Perché il Pakistan mette sotto controllo i suoi terroristi?

Ambasciatore MK Bhadrakumar, Rediff, 5 marzo 2019

Il governo dovrebbe accogliere con favore la decisione di Islamabad di vietare le entità terroristiche designate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, come passo nella giusta direzione. Non c’è nulla da perdere e tutto da guadagnarci. Ma è necessario un atto di fede. Il Pakistan attraversa il Rubicone. Anche se agisce solo costretto a conformarsi agli standard della Financial Action Task Force di Parigi, che include il Pakistan nella sua “lista grigia”, la mossa pakistana si sovrappone a certi moduli apparsi ultimamente. C’è stato un alto livello di attenzione internazionale al terrorismo, concentrandosi sui gruppi militanti basati in Pakistan come Lashkar-e-Tayiba e Jaish-e-Mohammed. Il Pakistan non può più permettersi di traccheggiare. Secondo, questa mossa è in consonanza coll’atteggiamento conciliativo generale di Imran Khan nei confronti dell’India da quando è salito al potere, specialmente l’ultimo gesto facendo rimpatriare il pilota indiano. Terzo, questa mossa va vista in concomitanza con le straordinarie osservazioni pubbliche del ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi suggerendo che il Pakistan non può opporsi a una mossa congiunta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti di elencare il capo di JeM, Masood Azhar, come terrorista globale. È giunto il momento che il Pakistan decida sui propri interessi. Faremo ciò che è nell’interesse del Pakistan…”, secondo quanto riferito da Qureshi, aggiungendo: “Abbiamo alcuni impegni globali… dovremo agire in modo da non danneggiare la nostra reputazione globale”. Qureshi definiva la situazione sull’attacco di Pulwama come “momento decisivo” per il Pakistan. Quando gli fu chiesto specificamente se il Pakistan cercherà ancora una volta il veto dalla Cina al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Qureshi affermava che il Pakistan cercherà di costruire un consenso tra tutte le parti e fare ciò che è nell’interesse del Pakistan. Le osservazioni di Qureshi segnalavano che il campo cambiava ed Islamabad non può persistere sulla vecchia strada. La grande domanda è se il Pakistan cambia sukl’opposizione ai precedenti tentativi nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di elencare Azhar come terrorista globale. In effetti, potrebbe essere così.
“L’interazione dei vari fattori spiega forse il nuovo modo di pensare a Islamabad: uno, discreto consiglio cinese dietro le quinte; due l’evidente interesse di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti a cercare nuove relazioni coll’India; tre, il finale in Afghanistan che annuncia un nuovo inizio nella politica regionale; quattro, l’innato “occidentalismo” di Imran Khan che cerca il riavvicinamento con Stati Uniti e Gran Bretagna; e, cinque, fredda valutazione secondo cui lo sconvolgimento nel Jammu e Kashmir acquisiva una dinamica propria e la campagna pakistana sul Kashmir non può che avere maggiore credibilità e appello nella comunità mondiale se non è insanguinata. Infine, tutto questo si svolge nel momento in cui gli Stati Uniti hanno bisogno dell’aiuto del Pakistan per concludere un accordo in Afghanistan, consentendo al presidente Trump di annunciare il ritiro delle truppe. La prioritizzazione del Pakistan nella strategia regionale degli Stati Uniti attualmente ha gravi implicazioni per l’India, nel momento in cui la situazione in J&K è critica. L’ interesse degli Stati Uniti è isolare il processo di pace afgano dalle tensioni India-Pakistan. Il Pakistan notifica all’amministrazione Trump che potrebbe smettere di essere d’aiutare ed abbandonare la pressione sui taliban se le tensioni continuano coll’India. L’ambasciatore pakistano delle Nazioni Unite, Maleeha Lodhi, aveva detto a Reuters che l’attenzione di Islamabad potrebbe completamente spostarsi verso il confine orientale con l’India. “Se la crisi con l’India continua, il Pakistan sarà obbligato a mantenere tutta l’attenzione sul confine orientale. Ciò potrebbe influire sui nostri sforzi sul fronte occidentale”, aveva detto Lodhi. Islamabad potrebbe non sovrastimare i rischi delle ricadute sui colloqui di pace afghani, poiché molti funzionari pakistani che si occupano dell’India sono anche responsabili dell’Afghanistan. La linea di fondo è che allo stato attuale. qualsiasi strategia statunitense per proteggere i colloqui di pace afgani dalle tensioni India-Pakistan inevitabilmente porta l’amministrazione Trump pericolosamente vicina alla crisi del Kashmir. In questo contesto, il Pakistan non può che essere davvero consapevole della necessità di fare pulizia interna. È qui che un cambiamento evidente nella posizione della Cina merita la recente attenzione.
La reazione cinese agli sviluppi dopo l’attacco di Pulwama fu di assoluta neutralità e visione equilibrata. Dà il primato alla stabilità regionale, tenendo conto sia dei legami amichevoli di vecchia data della Cina col Pakistan, sia della traiettoria positiva delle relazioni sino-indiane dal vertice di Wuhan dello scorso aprile. Significativamente, la Cina assunse un ruolo attivo di pacificatore, facilitatore e moderatore. Ciò implica ricettività per le profonde preoccupazioni dell’India vittima del terrorismo e comprensione dell’interesse della Cina a che la pace regionale sarà favorita da una più stretta cooperazione tra Cina e India nella lotta al terrorismo. Certamente, tale cooperazione avrebbe conseguenze positive anche per la relazione complessiva tra i due Paesi. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese dichiarava in conferenza stampa il 4 marzo: “Ci auguriamo che India e Pakistan, due importanti Paesi dell’Asia meridionale, godano di buoni rapporti di vicinato e amicizia e risolvano i loro problemi tramite consultazioni amichevoli… La Cina è in stretta comunicazione con entrambi per facilitare riconciliazione e dialogo”. “La Cina continuerà a svolgere un ruolo costruttivo in tutto ciò che contribuirà ad alleviare la situazione e a promuovere pace e stabilità regionali… In effetti, la Cina era a stretto contatto con India e Pakistan compiendo sforzi per promuovere la pace e facilitare i colloqui”. Il quotidiano governativo China Daily in un commento editoriale del 28 febbraio espresse comprensione per la “rabbia” dell’India sull’attacco di Pulwama ma disapprovava l’escalation militare di Delhi. Ancora una volta, sottolineava le ripetute aperture di Imran Khan al dialogo, ma solo per invitarlo a rilasciare il pilota indiano come passo misurato”, dimostrando buona volontà nel migliorare i rapporti coll’India”. Il 28 febbraio, il veterano autore sull’India Wang Dehua scriveva un commento sul Global Times affermando: “La Cina agirà da mediatore tra India e Pakistan a lungo termine, sperando di accelerare il processo di pace tra le nazioni in lotta”. Non c’è vantaggio competitivo nel ruolo della Cina. La Cina è già un attore influente nella regione e pilastro della stabilità regionale. Ancor più importante, la Cina spera di creare le condizioni in cui India e Pakistan possano discutere delle differenze reciproche e risolverle a livello bilaterale. È un progetto a lungo termine, se Wang viene compreso correttamente.
Tutto sommato, quindi, la mossa pakistana di bandire entità terroristiche, placare l’opinione internazionale e l’apertura di Islamabad a una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su Azhar, invece d’implorare la Cina un altro veto, consente ad Islamabad di progredire. Ciò significherà che mentre il desiderio a lungo prediletto di Delhi di regolare i conti con Azhar è prossimo all’adempimento, c’è un altro aspetto negativo, vale a dire che i membri del P-5 si aspetteranno che l’India persegua i negoziati col Pakistan. Paradossalmente, la retorica bellica del Primo ministro Modi non fa che aumentare il senso di crisi nella regione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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