Lo Stato industriale militare affronta Russia e Cina

Brian Cloughley SCF 26.02.2019

La spavalda arroganza del complesso militare-industriale di Washington non cessa mai d’incuriosire il resto del mondo, che in gran parte scrolla le spalle collettive, ma va riconosciuto che la spavalderia riflette la strategia di difesa nazionale statunitense, che c’informa che i militari si concentreranno sul confronto con Russia e Cina. Una delle voci più rumorose del coro del confronto è quella del comandante delle forze navali statunitensi in Europa, ammiraglio James Foggo III, che sa che più rumore fa, più fondi saranno stanziati dal governo per acquisire sempre più navi. Ed è molto bravo a essere rumoroso. Nel 2016 scrisse un pezzo particolarmente belluino per l’US Naval Institute, intitolato “La quarta battaglia dell’Atlantico” in cui biasimava la Russia per non aver riconosciuto che gli Stati Uniti sono supremi, dichiarando che “la nuova strategia di sicurezza nazionale russa rappresenta Stati Uniti e NATO come minacce alla sicurezza russa e ci accusa di applicare “pressione politica, economica, militare e informativa” sulla Russia”, che ha assolutamente ragione riguardo la minaccia USA-NATO, perché cresce da quasi venti anni. Come scrissi, dopo che il Patto di Varsavia si sciolse nel marzo 1991, la NATO, sebbene privata di qualsiasi ragione per continuare a esistere, continuò e nel 1999 annetté Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria ai suoi 16 membri. Come notato dalla BBC, questi paesi sono diventati “i primi dell’ex- blocco sovietico ad aderire alla NATO, avvicinando i confini dell’alleanza di circa 400 miglia alla Russia”.
Con buone ragioni, Mosca si chiedeva cosa potesse avere in programma la cabala militare USA-NATO. Il New York Times registrò che l’espansione del 1999 “apriva una nuova strada per l’alleanza militare” ed espresse con piacere che la cerimonia svoltasi nella città di Independence, nel Missouri, dove “l’emotiva segretaria di Stato Madeleine K Albright osservava i tre ministri degli esteri firmare i documenti dell’adesione, li firmarono da soli, poi li tennero in alto come trofei della vittoria”. Albright, nata Marie Korbelová a Praga “oggi non fa mistero della gioia mentre la sua patria e le altre due nazioni aderivano all’alleanza”. Ma né lei né nessun altro spiegò quale “nuova via” sarebbe stata presa dalla NATO. La NATO continuava a espandersi ai confini della Russia, invitando Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia a unirsi nel 2002, cosa che fecero due anni dopo. Non c’è da meravigliarsi se la Russia è preoccupata dalle intenzioni della NATO, dato che la coalizione che contrae i muscoli si muove sempre più intensamente verso il conflitto. Inoltre, gli Stati Uniti hanno centinaia di basi militari in tutto il mondo. Come notato da Nick Turse “Ufficialmente, il dipartimento della Difesa mantiene 4775 “siti”, distribuiti in tutti i 50 Stati, otto territori degli Stati Uniti e 45 Paesi stranieri. Un totale di 514 di tali avamposti si trovano all’estero, secondo il portafoglio immobiliare mondiale del Pentagono… Ma la versione più recente di quel portafoglio, pubblicata all’inizio del 2018 e nota come Base Structure Report, non fa alcuna menzione di al-Tanaf [la base delle Forze Speciali statunitensi in Siria] o, nella materia, qualsiasi altra base in Siria, Iraq, Afghanistan, Niger, Tunisia, Camerun, Somalia o qualsiasi luogo in cui tali avamposti militari sono noti e persino, a differenza della Siria, si espandano”. Eppure l’ammiraglio Foggo insisteva sul fatto che “oggi un obiettivo duraturo della politica estera russa è sfidare la NATO ed elevare ancora una volta la Russia sul palcoscenico europeo.” Beh, certamente la Russia vuole essere sul palcoscenico europeo, e va sottolineato che ne è più vicina di quanto lo siano gli Stati Uniti. Vuole commerciare coll’Europa, apprezzato dalle principali potenze europee, Germania e Francia, e sarebbe pazzesco intraprendere azioni che vadano contro questa cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Sfortunatamente, Polonia e Stati baltici Estonia, Lettonia e Lituania rasentano la paranoia per la presunta “minaccia” della Russia. ma non c’è stata alcuna indicazione da parte di Mosca che la Russia abbia intenzione di sfidarli in alcun modo. Anche il commercio con tali Paesi è importante, ma questo non impediva al paranoico quartetto di indulgere in un’operazione di grande dispendio per “disaccoppiare le reti elettriche dalla Russia”, nonostante “la Russia, su cui attualmente gli Stati baltici fanno affidamento bilanciare i loro flussi di energia, non abbia mai tagliato la luce o minacciato di farlo”.
Questo fa parte dell’ossessione anti-russa che cresce in occidente, e avvantaggia tale ammiraglio Foggo che ora, a circa tre mesi dall’incidente nello Stretto di Kerch lo scorso novembre, annunciava “Mi irrita fino alla fine” che la Russia abbia arrestato e accusato 24 marinai ucraini nel passaggio illegale di alcune navi ucraine. La furia di Foggo sta nella convinzione che “Sono in uniforme marinai ucraini, ufficiali e capi. Non sono criminali e vengono accusati di crimini”. Alcuna delle sue dichiarazioni ha senso, ma il 19 febbraio Foggo inviò il cacciatorpediniere Donald Cook nel Mar Nero, per condurre “operazioni di sicurezza marittima e migliorare la stabilità marittima regionale, capacità combinata navale coi nostri alleati e partner della NATO nella regione”. La provocatoria sortita da parte del Donald Cook non farà assolutamente nient’altro che accrescere tensione tra Stati Uniti e Russia che, sfortunatamente, è obiettivo della manovra. Il che ci porta nell’altra regione in cui l’US Navy danza per la libertà, il Mar Cinese Meridionale.
Da quella parte del mondo, gli Stati Uniti sono rappresentati militarmente dall’ammiraglio Philip S Davidson, comandante del Comando Indo-Pacifico degli Stati Uniti, a cui non piace la Cina. Il 12 febbraio avvertiva il Comitato dei Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti che il “primo gruppo di portaerei cinese, centrato attorno alla rinnovata portaerei sovietica, ha raggiunto la capacità operativa iniziale a metà 2018” e la sua “prima portaerei costruita nazionalmente completava quattro prove in mare dal maggio 2018 e probabilmente entrerà a far parte della flotta della PLAN nel 2019”. Questo è molto interessante, ma quello che non diceva è che gli Stati Uniti hanno undici gruppi d’attacco completamente operativi, uno dei quali, guidato dalla portaerei John C. Stennis, secondo Stratfor, “esegue per la 7.ma flotta statunitense le operazioni a supporto alle operazioni navali per assicurare stabilità e sicurezza marittima nella regione centrale”. Come osservava l’US Naval Institute, “nel Mar Cinese Meridionale”, contribuirà alle tensioni navigando nelle acque dichiarate dalla Cina. L’ammiraglio Davidson annunciava che la Cina non rispettava la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e naturalmente non notava alcuna divertente ironia nel fatto che gli Stati Uniti non l’hanno ratificata. Ma in ogni caso, agli occhi dello Stato Industriale Militare di Washington, le regole ONU hanno valore solo quando coincidono con la politica degki USA. Il 7 gennaio l’US Pacific Fleet annunciò che l’USS McCampbell, un cacciatorpediniere lanciamissili, aveva effettuato un’operazione di “libertà di navigazione”, navigando entro 12 miglia nautiche dalle isole Paracel della Cina “per contestare pretese marittime eccessive”. Poi l’11 febbraio erano di nuovo lì, con la CNN che riportava un l’annuncio della 7.ma flotta che i cacciatorpediniere USS Spruance e USS Preble avevano navigato entro 12 miglia nautiche dalle Isole Spratly, “per contestare le eccessive rivendicazioni marittime e preservare l’accesso ai corsi d’acqua come governato dalla legge internazionale”.
Washington ha intessuto un modello di scontro militare, da Baltico e Stretto di Kerch al Mar Cinese Meridionale, allo scopo di antagonizzare Russia e Cina. Si può affermare che manovre provocatorie in aria, mare e terra sono intraprese allo scopo di alterare le politiche cinesi e russe, ma l’unica conseguenza di tali azioni da bimbominkia è accrescere la tensione e la sfiducia e aprire la strada alla guerra. Questo è il percorso previsto dal New York Times nel 1999, ed è seguito fedelmente. Si può solo sperare che Trump capisca invitando a cooperazione e prosperità piuttosto che seguire la via dello scontro, ma sembra alla mercé dello Stato industriale militare. Se è così, ci saranno solo grossi problemi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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