La genuflessione a Trump di Bolsonaro disgusta i militari brasiliani

Juraima Almeida, CLAE 20/03/2019

Durante la prima visita ufficiale come Capo dello Stato, il presidente brasiliano di estrema destra Jair Bolsonaro realizzava il sogno di incontrarsi in privato coll’ammirato Donald Trump, per assicurarlo di persona del cambiamento radicale della politica estera del proprio Paese, allo scopo di diventare il principale alleato strategico di Washington nella regione. Dopo aver scambiato le maglie del calcio con Trump, Bolsonaro aveva accettato tutto ciò che fu proposto: l’eliminazione dell’obbligo del visto consolare per i cittadini statunitensi entrando nel territorio brasiliano, senza reciprocità dagli Stati Uniti; autorizzò l’uso della base militare missilistica di Alcántara e accettò tutte le richieste con la promessa d’intensificare gli scambi bilaterali. E tornava con una manciata di promesse: sostegno all’ingresso del Brasile nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), in cambio della rinuncia alla condizione di cui gode nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), dove il Brasile è considerato economia in via di sviluppo, coi benefici che tale situazione garantisce. Tornava tra il crescente disagio dei comandanti militari. Ciò che nessuno potrà spiegare è ciò che ha commesso nella visita, col suo ministro della Giustizia, Sergio Moro, alla CIA (la prima volta che un agente straniero visitava il centro d’intelligence); se veniva firmato un impegno di cooperazione. Solo l’accordo coll’FBI per combattere “il traffico di droga, il riciclaggio di denaro e il terrorismo”. Va ricordato che tali capi amano mettere i movimenti sociali nella categoria dei terroristi. Nel viaggio di gennaio al Forum economico di Davos, aveva commesso molti errori, esponendosi al ridicolo, ma questa volta un entusiasta Bolsonaro ribadiva l’impegno a combattere il socialismo e il comunismo in Brasile e in tutto l’emisfero, e quando gli fu chiesto dell’eventualità che il suo governo collabori a un intervento militare in Venezuela, rispose grevemente che “ci sono alcuni problemi strategici che, se divulgati, non sono più strategici”. Nello sforzo di tracciare un parallelo tra la sua carriera e quella di Trump, aveva detto che crede nella trasformazione del suo Paese “per mano di Dio”, a cui fece riferimento durante un discorso improvvisato? “Crediamo in Dio, siamo contrari al politically correct, non vogliamo l’ideologia del genere (…) “Vogliamo un grande Brasile come Trump vuole una Grande America”, (in riferimento allo slogan trionfante “Make America Great Again”). La verità è che la visita di Bolsonaro a Trump aveva scarsa copertura dalla stampa locale e fu evidenziata solo da due media (Los Angeles Times e CNN). Altri due vi diedero importanza secondaria (Bloomberg e The Washington Post), quattro l’hanno messa come notizia di scarsa rilevanza (The New York Times, The Wall Street Journal, Fox News e MSNBC), e uno (USA Today) semplicemente l’ignorava.

Generali preoccupati
Il tono adottato negli Stati Uniti dal presidente Jair Bolsonaro sul sostegno a un’eventuale azione militare contro il Venezuela suscitava allarme tra i generali delle forze armate, che temono di essere impegnati ad aiutare Washington nella missione di rovesciare il governo costituzionale di Nicolás Maduro, una frattura del sostegno della leadership militare al governo, dopo la promessa elettorale di consentire l’installazione di una base nordamericana in Brasile. Nei loro gruppi WhatsApp, i militari si scambiavano impressioni sui discorsi di Bolsonaro. La versione che il Brasile potrebbe offrire aiuto logistico a una qualche invasione o azione degli Stati Uniti, è inaccettabile per la maggioranza della leadership della difesa brasiliana, secondo il giornale conservatore Fila de Sao Paulo. Si recò negli Stati Uniti accompagnato dalla famiglia e dal suo principale consigliere militare, il generale Augusto Heleno, ministro della Sicurezza istituzionale e comandante della forza delle Nazioni Unite ad Haiti, e il portavoce Otávio do Rêgo Barros, generale che all’interno dell’esercito moderò le parole del presidente quando disse che “la democrazia esiste solo perché l’esercito lo vuole”. Se l’orientamento del governo brasiliano cambiasse, sarebbe una vittoria per l’ala ultraconservatrice del governo e della cerchia di Bolsonaro, come il ministro degli Esteri colombiano-brasiliano Ernesto Araújo, e il consigliere internazionale del presidenziale Filipe Martins, che hanno già affrontato il vicepresidente, generale Hamilton Mourão, che fu addetto militare in Venezuela e membro del governo che si oppone a qualsiasi azione non diplomatica nella crisi venezuelana, già manifestandosi contrario a un intervento. Bolsonaro affermava che “la stragrande maggioranza degli immigrati non ha buone intenzioni”, affermazione nella liste di diatribe contro donne, minoranze e omosessuali, forse per adulare il proprio ospite, sempre più aggressivo sul controllo dell’immigrazione. Ciò che Bolsonaro tentò a Washington fu riconquistare il ruolo di alleato strategico privilegiato degli Stati Uniti in Sud America, in seguito al clamoroso fallimento della Colombia, complice prescelto dai falchi trumpisti per tentare l’invasione del Venezuela. Brasile e Stati Uniti non sono mai stati così vicini, aveva detto Trump, annunciando misure più severe contro il Venezuela (subito il dipartimento del Tesoro annunciava misure contro la compagnia mineraria statale Minerven); ripetendo che “tutte le opzioni sono sul tavolo” e chiedendo ancora “ai membri dell’esercito venezuelano smettere di sostenere Maduro, che in realtà non è altro che un burattino cubano”. Washington crede che il buon legame tra esercito venezuelano e brasiliano possa aiutare a propiziare un colpo di Stato. Da parte sua, Bolsonaro, pranzava con Steve Bannon, guru dell’estrema destra ed ex stratega di Trump e visitava il quartier generale della Central Intelligence Agency. E diceva di aver parlato con la controparte per permettere all’esercito statunitense di posizionarsi in Brasile, al confine col Venezuela. Per approfittare del soggiorno a Washington, Bolsonaro analizzava anche la crisi venezuelana con Luis Almagro, segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani. Nei social network brasiliani, si criticava duramente il presidente per aver eliminato i visti agli statunitensi che viaggiano in Brasile senza reciprocità degli Stati Uniti, e per le dichiarazioni a sostegno della controversa politica sull’immigrazione di Trump.

L’accordo spaziale
L’accordo spaziale veniva firmato presso la Camera di commercio di Washington. La base di Alcántara, nello Stato di Maranhao, ha una posizione ideale per i lanci, poiché molto vicina alll’Equatore, consentendo di risparmiare il 30% del carburante o trasportare più carico. Ma l’accordo deve essere approvato dal Congresso, e molti settori nazionalisti lo considerano un rischio per la sovranità. Costruita nel 1983, il Centro di lancio di Alcántara aveva la limitazione che non venisse utilizzata da altri Paesi. Col nuovo Accordo di salvaguardia tecnologica (AST) che consente agli Stati Uniti di lanciare satelliti per scopi pacifici da questa base, il Brasile si aspetta una pioggia di investimenti (centinaia di milioni di dollari, secondo il colonnello Carlos Moura, presidente dell’Agenzia spaziale brasiliana), quando la sovranità del Paese è a rischio. L’esercito brasiliano non è d’accordo con questa cessione di sovranità per dei dollari. Secondo l’AST, solo persone designate dalle autorità statunitensi avranno accesso alla tecnologia degli Stati Uniti. In cambio, il Brasile riceverà l’affitto della base. L’accordo deve essere approvato dal Congresso. Negli ultimi anni, la base fu limitata a voli suborbitali (fino a 100 chilometri di quota) e missili sperimentali. Le compagnie nordamericane (Saces of Elton Mus, Galactic Virgin di Richard Brandon e Blue Origin, di Jeff Bezos) sanno che da Alcantara possono compiere voli spaziali. Il mercato spaziale movimentò tre miliardi di dollari nel 2017, secondo i dati ufficiali. Gli Stati Uniti detengono circa l’80% della tecnologia del lancio satellitare (più di 40 lanci commerciali vengono effettuati ogni anno). Un progetto simile fu già bloccato (alla fine del 2000) dal Congresso per minaccia alla sovranità nazionale, ritenendo che l’area sarebbe stata amministrata dagli Stati Uniti, date le restrizioni all’accesso brasiliano a qualsiasi tecnologia nordamericana. Si recò a Washington pieno di regali e omaggi tornando con qualche promessa.

*Ricercatore brasiliano, analista associato al Centro latinoamericano per l’analisi strategica (CLAE)

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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