzato dall’assenza di semafori operativi. Nelle città con trasporti sotterranei come Caracas, Los Teques, Valencia e Maracaibo, il trasporto via terra fu sovraccaricato dalla popolazione che non poteva utilizzare quel sistema. Allo stesso modo, l’inoperosità del sistema ferroviario che collega Valles del Tuy con Caracas collassò le linee terrestri. Il sistema telefonico fu interessato e solo chi era a portata dei ripetitori con sistema di alimentazione alternativo potevano comunicare col cellulare. Molti seppero, grazie alle stazioni radio, che il blackout era nazionale. Chi aveva l’auto poté usarla come fonte di energia per ricaricare i cellulari e ascoltare la radio. Le informazioni ufficiali sul sabotaggio nella centrale idroelettrica di El Guri si sovrapponevano a un’intensa campagna fatalista, specialmente intorno ai centri sanitari, anche se il governo aveva attivato piani di emergenza per la sicurezza sin dalla prima notte. Polizia e Guardia Nazionale bolivariana, oltre che il sistema sanitario, supervisionarono attivazione e funzionamento delle centrali elettriche predisposte a tale scopo e garantirono la fornitura di acqua con le autocisterne. Per molti, la prima notte fu di rifugio, aspettativa e riserva. L’8 iniziò con la conferma che il sabotaggio era di vasta portata, le attività accademiche e il lavoro furono sospesi, la notizia di un graduale e progressivo recupero del servizio, a cominciare dagli Stati orientali del paese, fi comunicato in via ufficiale ed extra-ufficiale; eppure, per molti ci fu una seconda notte al buio. Il 9 marzo mattina, con la significativa ripresa del servizio, si ebbe un nuovo blackout generalizzato. Più tardi si seppe che c’era stato un nuovo attacco. A svantaggio della mancanza di elettricità, l’impossibilità di svolgere le attività posticipate che cominciavano a diventare importanti e/o urgenti, come rifornirsi di benzina, acquistare cibo e aver acqua potabile, cominciarono a sommarsi. La fornitura di benzina era influenzata dal fatto che le pompe avessero una centrale elettrica o meno, il sistema bancario non funzionava o funzionava male, influenzando l’attività commerciale; A Caracas, anche le imprese furono colpite dal fatto di non avere personale al completo e, ultimo ma non meno importante, l’acqua potabile nella maggior parte delle aree del Paese era condizionata dall’impossibilità di attivare pompe senza elettricità; solo quelle comunità con risorse idriche a monte potevano continuare a affidarsi al servizio.
Gli operatori politici dell’opposizione venezuelana guidati dal deputato Juan Guaidó, invece di assumere un atteggiamento collaborativo e sostenere la comunità per superare la crisi, colsero l’occasione per amplificare ansia ed angoscia e cercare di istigare crimini per le strade, incoraggiando violenze e saccheggio che non si estesero. L’attacco cibernetico contro il computer della Corpoelec nella centrale idroelettrica di Guri e contro quello di Caracas di seguito, furono definiti dal Presidente Maduro come operazioni elettromagnetiche e, contemporaneamente, sabotaggio di infrastrutture di supporto che sovvertivano il recupero allo scopo aumentare la scommessa su un collasso generale e irreversibile. Il Presidente Nicolás Maduro pose l’accento su uno dei sabotaggi diretti di tale operazione di tre fasi: l’esplosione delle sottostazioni elettriche a Baruta e El Hatillo, che causarono incendi nelle prime ore dell’11 marzo. Gran parte di Caracas subì una nuova interruzione di corrente. Il Ministro delle Comunicazioni Jorge Rodríguez aggiunse al registro delle installazioni colpite da attacchi programmati, il sabotaggio alla centrale termoelettrica di Tacoa nel Vargas. Lì tagliarono il gas che alimentava la stazione, provocando un’esplosione e impedendone il funzionamento come elemento di contingenza del blackout nella capitale. In Venezuela esiste un sistema di generazione di energia mista: la centrale idroelettrica che alimenta la maggior parte del Paese e la centrale termoelettrica, e nella capitale, avendo gran parte della popolazione concentrata, si nutre di entrambe le fonti. Rodriguez spiegò che se il blackout si verificava per motivi fortuiti “facilmente la Grande Caracas avrebbe potuto alimentarsi da Tacoa”. Altre esplosioni di trasformatori furono segnalate nel Paese, interessando principalmente la regione occidentale. A Zulia, un’esplosione fu segnalata il 12 nel pomeriggio, nel settore di Las Cabillas del comune di Cabimas. Questo Stato aveva anche sofferto azioni violente e irregolari che colpirono diverse imprese. Anche nella municipalità di Larud di Cabudare, l’esplosione di un’altra sottostazione avvenne l’11, causando maggiori ritardi nella ripresa della luce nell’area.

Le conseguenze fisiche del blackout e gli appelli alla violenza di Guaidó
Le conseguenze immediate dopo la caduta di sistemi e sottosistemi elettrici si distribuirono in modo diversificato sul territorio nazionale col passare delle ore, generando gravi situazioni di avversità, disagio nella maggior parte dei casi e resilienza in molti altri. Vari media nazionali come El Universal e El Correo del Orinoco riferirono del crollo nella capitale del traffico veicolare, poiché la perdita di energia elettrica si verificò nelle ore di punta. Le operazioni della metropolitana di Caracas furono fermate e la popolazione dovette spostarsi a piedi o con altri mezzi per tornare a casa, il 7. La perdita di elettricità comportò il crollo di piattaforme e sistemi di pagamento elettronico, generando gravi complicazioni per i consumatori nel Paese nelle ore successive al blackout. Questa caduta si estese nei giorni successivi, poiché le piattaforme bancarie videro i servizi di autogenerazione esauriti dai generatori elettrici quando le ore di lavoro passarono. Punti di vendita crollati, combinati con le persistenti carenze del flusso di cassa, complicarono gli acquisti essenziali tra la popolazione l’8 e 9 marzo. Furono colpite anche vendite e movimentazione di merci deperibili come carne e verdure. La Federación Nacional de Ganaderos riportò la perdita di circa 2 milioni di chilogrammi di carne bovina durante il blackout nei macelli. Nelle famiglie, molte scelsero il barbecue e consumare questi alimenti il ??prima possibile. In alcune città dalle alte temperature, i disagi erano anche maggiori, città come Maracaibo, dove l’uso di condizionatori d’aria è comune, le avversità erano più alte che in altre città. Il servizio idrico fu interessato in città e paesi che dipendono dalle pompe idrauliche per la fornitura. Una parte enorme del territorio nazionale. Ci fu anche la caduta delle piattaforme di comunicazione telefonica e internet in tutto il Paese, in modo circostanziato e intermittente in alcune città. I server CANTV, ABA, Movilnet, Digitel e Movistar, che dipendono dalla trasmissione da antenne con batterie, videro il progressivo calo dei segnali mentre la potenza degli accumulatori si esauriva nelle ore e nei giorni seguenti. Furono colpite anche le piattaforme di servizi via cavo, le piattaforme satellitari come DirecTv furono escluse dai guasti. Molte famiglie e aziende con impianti elettriche poterono accedere a servizi televisivi nazionali e stranieri coi segnali satellitari. In molte città fu segnalata la caduta dei segnali radiotelevisivi aperti. Molte stazioni non hanno impianti elettrici e chi che le ha consumava carburante per farle funzionare. Il blackout fu oltre che elettrico, informativo, dato che le poche emittenti si dedicarono a trasmettere la musica in violazione dell’obbligo di informare la popolazione sugli eventi in corso. Le cadute dei sistemi di comunicazione e dello spettro radioelettrico servirono da scusa, così che in molte regioni del Paese, specialmente nella regione andina, incertezza e disinformazione prevalessero su ciò che stava accadendo. Un ulteriore apporto alle variabili della guerra irregolare in corso, voci, false informazioni e distorsioni sugli eventi permearono la società, in molti casi conducendo parte della popolazione a reazioni nervose. Nello Stato di Zulia furono segnalati saccheggi da parte di gruppi violenti dei depositi delle società popolari: birra, bibite e altre bevande furono derubate. Juan Guaidó su twitter giustificò il saccheggio verificatosi in alcune strutture indicando che “la fame” guidava tali azioni.
Molte stazioni di servizio non disponevano dell’impianto elettrico per la fornitura di carburante e questo contribuì seriamente al crollo delle fornitura. Code per la benzina furono osservate in luoghi del Paese in cui non erano comuni e la mobilità della popolazione fu seriamente compromessa. Anche il flusso di carburante fu utilizzato per alimentare le centrali elettriche. Avverando la profezia che si autorealizzava di Marco Rubio sul collasso di benzina e cibo. Nonostante la continuità del sistema di fornitura del carburante della PDVSA negli impianti di distribuzione e nelle cisterne, mitigando l’impatto, trasporti e cibo rallentarono. In alcune città furono segnalate barricate e violenze stradali, all’unisono con l’appello a saccheggio e violenze di Guaidó e di altri volti noti dell’opposizione venezuelana, cercando di provocare reazioni tra la popolazione e chiamando i loro accoliti a diffondere il caos. Fu così che la componente violenta, ampiamente respinta dalla grande maggioranze nazionale, apparve in modo circostanziale in vari assi urbani riproducendo le violenze di strada, sfondo e scenario per presentare il “Paese nel caos” usato come input dai promotori dell’intervento in Venezuela. Tuttavia, le violenze non prosperarono come previsto. Il blackout lasciò molti a casa.
Già l’11 marzo, le informazioni ufficiali e il parziale ed intermittente ripristino della fornitura di energia elettrica in diverse città nel Paese, contribuirono notevolmente alla calma e al recupero dell’immensa maggioranza della popolazione, accudendo alle proprie famiglie attraverso aiuto, solidarietà e riparo. L’informazione circolava su diverse piattaforme cellulari e in TV sul recupero del sistema elettrico, calma generale e assenza di ampia destabilizzazione compromettenti l’integrità nazionale. L’11 marzo, il Presidente Nicolás Maduro informava il Paese delle azioni delle Forze Armate Nazionali Bolivariane nella contingenza, nello spiegamento dei dispositivi di sicurezza e nella dichiarata sconfitta dell’attacco elettrico. Il presidente incaricava i militari di fornire carburante agli impianti del centro sanitario nelle aree ancora colpite e osservava il progressivo ripristino delle piattaforme di comunicazione e altri servizi dipendenti dal sistema elettrico. Da quel punto, Maduro chiariva, di fatto, che era il governo bolivariano e non un altro ad avere efficace potere e gestione assumendosi i compiti di normalizzare la vita quotidiana. Un’enorme sconfitta del piano degli attacchi, che prevedeva frammentazione del Paese ed “enorme” sofferenza della popolazione. Questi obiettivi non furono raggiunti. Lo smantellamento degli attacchi, in tempo “record”, data la loro gravità, fu fondamentale per chiarire la sicurezza strategica integrale che governa l’amministrazione bolivariana. Il ritorno alla normalità nella maggior parte del territorio nazionale indicava la normalizzazione del sistema elettrico e il superamento delle grandi vulnerabilità. La ripresa ed avviamento per via manuale della elettricità, ricordava il recupero dei computer della PDVSA nel 2003 durante il sabotaggio petrolifero, questa volta, con maggiore rapidità e chiarezza sulla particolarità e gravità del caso. La sconfitta dell’attacco elettrico, secondo il Presidente Maduro, era oggi uno degli eventi più significativi nel salvataggio della popolazione in generale, vittima di un atto terroristico su larga scala coll’intenzione di minare governabilità, stabilità politica e coesione sociale.

La reazione del popolo: il lavoro congiunto tra persone e governo
L’entità dell’attacco elettrico avrebbe comportato il collasso totale del Paese, materializzando lo “Stato fallito” che l’antichavismo internazionale invoca per giustificare l’aggressione militare diretta, se non fosse stata per la mobilitazione immediata del governo stabilizzando la situazione e l’umore dei venezuelani affrontando i problemi, superandoli e costruendo soluzioni creative. Le testimonianze di solidarietà trascendono l’aneddoto. In tutto il territorio, il consenso generale non fu battuto dall’angoscia stabilendo piani familiari e di quartiere per affrontare i bisogni più urgenti. Sebbene il Chavismo mostri esperienza nell’organizzazione popolare e del suo spirito, ai tempi del blackout buona parte dell’avversario comune che partecipava agli appelli a violenze, non lo fece. In gruppi di vicini, le persone risolsero la preparazione del cibo, spesso raccogliendo legna da ardere, perché la fornitura di gas era chiusa. Individuarono aree vicine dove poter accedere all’acqua pulita per la pulizia personale e domestica. A disposizione c’erano le auto per effettuare trasferimenti di emergenza e anche cellulari e telefoni fissi funzionati per comunicare coi parenti e tenersi informati dei progressi del lavoro nel complesso di Guri. Il precedente lavoro dei Comitati locali di approvvigionamento e produzione (CLAP) va evidenziato. In alcuni Stati la distribuzione di cibo e gas domestico continuò anche con difficoltà delle comunicazioni. I leader dei CLAP avevano raccolto i dati sulle caratteristiche specifiche del loro quartiere: numero di abitanti, bambini e anziani, malati, cibo, accesso all’acqua potabile e gas dei membri di ciascun gruppo familiare. Furono di supporto per avere una mappa delle aree più forti e più precarie, consentendo ad ogni comunità di agire di conseguenza. In questo modo, il governo poté coordinarsi con questa organizzazione e ridurre i danni. Altri gruppi organizzati aiutarono lo Stato nei piccoli compiti per sostenere la vitalità delle persone più colpite. Un esempio fu ciò che successe all’ospedale JM de los Ríos, dove oltre a garantire l’attenzione medica ai bambini ricoverati, furono visitati da artisti fornendo in modo efficace ore di calma nell’incertezza. Allo stesso modo l’unione militare-civile era presente nell’offensiva chavista. Il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, evidenziò lo spiegamento dei diversi organi delle Forze Armate Nazionali Bolivariane per ripristinare i servizi di base e proteggere la popolazione venezuelana. Un’immagine straordinaria che lasciava il panorama del sabotaggio elettrico, erano le notti, che lungi dall’intimidire i cittadini abituati ad essere chiusi nelle loro case illuminate da televisioni e computer, fu da ornamento per feste improvvisate in cui i bambini giocavano al buio mentre gli adulti si davano il cambio nel proteggere il cibo, socializzare informazioni nei punti di assistenza medica, locali commerciali e farmacie operative. Incontri essenziali per respingere la demoralizzazione. Ogni particolare storia rivela un comportamento della società modellato dalle prove del Chavismo nella partecipazione popolare così come dalle caratteristiche più elementari dell’istinto venezuelano. Era la parte del tessuto sociale con lo stile di vita più modesto che dava l’esempio della resistenza nell’attacco più prolungato e massiccio della guerra contro il Venezuela. Un forte contrasto col saldo negativo lasciato dall’introduzione del Today Dollar come modello da emulare. Le “soluzioni” di tale settore imprenditoriale consistevano nel privatizzare i servizi nei momenti di crisi, le immagini circolavano sui social network: a vendere ghiaccio, acqua, candele ed elettricità in valuta estera.

Stabilizzazione finale, conteggio dei danni e ritorno della normalità
72 ore dopo l’attacco, la città di Caracas si riavviava la luce nella maggior parte dei quartieri e nelle ore successive si aggiunsero gli Stati orientali, centrali e meridionali. L’asse occidentale subì ritardi, estendendo la stabilizzazione 24 ore dopo a Táchira, Mérida, Trujillo, Zulia e Lara. Cinque giorni dopo i continui colpi ad altre sottostazioni e sabotaggi paralleli a quello della diga di Guri, impedendo la stabilizzazione del sistema elettrico nazionale, l’intero Paese era riuscito a tornare alla normalità. La mobilitazione degli sforzi fu quindi concentrata sul sostegno di una campagna di uso razionale dei dispositivi elettrici nelle case, per sostenere il processo di rirpresa nazionale e ripristinare l’acqua potabile. I sistemi Tuy I, II e III che riforniscono la città di Caracas (dalla popolazione più numerosa) furono riattivati all’inizio del 12 marzo normalizzandosi il 13. Nelle reti, si cercò di viralizzare l’idea che le persone non ricevessero misure ausiliarie, sebbene ciò accadesse, mostrando immagini che sembravano provenire dal fiume Guaire, affluente inadatto al consumo. Un rapporto del team di Catia TV dimostrava che ciò era falso. Infatti, furono create cisterne per trasferire il servizio di acqua potabile alle comunità, organizzate nei consigli comunali, che parteciparono ai lavori, dove le persone non erano paralizzate, coordinandosi coi vicini per accedere a fonti di acqua pulita e rifornire case a forza di secchi e carriole. Sebbene il blackout di quei giorni fosse risentito in tutto l’entità, i programmi sociali ripresero il proprio corso una volta che le comunicazioni furono pienamente operative. La politica di assistenza alimentare dei CLAP fu rafforzata dagli ordini del Presidente Nicolás Maduro, al fine di bloccare i tentativi di peggiorare le ferite riportate dopo lo shock elettrico. Gli appelli ai saccheggi non ebbero grande ricezione. Al contrario, l’11 la distribuzione delle scatole CLAP fu riattivata. Per la sicurezza nazionale, furono attivati dispositivi di spionaggio popolare per smantellare gruppi che, col pretesto di dara la colpa del sabotaggio elettrico al governo nazionale, organizzarono violente proteste chiudendo le strade e complicando ulteriormente la situazione. Prima di questo, Freddy Bernal chiese di formare comandi di emergenza nelle parrocchie per porre fine a questi tentativi di alterare l’ordine pubblico. D’altra parte, le FANB annunciarono il completamento delle Esercitazioni di Azione Globale “Ana Karina Rote” per la protezione delle persone e dei servizi strategici della Nazione, che furono eseguite il 0 e 10 marzo, per perfezionare la di difesa integrale del sistema elettrico e idrico, prevedendo possibili ripetizioni dell’agenda internazionale contro il Venezuela nella modalità cibernetica.
Il bilancio ufficiale presentato dal Ministro Jorge Rodríguez fu favorevole, nonostante il fatto che il cyberattacco al centro di generazione elettrica causasse perdite per 877 milioni di dollari alla nazione venezuelana. La classe imprenditoriale che confessò la perdita economica causata dal piano di cambio del regime antipolitico che sostiene, non vi sfuggiva. La federazione nazionale degli allevatori di bestiame del Venezuela (Fedenaga) registrò un costo per il blackout di 1,4 milioni di dollari. 1 milione di chilogrammi di formaggio e 900000 chilogrammi di carne furono distrutti dalla mancanza di refrigerazione. Altri 6 milioni di litri di latte furono danneggiati in attesa della ripresa elettrica. Da parte sua, la società Ecoanalítica dichiarò che le perdite per il paese furono di 875 milioni di dollari, con un danno giornaliero di quasi 100 milioni di dollari, riducendo dell’1% il prodotto interno lordo. I locali commerciali furono bersaglio del vandalismo, specialmente nello Stato di Zulia e, in misura minore, a Lara, Monagas, Miranda e Barinas. Mentre l’agenda dell’opposizione nazionale era giustificare tali crimini per esporli al mondo come conseguenza della crisi sociale scatenata dal blackout, le forze della sicurezza nazionali furono incaricate di proteggere il settore dei piccoli commercianti. Lunghe ore di intensi sforzi da parte della maggioranza della popolazione venezuelana, guidata dall’esecutivo nazionale, hanno consolidato una risposta efficace. Una settimana dopo l’attacco, sono ripresi lavoro pubblico e privato, commercio, produzione e attività industriali (tipiche di un Paese stabile). Nelle strade, c’è una serie di persone che ha superato il blackout indotto e la memoria collettiva ora sa come comportarsi in uno scenario simile a quello vissuto da Paesi in guerra, ma in assenza di bombe.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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