Alleanza Blasfema: Emirati Arabi Uniti ed USA inviano i capi dello SIIL in Yemen?

Alexander Rubinstein, Mint Press 5 marzo 2019

L’alleanza di fatto tra Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Aqap e ora presumibilmente SIIL nello Yemen portava a uno dei peggiori disastri umanitari della storia moderna,.
Ali Abdullah al-Bujayri, un politico yemenita membro di spicco del fallito governo transitorio delle Nazioni Unite e ambasciatore dello Yemen in Iraq dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, accusa gli Emirati Arabi Uniti di aver trasferimento terroristi dello SIIL nello Yemen. “Gli Emirati Arabi hanno recentemente trasferito un capo dello SIIL, Abu Baqr al-Zuqri (nazionalità sudanese), nome di guerra Qaybar al-Sumali, dall’Iraq ad Aden nello Yemen per reclutare e rafforzare lo SIIL nello Yemen”, affermava al-Bujayri ai media del Qatar. Dopo il rovesciamento del cosiddetto califfato dello SIIL, con Raqqa come sua capitale, l’organizzazione terroristica ha preso piede in numerosi altri Paesi. In Afghanistan, Russia e Iran accusavano gli Stati Uniti di contribuire a facilitare la diffusione del gruppo. Nonostante la perdita di territorio in Iraq e Siria, “lo SIIL era ancora attivo in dieci Paesi nel 2017″, secondo il rapporto dell’Indice del Terrorismo Globale 2018 dell’Institute for Economics & Peace, che afferma ulteriormente: “Il crollo dello SIIL in Iraq e Siria ha spostato le attività del gruppo altrove, in particolare nelle regioni del Maghreb e del Sahel, in particolare Libia, Niger e Mali, e nel sud-est asiatico, in particolare Filippine”. Nel 2017, la presenza del gruppo terroristico fu avvertita in molti angoli del mondo. Il rapporto afferma: “Lo SIIL ha commesso attentati in 286 città bel mondo in quattro regioni diverse: Asia-Pacifico, Europa, MENA [Medio Oriente e Nord Africa] e Russia ed Eurasia.” Tuttavia, quelli più duramente colpiti dal gruppo terroristico furono principalmente nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Il rapporto concludeva: “Di tutti gli attacchi dello SIIL, il 98% degli incidenti e il 98% dei decessi avveniva nella regione MENA. Il 90% di tutti gli attacchi terroristici e l’81% delle morti legate al terrorismo dello SIIL si avevano solo in Iraq”. Queste cifre, tuttavia, non includono il capitolo dello Stato islamico in Afghanistan, indicato come gruppo Qurasan (SIIL-K), né include gli affiliati in Egitto. La campagna degli Stati Uniti con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Aqap e ora presumibilmente SIIL nello Yemen portava a uno dei peggiori disastri umanitari nella storia moderna, con vaste porzioni della popolazione a rischio di fame, milioni di sfollati e decine di civili e bambini uccisi, riferiva MintPress New . Mentre i rapporti della coalizione a guida saudita con la filiale yemenita dello SIIL rimangono in gran parte inesplorati, i principali partner hanno legami con al-Qaida nel Paese. Yale alleanza diabolica era volta a deporre gli huthi, vedendo la coalizione, di cui il presunto governo democratico degli Stati Uniti è membro senza autorizzazione del Congresso, lavorare a braccetto con al-Qaida.

Guidare cerchie ciniche
Poco si sa della presenza dello SIIL nello Yemen, col numero di combattenti che si ritiene siano qualche centinaio, secondo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti condussero 36 attacchi aerei contro gruppi terroristici nel Paese nel 2018, ma la stragrande maggioranza colpiva la prima affiliata di al-Qaida, al-Qaida nella penisola arabica (AQAP), e gli Stati Uniti non colpirono lo SIIL in Yemen dal gennaio 2018. Mentre lo SIIL attaccava huthi e sciiti nello Yemen, non ha un territorio. AQAP, d’altra parte, controlla vaste aree del sud-est. Secondo l’Indice del terrorismo globale, “la provincia di Aden-Abyan dello Stato islamico è attiva principalmente nella provincia costiera meridionale di Aden, mentre l’AQAP è attivo nelle province di Abyan e Lahij e Ansar Allah in Taiz e Marib”. Altre affiliate dello SIIL esistevano una volta nello Yemen ma da allora sono scompare. Mentre estensione e natura delle relazioni degli Stati Uniti con lo SIIL nello Yemen non è chiara, il rapporti col rivale regionale AQAP, meglio descritto come “frenemies”, è più noto. A dicembre, il Congresso degli Stati Uniti votò la fine al sostegno della guerra dell’Arabia Saudita allo Yemen, ma gli Stati Uniti rimangono autorizzati a combattere sul suolo yemenita a causa dell’Autorizzazione dell’utilizzo della forza militare del 2001 (AUMF). Questo documento forniva la copertura degli Stati Uniti per la guerra in Siria. Il disegno di legge consente l’uso della forza contro i gruppi associati agli attacchi dell’11 settembre, e lo SIIL era in modo tenue legato ad al-Qaida. Tuttavia, gli Stati Uniti sono membri della coalizione guidata dai sauditi da anni. Tale partnership divenne sgradevole per opinionisti e pubblico durante l’estate, quando una bomba prodotta dagli Stati Uniti fu utilizzata dall’Arabia Saudita contro un autobus provocando la morte di 40 bambini. Mentre AQAP è il nemico apparente degli Stati Uniti, sembra essere amico dell’amico per lo meno. A febbraio fu rivelato che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti consegnarono armi degli Stati Uniti ai combattenti di al-Qaida nel Paese. La CNN riportava: “Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, principali partner nella guerra, usavano le armi fabbricate dagli Stati Uniti come forma di valuta per comprare la lealtà delle milizie o tribù, rafforzare gli attori armati scelti ed influenzare il complesso panorama politico. Una di queste milizie legate all’AQAP, la brigata Abu Abas, ora possiede veicoli corazzati Oshkosh di fabbricazione statunitense, sfilati in una parata del 2015 nella città. Abu Abas, il fondatore, fu dichiarato terrorista dagli Stati Uniti nel 2017, ma il gruppo gode ancora del sostegno della coalizione saudita e fu assorbito dalla 35.ma brigata dell’esercito yemenita sostenuta dalla coalizione. Nell’ottobre 2015, le forze fedeli al governo si vantavano sui media di Arabia Saudita ed Emirati Arabi che i sauditi avevano lanciato missili anticarro TOW fabbricati negli USA sulla stesso fronte in cui l’AQAP era noto operasse all’epoca”. La speculazione secondo cui la coalizione guidata dai sauditi collaborava coi terroristi fu finalmente legittimata dai media mainstream d’estate, quando l’Associated Press rivelava che “la coalizione siglò patti segreti coi combattenti di al-Qaida, pagando alcuni per lasciare le città e lasciando altri di ritirarsi con armi, equipaggiamento e mazzette di denaro rubato, [mentre] altre centinaia furono reclutati dalla coalizione stessa”. Incredibilmente, l’AP lo svelò che, “I partecipanti chiave dei patti dissero che gli Stati Uniti sapevano degli accordi ed evitarono tutti gli attacchi dei droni… Le milizie sostenute dalla coalizione reclutavano attivamente militanti di al-Qaida o membri recenti perché sono considerati combattenti eccezionali… In un caso, un mediatore tribale che negoziò l’accordo tra Emirati e al-Qaida persino diede agli estremisti una cena d’addio”.
Gli Stati Uniti hanno combattuto su due fronti nello Yemen: uno contro al-Qaida, in stretta collaborazione cogli Emirati Arabi Uniti; e un altro a fianco della coalizione guidata dai sauditi, che comprende gli Emirati Arabi Uniti, contro il governo huthi. Questa era, ovviamente, la priorità. In contrasto con le 36 missioni di bombardamento condotte dagli USA contro AQAP e l’affiliata dello SIIL nello Yemen nel 2018, gli Stati Uniti rifornirono gli aerei da combattimento della coalizione più di 9000 volte tra marzo 2015 e luglio 2017. Tale dinamica favorì un’alleanza di convenienza tra Stati Uniti ed AQAP, materializzata dal flusso di armi dagli Stati Uniti alle monarchie del golfo, che, in violazione delle regole statunitensi, le usano come moneta di scambio coi jihadisti. In realtà, gli Stati Uniti erano “consapevoli della presenza di al-Qaida tra i ranghi anti-huthi”, disse AP citando un “alto funzionario nordamericano”. Anche l’ex-presidente dello Yemen, appoggiato dall’Arabia Saudita, Abdrabuh Mansur Hadi, “nominò” Adnan Ruzqa “massimo capo militare”. Ruzaq era un capo importante di al-Qaida fuggito di prigione nel 2008 con altri membri e continua a essere fotografato con noti agenti di al-Qaida. La sua milizia sotto Hadi “divenne famosa per rapimenti e omicidi di strada, con un video che mostrava i suoi membri mascherati sparare a un uomo inginocchiato e bendato”. Nel novembre 2017, Hadi scelse Ruzaq per coordinare la campagna militare e per capeggiare una nuova forza combattente, dandogli 12 milioni di dollari per una nuova offensiva. Un altro “signore della guerra, appoggiato dalla coalizione, è nella lista degli Stati Uniti dei terroristi per via dei legami con al-Qaida”. Costui era lo sceicco Abul Abas. Un funzionario della sicurezza disse all’AP che “le forze di Abul Abas attaccarono il quartier generale della sicurezza nel 2017 liberando numerosi sospetti di al-Qaida”. Disse di aver riferito l’attacco alla coalizione, ma gli autori furono premiati con “altri 40 camioncini”. “Più avvertiamo, più vengono premiati”, disse all’AP . “I capi di al-Qaida hanno blindati datigli dalla coalizione mentre i comandanti della sicurezza non li hanno”. “Elementi dell’esercito statunitense sono chiaramente consapevoli che gran parte di ciò che gli Stati Uniti fanno nello Yemen aiuta l’AQAP e c’è molta angoscia”, disse all’epoca l’esperto di terrorismo Michael Horton, che definì parte della campagna USA-UAE contro AQAP una “farsa”. Mentre l’Arabia Saudita veniva costantemente denunciata per gli attacchi a civili e infrastrutture nello Yemen, in particolare dopo l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi, meno attenzione fu stata prestata alle accuse di crimini di guerra degli Emirati Arabi Uniti. ONG e giornalisti accusarono il Paese di gestire una rete di prigioni segrete nel sud che usano la tortura come elemento della detenzione.

Degradare un nemico la cui presenza è “esagerata”
Mentre gli EAU sono accusati di contribuire a diffondere lo SIIL in nuovi teatri di conflitto, gli Stati Uniti venivano accusati di fare lo stesso in Afghanistan l’anno scorso. L’affiliazione in Afghanistan “fu responsabile del 14% delle morti per terrorismo, o 658 persone, nel 2017, con un aumento del 26% rispetto all’anno precedente”, secondo il rapporto dell’Indice di Terrorismo Globale. Nel vicino Pakistan, gli affiliati dello SIIL furono “responsabili di 233 morti”. Nel frattempo, i “due più letali attacchi dell’Asia meridionale” nel 2017 “furono commessi dal Capitolo Qurasan dello Stato islamico in Afghanistan e Pakistan, uccidendo rispettivamente 93 e 91 persone”. In diverse occasioni, lo scorso anno, Mosca e Teheran accusarono Washington di aver utilizzato elicotteri non marcati per trasferire i combattenti dello SIIL nella regione di Haska Meyna in Afghanistan, dove lo SIIL è attivo. Nel marzo 2018, il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif riferì a un gruppo di diplomatici, accademici e giornalisti in Pakistan: “Vediamo l’intelligence, così come i resoconti dei testimoni oculari, su i combattenti dello SIIL, terroristi, trasportati in aereo dalle zone di combattimento, salvati dalle zone di guerra, e recentemente dalla prigione di Haska [Meyna]. Questa volta non si trattava di elicotteri senza insegne. Erano elicotteri statunitensi, portando i terroristi fuori dalla prigione di Haska. Dove li portavanpi? Ora, non sappiamo dove li hanno portati, ma vediamo il risultato. Vediamo sempre più violenze in Pakistan, in Afghanistan, dal sapore settario”. Dopo che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov pose come grave problema la presenza dello SIIL in una conferenza stampa ad aprile in Pakistan, i funzionari statunitensi si misero sulla difensiva, col generale John Nicholson, comandante della NATO in Afghanistan, e il direttore della missione per le relazioni pubbliche giurare che le dichiarazioni russe erano esagerate e sostenevano che c’erano “poche prove” che lo SIIL si espandesse nel Paese. Eppure, secondo un precedente rapporto di Voice of America finanziata dal governo statunitense, le truppe USA “accompagnano di routine le forze afghane in battaglia contro lo SIIL”. Passando ad agosto, quando la NATO confermò di aver ucciso il capo dello SIIL in Afghanistan, Abu Sayeed Orakzai e altri 10 combattenti. Come notò la NBC News, gli Stati Uniti stimavano circa 2000 combattenti SIIL nel paese, mentre i capi locali afgani affermavano che Orakzai era il “quarto” capo dello SIIL ad essere ucciso in meno di un anno.

Alexander Rubinstein è autore di MintPress News di Washington, DC. Parla di polizia, carceri e proteste negli Stati Uniti e della politica mondiale degli Stati Uniti. Ha lavorato per RT e Sputnik News.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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