Perché la nuova Via della Seta cinese terrorizza l’occidente?

Andre Vltchek, New Eastern Outlook 20.02.2019

La neve scende sui larghi marciapiedi della storica città di Xi’an, ma la gente non sembra essere turbata dal freddo pungente. Una delle più antiche città della Cina, Xi’an, è ora vibrante, ottimista e straordinariamente bella. I marciapiedi sono pavimentati con pietre costose e dispongono di spazio sufficiente per pedoni, biciclette elettriche, piante, alberi e pensiline per autobus. I tentativi del Partito Comunista di trasformare la Cina in una “civiltà ecologica” sono visibili ad ogni passo: gli alberi sono venerati e protetti, si è incoraggiati a camminare a piedi, mentre i trasporti pubblici efficienti, super moderni sono estremamente economici ed ecologici: metropolitana ed autobus elettrici. Tutti gli scooter sono elettrici, così come i tricicli destinati al trasporto di passeggeri tra le stazioni della metropolitana. Rispetto alla maggior parte delle città asiatiche, ma anche di Stati Uniti ed Europa, le metropoli cinesi, tra cui Xi’an, sembrano una sorta di aree urbane del futuro. Ma non sono “impersonali”, né atomizzate. Sono costruite per il popolo, non contro. Xi’an è dove iniziò la vecchia Via della Seta, collegando la Cina all’India, all’Asia centrale e al Medio Oriente. Ha un significato speciale e un profondo simbolismo nella storia cinese, ed è essenziale per il presente e il futuro della Cina. Xi’an è la più antica delle quattro antiche capitali e sede dell’esercito di terracotta dell’imperatore Qin Shi Huang. Questo enorme sito del patrimonio mondiale è un simbolo titanico di lealtà, resistenza e ottimismo. Secondo la leggenda, l’intero tremendo esercito seguì il suo comandante verso l’altra vita, pronto a difenderlo, a lottare per lui e, se necessario, a offrire l’ultimo sacrificio. Cosa significa veramente tutto ciò? È solo un imperatore che questi coraggiosi guerrieri sono pronti a sacrificare le proprie vite, col sorriso sui loro volti? O è la nazione, o forse anche l’intera umanità che sono determinati a difendere? Qualunque cosa sia, è enorme, e vedere le dimensioni del monumento manda brividi su tutto il corpo.
A una cinquantina di chilometri, nella stazione nord della città di Xi’an, l’esercito dei treni più veloci del mondo è schierato su innumerevoli piattaforme. Questi bellissimi treni proiettili collegano Xi’an con Pechino, Shanghai e presto, Hong Kong. Alcuni già accelerano verso la città di Zhangye, il primo passo della ferrovia della nuova Via della Seta che proseguirà presto verso la punta nord-occidentale della Cina, Kashgar. E Kashgar si trova a soli 100 chilometri dal confine col Kirghizistan e a 150 chilometri dal Tagikistan. Se qualcuno pensa che la Cina sia semplicemente un Paese dell’Asia settentrionale, lontano dal resto del mondo, dovrebbe pensarci due volte. Nel centro di Xi’an c’è un quartiere vivace, simile a quelli che si trovano in qualsiasi vivace città del Medio Oriente. C’è una Grande Moschea, un bazar e infinite corsie di bancarelle colorate, laboratori di gioielli, ristoranti e trattorie halal. Molte donne qui indossano abiti colorati e foulard, mentre gli uomini si coprono la testa cogli zucchetti. La parte occidentale della Cina è un vivace mix di culture del nord e dell’Asia centrale. E l’antica capitale della Cina – Xi’an, è ben conosciuta e ammirata per l’identità multi-culturale. Come l’ex-Unione Sovietica, la Cina comunista è un Paese enorme e diversificato.
E all’occidente non piace quello che vede. Odia quei treni ad altissima velocità che, a una velocità incredibile, oltre che a buon mercato e comodi, coprono distanze di migliaia di chilometri. Odia dove vanno: verso le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, e presto, si spera, verso Afghanistan, Pakistan, Iran, Russia e un giorno, forse persino India. Odia lo spirito ottimista del popolo di Xi’an, così come le politiche ambientali sagge e allo stesso tempo all’avanguardia della Cina. Odia che in città come Xi’an non ci siano baraccopoli, senzatetto e mendicanti: che invece di pubblicità, ci siano bei dipinti con messaggi che mettono in risalto le virtù socialiste, tra cui uguaglianza, patriottismo, rispetto reciproco, democrazia e libertà. Detesta che la maggior parte delle persone qui sia determinata, sana, di buon umore e ottimista. L’occidente odia appassionatamente il fatto che la Cina sia essenzialmente comunista, con un’economia pianificata centralmente e politiche sociali di enorme successo (entro il 2020, la Cina eliminerà le ultime sacche di povertà estrema), e si adopererà anche per la civiltà ecologica. La Cina sfida la propaganda occidentale, che incide nel cervello delle persone che ogni società socialista sia grigia, uniforme e infinitamente noiosa. Rispetto a una città come Xi’an, anche le capitali europee sembrano noiose, deprimenti, sporche e arretrate. Eppure la Cina non è ricca, non ancora. Almeno sulla carta, (leggi: usando le statistiche prodotte prevalentemente da Paesi ed organizzazioni controllate da Washington, Londra e Parigi), il suo HDI (Human Development Index, compilato dall’UNDP) è lo stesso della Thailandia. Mentre il contrasto tra i due Paesi è sorprendente. La Thailandia, una società feudale glorificata dall’occidente, dato lo strenuo appoggio durante la guerra del Vietnam e la sua rotta anticomunista, soffre di infrastrutture collassate (nessun trasporto pubblico fuori da Bangkok, aeroporti orribili e sistema ferroviario mostruoso), una urbanistica di tipo ‘indonesiano’ (o assenza), baraccopoli urbane, ingorghi infiniti e praticamente alcun controllo del governo sui traffici. In Thailandia la frustrazione è ovunque e il tasso di omicidi è di conseguenza persino più alto che negli Stati Uniti (pro capite, secondo i dati INTERPOL), mentre in Cina è uno dei più bassi del mondo. Ma soprattutto, l’occidente odia la crescente influenza della Cina sul mondo, in particolare tra i Paesi per secoli brutalizzati e saccheggiati da corporazioni e governi europei e nordamericani. Ed è spaventato che alla fine capiscano perfettamente che la Cina è decisa a fermare ogni forma d’imperialismo e ad eliminare la povertà in tutti gli angoli del mondo.
Xi’an è dove le vecchie e nuove Vie della Seta hanno i punti di partenza. La nuova è chiamata Belt Road Initiative (BRI) e molto presto rappresenterà decine di migliaia di chilometri di ferrovie e strade che collegano e attraversano Asia, Africa ed Europa, tirando fuori dalla miseria miliardi di uomini, donne e bambini. Una volta completata, tutti ne trarranno beneficio. Ma non è questo che piace all’occidente. “Tutti i benefici” è un concetto totalmente estraneo, persino ostile, almeno nelle capitali occidentali. Solo l’occidente, oltre a quei pochi paesi ‘scelti’ ed obbedienti (come Giappone, Corea del Sud e Singapore) sono stati, fino ad ora, autorizzati a prosperare, formando un club di nazioni rigorosamente “solo su appuntamento”. La Cina vuole che tutti siano ricchi, o almeno non poveri. La maggior parte degli asiatici ama l’idea. Gli africani l’amano ancora di più. La nuova elegante stazione ferroviaria di Nairobi, in Kenya, è un nuovo simbolo, la promessa di un futuro migliore. Le linee del tram ad Addis Abeba, la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità che attraverserà il Laos, sono tutte meraviglie inimmaginabili solo pochi anni fa. Il mondo cambia, soprattutto grazie agli sforzi determinati da Cina e Russia nel distruggere definitivamente il colonialismo occidentale (il “progetto” iniziato così bene subito dopo la Seconda guerra mondiale, ma, eccetto che sulla carta, mai completato).
Xi’an sta sorgendo. In occidente, dicevano che la vita in Cina migliora, ma solo a Pechino, Shanghai e Guangdong. Più tardi dissero, per la costa del Pacifico, OK, la vita è migliore, ma andate ad ovest… Seguirono Xi’an, Chengdu, Kunming e altre città. Poi, i propagandisti si sono raggruppati: “Le città cinesi stanno bene, ma la campagna soffre”. Poi venne il piano del Presidente Xi, “Civiltà ecologica” e riforme decisive volte a migliorare gli standard e qualità di vita in tutto il Paese più popoloso della Terra. Nel 2018, per la prima volta nella storia moderna, c’era la migrazione inversa dalle città alle aree rurali cinesi. Bisogna ripetere ancora e ancora, finché non affonda nei cervelli delle persone: dopo il 2020, non ci sarà alcuna miseria estrema in Cina. Nel nostro prossimo libro “La Cina e la civiltà ecologica”, un dialogo tra me e il filosofo John Cobb Jr. che ha lavorato a stretto contatto col governo cinese in materia di ambiente e istruzione, spiegava: “Confrontando il successo della Cina nel prestare attenzione al benessere del suo ambiente naturale e ai cittadini bisognosi con quello dei Paesi europei, la mia ragione di scommettere sulla Cina è che ho una certa fiducia che manterrà il controllo governativo su finanza e corporazioni in generale. Se lo fa, può anche controllare i media. Pertanto, ha la possibilità di far sì che le società finanziarie e industriali servano il bene nazionale come percepito dal popolo di non essere al loro servizio. I governi meno centralizzati sono meno in grado di controllare società finanziarie e altre società i cui interessi a breve termine possono entrare in conflitto col bene comune”. Questa potrebbe essere la ragione principale per cui l’occidente è inorridito, e cerca di antagonizzare la Cina con tutti i mezzi: se la Cina avrà successo, il colonialismo crollerà, ma anche il corporativismo che, come un mostro delle favola, divora ogni cosa che vede.
Di fronte a migliaia di determinati soldati di terracotta, ho sentito l’enormità della Cina. Ho immaginato centinaia di milioni di uomini e donne che costruivano la nazione; milioni di cantieri, non solo in Cina, ma anche all’estero. Ho ricordato i miei vicini a Nairobi, quando vivevo in Africa, ingegneri cinesi ottimisti, ben educati ma duri, che ogni notte facevano esercizio insieme. Mi è piaciuto, ho ammirato il loro spirito. Per me, erano come i soldati di terracotta di oggi: coraggiosi, determinati e leali. Fedeli non all’imperatore, ma all’umanità. Non militari, ma persone che costruiscono un mondo assai migliore in tutti gli angoli del globo, spesso con le proprie mani. Nonostante il rancore al vetriolo e il nichilismo scagliatigli dall’occidente. A Xi’an ero di fronte alla vecchia porta, dove tutto cominciò molti secoli fa; la vecchia Via della Seta. Ora, tutto torna qui, con un grande ciclo. Il nuovo inizio. Faceva freddo. Iniziava a nevicare. Ma ero immensamente felice di esserci, e mi sentivo vivo e pieno di ottimismo per il futuro dell’umanità. Feci alcuni passi simbolici. Milioni lo fecero prima di me. Milioni, di nuovo, presto.

Andre Vltchek è filosofo, romanziere, regista e giornalista investigativo. È creatore di Vltchek’s World in Word and Images e autore du diversi libri, tra cui la Cina e la civiltà ecologica. Scrive soprattutto per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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