Allerta in Venezuela prima della nuova aggressione statunitense

Aram Aharonian, CLAE 03/03/2019

Le autorità venezuelane dubitano delle pretese di Washington e promosse dai mass media di attenuare l’aggressione e i piani di interferenza degli Stati Uniti nel Paese, una nuova “road map” che descrivono come “intorpidimento” in modo che abbassino il guardia. Nel frattempo, Caracas pone le condizioni per un eventuale dialogo coll’opposizione, per superare la crisi. Elliott Abrams, rappresentante speciale di Trump per il Venezuela, negava in un’intervista con la Patricia Janiot della CNN la possibilità di un intervento militare per rovesciare il governo del presidente Nicolás Maduro e assicurava che non useranno la forza per introdurre aiuti umanitari o nel caso in cui il presidente dell’Assemblea nazionale, Juan Guaidó, venga arrestato al ritorno nel suo Paese. L’affermazione del funzionario è interessante: smentiva il presidente Donald Trump, il vicepresidente Mike Pence, il segretario di stato Mike Pompeo e il cosiddetto “gabinetto della crisi”. “Abbiamo detto che non useremo la forza militare (…) l’azione militare non è una buona idea, cioè, questo non è la via che gli Stati Uniti stanno seguendo”. La verità è che minacciavano tale possibilità fino al fallimento dell’operazione Cúcuta, il fine settimana prima, quando il mondo fli disse no. Per l’intelligence venezuelana, l’ultima opzione per evitare un dialogo tra il governo e l’opposizione è un’operazione “falsa bandiera” per assassinare Juan Guaidó e che l’intera stampa transnazionale, cartellizzata e concertata, ne incolpi Maduro.

Condizioni per un dialogo
In vista dell’apparente svolta nordamericana, il governo venezuelano sollevava cinque punti specifici per negoziare coll’opposizione l’apertura di un dialogo: rispetto della sovranità, diritto alla pace, revoca delle sanzioni, meccanismo per risolvere differenze politiche e non interferenza di altre nazioni o governi negli affari interni del Paese. Pertanto, il governo dimostra di esser disposto a negoziare le elezioni presidenziali in un possibile tavolo di dialogo, come proposto dal Gruppo di contatto internazionale convocato da Unione europea ed Uruguay. Jorge Rodríguez, Ministro della Comunicazione, che partecipava al dialogo con l’opposizione tra il 2017 e il 2018 nella Repubblica Dominicana, osservava che il boicottaggio delle elezioni venezuelane era l’argomento per l’aggressione che attualmente cercano di perpetrare contro il Venezuela. Ciò che l’opposizione cercava, secondo il ministro, era spacciare un dossier fasullo per ignorare i risultati elettorali e facilitare un tentativo di colpo di Stato eterodiretto. Rodriguez denunciò gli account dello Stato soggetti a blocchi continui di cui uno imposto da Mark Zuckerberg, che proibisce di pubblicare annunci sui social network che gli Stati Uniti gestiscono: Facebook, Twitter e Instagram. Il governo bolivariano denunciava la presenza di gruppi paramilitari al confine nella regione colombiana di Santander, dove circa 400 irregolari armati finanziati dalla Colombia con fondi dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati compiono irruzioni, sollecitando l’organizzazione internazionale ad indagare su questa anomalia. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov condannava il segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo per le minacce al governo legittimo, flagranti interferenze negli affari interni di uno Stato sovrano e vergognosa violazione del diritto internazionale contro il Venezuela. La conversazione fu condotta su iniziativa di Washington e osservava che la Russia è disposta a tenere consultazioni bilaterali sul Venezuela fin quando i principi della Carta delle Nazioni Unite sono rispettati, poiché solo i venezuelani hanno il diritto di decidere il loro futuro. In Venezuela, l’opposizione politica è rimasta in silenzio (al di là dei capi recatisi a Washington per iscriversi in un eventuale gabinetto del presidente autoproclamato), in attesa dei passi che Washington potesse prendere con Guidó come punta di lancia, consapevole della scarsa credibilità dell’opposizione, disunita e rassegnazione di un’opposizione nuovamente tradita dai suoi capi che da 20 anni cercano di far cadere il governo bolivariano, sapendo che in una competizione elettorale è difficile vincere. Il Ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino López confermava più di 100 disertori, tra cui guardie, sottufficiali e alcuni ufficiali, assicurando che avevano ricevuto offerte per 20000 per lasciare i ranghi. In questo contesto, la Gazzetta Ufficiale del Venezuela pubblicava il decreto presidenziale che degrada ed espelle 116 militari dalle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) che avevano disertato. Padrino rispose così al direttore della Migrazione della Colombia Christian Krüger, che dichiarò che 567 soldati venezuelani avevano abbandonato e attraversato il territorio colombiano. Le FANB sono composte da 235mila effettivi. Tuttavia, Guaidó ribadiva su Twitter: ci saranno amnistia e garanzie per tutti coloro che si schierano co nla Costituzione. Chi va contro il popolo dovrà assumersi le conseguenze delle proprie azioni davanti alla giustizia. Le debolezze e gli errori di Nicolás Maduro e la difficile situazione interna in materia di cibo e rimedi hanno contribuito a rafforzare, nei suoi oppositori, la prospettiva di una rapida caduta di quel governo. Tuttavia, le radici del processo avviato da Chávez hanno dimostrato che non si trattava di “soffiare e fare bottiglie”,” diceva Juan Guahán. È vero, il Paese è ancora in crisi, il governo non riesce a risolverlo, ma i venezuelani celebrano il carnevale, senza lasciare lo stato di allerta.

Troppi interessi
All’epoca in cui Abrams gli chiese come avesse immaginato la fine del regime di Maduro, Abrams disse a Patricia Janiot che “verrà il momento in cui le persone intorno a te diranno: è tempo che tu te ne vada; Il cambiamento è essenziale ora. Penso che arriveremo a quel punto”. Aveva anche parlato dell’interferenza delle truppe cubane in Venezuela e affermato che senza di loro Maduro sarebbe già caduto. Quando dovette rispondere se vedeva Maduro al potere tra un anno, disse: “Non lo vedo, è impossibile scegliere un giorno”. Elliott Abrams, funzionario condannato per aver mentito al Congresso durante l’intervento clandestino di Washington nelle guerre centroamericane negli anni ’80 e denunciato per aver coperto massicce violazioni dei diritti umani nella regione, sottolineava che dal suo governo eserciteranno solo “pressioni diplomatiche” , finanziarie e politiche “per raggiungere la caduta del regime “. Dopo aver ratificato nuove sanzioni e revocato i visti a sostegno dell’obiettivo di rovesciare il governo Maduro, sosteneva che chi “abusa dei diritti umani, deruba il popolo venezuelano o mina la democrazia del Venezuela non é benvenuti negli Stati Uniti” ammettendo che Washington continua a sollecitare altri Paesi ad applicare “pressione economica”, come l’appropriazione di denaro venezuelano. Apparentemente tutte le opzioni non sono più sul tavolo, aveva detto Janiot. In risposta alle domande sul fallimento dell’operazione di “aiuto”, dichiarava: “Non sono preoccupato per la perdita di slancio che alcuni sostengono”, pretendendo che Guaidó era diventata “una figura internazionale” nell’ultima settimana, incontrando diversi presidenti e il vicepresidente Mike Pence. In risposta alle richieste del governo russo secondo cui Washington cerca di provocare instabilità in Venezuela per giustificare un intervento militare, Abrams commentava: “Non stiamo cercando di farlo” e assicurava che la politica di Washington è di “pressioni economiche, finanziarie, diplomatiche e diplomatiche in Venezuela fatte a sostegno di Juan Guaidó… e del popolo venezuelano “. Nel frattempo, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva detto che il suo Paese non esclude che gli Stati Uniti possano mettere in pratica le minacce d’intervenire militarmente in Venezuela, nonostante che la stragrande maggioranza dei Paesi respinga tale opzione che viola le norme del diritto internazionale, e supporta la ricerca di una soluzione negoziata. “Se questo accadrà, la maschera delle reali intenzioni della politica di Washington in America Latina decadrà : non interessa affatto, come vuole far credere, la democrazia nella regione, cerca solo di sottomettere chiunque osi non adempiere ai suoi ordini”, aggiungeva dopo aver indicato che la politica interventista di Washington, apertamente offensiva nei confronti dei Paesi latinoamericani”, difficilmente può contribuire ad aumentare il prestigio degli Stati Uniti nella regione”. Il ripetuto interesse nordamericano a entrare in Venezuela ha diversi nomi specifici che si muovono pubblicamente, o dietro le quinte, per propria convenienza, individuale o aziendale. Tra i grandi responsabili politici, insieme al presidente Donald Trump, ci sono personaggi come Mike Pompeo, segretario di Stato, Mike Pence, vicepresidente, e il senatore Marcos Rubio, che costituiscono un potente terzetto che promuove l’intervento diretto, compresa la guerra, nella regione. Sono strettamente legati ai fratelli Koch, a capo di un gruppo economico energetico. Una delle loro società, FertiNitro, fu espropriata in Venezuela con credito milionario contro il Paese. Il rapporto, “Oro e dolore nel sud violento del Venezuela” proviene da una ONG statunitense (International Crisis Group) del magnate George Soros, anch’egli interessato all’oro venezuelano. Aggiungasi, inoltre, Ford Foundation ed ambasciata inglese.

Aiuti spoliticizzati, chiede l’UE
L’International Contact Group (GCI) sul Venezuela dell’Unione Europea riteneva necessario inviare aiuti umanitari “depoliticizzati” guidati dall’ONU o altre organizzazioni internazionali, mentre il governo di Nicolás Maduro respinge le sanzioni di Washington contro cinque soldati e un direttore della polizia nazionale venezuelana per aver impedito l’ingresso degli “aiuti umanitari” statunitensi. Durante il suo primo incontro, il 7 febbraio, il GCI, coll’eccezione della Bolivia e degli Stati membri della Comunità dei Caraibi, firmava una risoluzione che cerca elezioni presidenziali nella nazione petrolifera “libere, trasparenti e credibili, in conformità con la Costituzione venezuelana”. Oltre a difendere una soluzione pacifica alla crisi politica “escludendo l’uso della forza”. Caracas aveva detto che “rifiuta la presunta imposizione di misure coercitive unilaterali, di natura illegale, annunciate dal governo degli Stati Uniti contro ufficiali venezuelani, come parte della fallimentare strategia di Washington nel propiziare un colpo di Stato”.

La strategia dello strangolamento
La strategia statunitense, nel frattempo, è strangolare il Venezuela, economicamente e finanziariamente e per questo richiede il sostegno dei complici, quando gli avvertimenti da Russia e Cina, che fanno apparire i fantasmi della crisi missilistica del 1962, sembrano aver mitigato i desideri di Washington, così come l’assenza di sostegno totale dai Paesi latinoamericani e dei Caraibi. A causa delle sanzioni, le raffinerie statunitensi hanno sospeso l’acquisto di 500000 barili di petrolio al giorno dal Venezuela, una quota assorbita dalla Cina e principalmente dall’India, avvertita da Washington di non acquistare petrolio dal Venezuela (continua a farlo e forse è per questo motivo subiva l’attacco dal Pakistan). Nel frattempo, Russia e Cina studiano per intervenire nella compagnia petrolifera statale PDVSA per riorganizzarla e recuperarne la produzione di petrolio. Il terrorismo dei gruppi controllati dalla CIA contro truppe indiane, provocando lo scontro col Pakistan, scatenava la decisione dell’India di prendere le distanze dagli Stati Uniti e di avvicinarsi a Russia-Cina, possibile alleanza che Washington tenterà di prevenire.

Guaidó con la buona CIA
E a tutto questo, a Juan Guaidó è successo, per la stampa egemone transnazionale, di essere il “presidente ad interim” da mero presidente dell’Assemblea nazionale. Difficilmente può andare avanti nell’escalation senza chiedere direttamente l’intervento straniero, per lo più respinto da America Latina ed Unione Europea, e sembra che anche gli Stati Uniti non saranno disposti ad attuarlo e ancora meno quando il fronte interno di Trump sembra crollare. Tornerà in Venezuela o comanderà da Washington o Bogota? La verità è che al di là di un giro turistico-politico di diversi presidenti del Gruppo di Lima, non c’è un chiaro passo sulla loro road map. All’incontro del gruppo di Lima a Bogotà, i media statunitensi fecero sapere che Pence disse che la sua opzione era ancora la soluzione pacifica. Juan Guaidó viaggiava con la moglie, Fabiana Rosales, ma la donna che lo controlla è Kimberly Breier, sottosegretaria di Stato degli Stati Uniti per gli affari dell’emisfero occidentale dal 2018, che l’accompagna sempre (come in Paraguay dove fu accolto con onori da presidente, e Brasile e Argentina, dove no lo fu). Breier conseguì un master alla George Washington University, famoso tra gli altri meriti per la formazione di quadri della CIA, in cui Guaidó studiò. Non dai media di sinistra, ma dalla stessa Casa Bianca, Breier, sceneggiatrice di Guaidó, parla spagnolo ed è stata reclutato dal famigerato ex-presidente George W. Bush operando per oltre un decennio come analista della CIA, fu consigliere della Casa Bianca per questioni relative al Brasile e al Cono Sud. Durante il governo di Barack Obama, guidò l’Iniziativa Futura Messico-Stati Uniti presso il Centro di studi strategici internazionali a Washington.

*Giornalista e mediologo uruguaiano. Master in Integrazione. Fondatore di Telesur. È presidente della Foundation for Latin American Integration (FILA) e dirige il Centro latinoamericano per l’analisi strategica (CLAE).

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Precedente Juan Guaidò, petardo bagnato Successivo Corea, Vietnam e la macchina da guerra degli Stati Uniti