Crimini inglesi in Malesia

60 anni fa crimini coloniali inglesi, tra cui campi di concentramento, massacri e decapitazioni furono denunciati da questo giornale
Matt Florence, Morning Star

Dal 1948 al 1960 le giungle della Malesia (ora Malaysia) ospitarono guerriglieri comunisti che intrapresero la guerra di indipendenza. Il conflitto fu noto come “l’emergenza malese” piuttosto che guerra in Malesia, quindi gli assicuratori continuarono a coprire le società inglesi che estraevano profitti dalla miseria. Come tante lotte anticoloniali dell’epoca, i ribelli furono precedentemente finanziati e addestrati dagli inglesi per combattere il Giappone durante la Deconda guerra mondiale, Chin Peng, il leader comunista, fu personalmente decorato con la OBE dal Supremo comandante alleato Ammiraglio Mountbatten. Soprannominato “Vietnam della Gran Bretagna” da alcuni storici e giornalisti, l’esperienza inglese in questa guerra gettò le basi per il coinvolgimento degli Stati Uniti in Vietnam: i militari inglesi alla fine sconfissero i guerriglieri solo ricorrendo ai metodi più brutali e inumani a disposizione. Tali metodi inclusero, ma non si limitarono, a rinchiudere la popolazione di 500000 cinesi della Malesia nei campi di concentramento chiamati “Nuovi villaggi”, ad incendiare terreni agricoli per affamare le aree rurali, sterminio di interi villaggi, come il famigerato massacro di Batang Kali, ed istituzione di una politica di terrore contro la popolazione malese. All’apice del terrore, gli inglesi fotografavano i combattenti indipendentisti giustiziati, stamparono le foto dei loro cadaveri mutilati su milioni di volantini lanciati dagli aeroplani. Tra questi crimini c’era la politica d’uccidere i combattenti indipendentisti e decapitarne i cadaveri. L’esistenza di tale politica fu negata dal governo ma fu svelata quando il 28 aprile 1952 il Daily Worker, che in seguito divenne Morning Star, pubblicò le foto delle decapitazioni.
Non solo i militari inglesi permisero tali decapitazioni, ma impiegarono i cacciatori di teste tribali Dyak del Borneo per svolgergli tale compito. Il governo inglese inizialmente negò che le decapitazioni fossero autentiche, ma finì per ammetterle dopo che il Daily Worker pubblicò una seconda serie di fotografie il 10 maggio 1952, mostrando ulteriori prove.
Questa polemica non passò inosservata al Parlamento che svolse un dibattito alla Camera dei Comuni. Questo alla fine attirò l’attenzione del Gabinetto che tenne una discussione sulle fotografie delle decapitazioni del Daily Worker. L’esposizione delle fotografie alla fine cambiò la politica inglese verso la guerra, ma non in modo positivo. Invece di promettere di cessare le decapitazioni, il governo inglese passò sulla difensiva difendendo pubblicamente tali azioni come necessarie per sconfiggere il comunismo. La giustificazione più nota era che le decapitazioni erano necessarie per l’identificazione perché l’attrezzatura fotografica non funzionava nel clima umido delle giungle malesi. L’ovvio problema di tale giustificazione era che, se l’attrezzatura fotografica non funzionava, allora da dove venivano le fotografie delle decapitazioni? Perché i soldati inglesi posavano e sogghignava con le teste delle loro vittime? Purtroppo, nonostante l’oltraggio al pubblico inglese, le decapitazioni non cessarono; continuarono ad essere parte della politica coloniale inglese verso i malesi fino alla fine della guerra nel 1960. Tuttavia, l’impatto sulla percezione pubblica del colonialismo e dell’impero inglese non va sottovalutato, gettando le basi della solidarietà cogli emergenti movimenti anticoloniali che apparvero nei successivi due decenni: il mito dell’impero inglese come influenza civilizzatrice su barbari selvaggi svanì con una sola immagine.
li Stati Uniti appresero, assai diverse, lezioni dall’emergenza malese. In Vietnam seguirono l’uso inglese dei defolianti chimici e copiarono il sistema dei campi di concentramento dei “nuovi villaggi” rinominato “Insediamenti strategici”. Tuttavia i vietnamiti non erano frammentati sul piano etnico e religioso come il popolo malese, e questo metodo d’occupazione dei villaggi in contrapposizione agli insorti locali fu molto meno efficace. A differenza della Malaysia, i vietnamiti avevano anche il sostegno da Unione Sovietica e Cina, il che significò che metodi di assedio e sottomissione che funzionarono in Malesia furono molto meno efficaci in Vietnam. Dal Vietnam ai giorni nostri, le avventure militari dell’imperialismo lottano per nascondere la realtà brutale nell’invadere ed occupare nazioni più deboli, dal massacro di My Lai ad Abu Ghraib. Invece si concentrano sulle spiegazioni da “soluzione della fotocamera nella giungla”, non importa quanto poco plausibilmente, per salvare le coscienze di chi sta a casa. Risposte ed alternative politiche della stampa di sinistra, quindi, rimangono cruciali oggi come nel 1952.

Matt Florence è uno storico dell’Oxfordshire che studia l’emergenza malese.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Un commento su “Crimini inglesi in Malesia

  1. cullicoides zanzara il said:

    la lista de las brutalidades cometidas por el colonialismo INGLES(europeo no es menos)deberìan
    ser constantemente enseñadas en todos los medios posibles.Desde la escuela hasta los oratorios
    tan abundantes en Europa.
    Ante èstos crìmenes,no hay indemnizaciones,a las victimas ni a las naciones objetos del colonialismo,como no las hay actualmente con los parientes de los asesinados por la alianza sionista-anglo-USA (Turquia,Sauditas y Kataries)en Libia-Siria-Yemen,Afghanistan,Palestina.

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