La crisi venezuelana catapulta la giunta militare in Brasile

Aram Aharonian CLAE 27/02/2019

Meno di due mesi è durato il governo di Jair Bolsonaro: il posizionamento del Brasile di fronte alla crisi venezuelana e la sua incondizionata alleanza con Stati Uniti e Israele ha messo sotto pressione i ministri militari nell’assumere il potere che sorvegliano dal golpe del 2016 contro la Presidentessa Dilma Rousseff. Sei militari, Augusto Heleno, Hamilton Mourão (vicepresidente), Carlos Alberto dos Santos Cruz, Eduardo Villas Bôas, Fernando Azvedo e Silva e Floriano Peixoto Neto, che hanno sostituito il ministro licenziato Gustavo Bebiano a capo del Segretariato generale della Presidenza, formano la “giunta militare” virtuale.

Il capo dell’esercito brasiliano ha ammesso la possibilità di un colpo di Stato militare tre mesi dopo le elezioni
Villas Bôas fu il grande stratega che sottomise la Corte Suprema federale per impedire il rilascio di Lula e porre il veto sulla sua via alle elezioni, e con ciò assicurare l’emergere del nuovo regime. Lo descrivono come un Augusto Pinochet postmoderno, dei golpe senza la mobilitazione di truppe, senza bombardamenti o sangue per le strade. È il capo, ma soffre di sclerosi laterale amiotrofica fatale, che lo tiene su una sedia a rotelle e con un respiratore. Il capo del Gabinetto istituzionale della Presidenza, generale Augusto Heleno, che svolse un ruolo decisivo nella campagna elettorale, Alberto dos Santos Cruz, insieme a Peixoto Neto, forma il “nucleo haitiano” del consiglio dei ministri; i tre hanno comandato le forze ONU ad Haiti tra il 2002 e il 2010. La “giunta militare” è salita al potere senza fanfare, ma con ampio sostegno dalle élite imprenditoriali, che li vedono come ultima opportunità per attuare un programma ultra-neoliberale. Gli editoriali di O Globo e O Estado de Sao Paulo erano categorici: “Sarebbe ingenuo credere che Bolsonaro passerà da un momento all’altro ad agire da presidente assumerndo le responsabilità del governo”, decretò O Estado. “Il Capitano Jair Bolsonaro potrà continuare a vivere nel Palacio Alvorada e persino a giocare ai videogiochi nel suo ufficio Planalto. Ogni volta che obbedisce ai suoi superiori, i generali”, afferma Mauro Lopes, direttore dei portali 247 e Jornalistas pela Democracia. Un vaso cinese di ornamento costituzionale.

Mourao delineò la tesi militare a Bogotà
Per l’analista César Fonseca, la posizione dell’esercito brasiliano, rappresentato da Mourao, era chiara nella compatibilità con la pressione imperialista della Casa Bianca, il cui principale interesse è appropriarsi del petrolio venezuelano. “Il Brasile era impotente ad adottare una politica indipendente, a posizionarsi come leader sudamericano; gettava via questa opportunità temendo un’eventuale pressione da Washington nel momento in cui l’economia brasiliana è completamente vulnerabile all’indebitamento interno, il che rende lo sviluppo sostenibile non fattibile. Parlare male degli statunitensi ora è impensabile”, ha aggiungeva. Mourao rivelava le ambiguità: il Brasile non vuole un intervento ma respinge anche il processo rivoluzionario e costituente del Chavissmo che da potere alla popolazione venezuelana. La retorica rivoluzionaria bolivariana sapventa le élites conservatrici non solo brasiliane ma anche latinoamericane, alleati del capitalismo transnazionale, come partner minori. Aveva detto che il Venezuela non potrà da solo liberarsi dall'”oppressione del regime di Chavez” se non vengono proposte soluzioni più energiche al problema. Per Mourão, il momento è della solidarietà inter-americana “spogliata di ideologia e settarismo” per evitare conflitti che aggravino la crisi e chiedeva sanzioni da parte di organizzazioni internazionali come ONU, OAS e tribunali. Il tono delle dichiarazioni del generale, che cita il principio di non intervento negli affari interni di altri Paesi, è lontano da quelli fatti dal Bolsonaro un mese e mezzo prima quando suggerì di partecipare a un piano di “guerra” contro Caracas che contemplava l’autorizzare all’installazione di basi statunitensi nel territorio amazzonico. Nel frattempo, Celso Amorim, che fu il cancelliere dei governi di Itamar Franco e Lula e Ministro della Difesa di Dilma Rousseff, aveva detto che l’America Latina corre, per la prima volta nella storia, il rischio di un’azione militare statunitense e anche per la prima volta il Brasile perdeva l’opportunità di evitarlo partecipando al conflitto. Si squalificava da mediatore, attribuendo la missione a Messico, Uruguay e Nazioni Unite, aggiungeva. Gli specialisti di strategia militare sono d’accordo quando sottolineano le lacune geopolitiche che l’Amazzonia brasiliana presenta e lo svantaggio negli equipaggiamenti che le forze armate hanno contro quelle venezuelane, equipaggiate con moderni cacciabombardieri Sukhoj e batterie antiaeree di fabbricazione russa, secondo l’analista Darío Pignotti. Due ministri militari riferivano al sito UOL che il Brasile sarebbe danneggiato se la crisi venezuelana si trasformasse in militare. Il professore e giornalista Gilberto Maringoni sottolineava che il buon senso dei militari pone fine alle illusioni napoleoniche di Bolsonaro, che non ha mai saputo nulla di strategia militare, David Alcolumbre, Dias Tófolli e (del cancelliere colombiano) Ernesto Araújo, che difese (in un articolo di Folha de Sao Paulo) una nuova invasione della Normandia. “Un’azione più decisa doveva avvenire via terra, nel mezzo della giungla, e il rischio di fiasco militare era enorme”, aggiungeva.

Subimperialismo rinviato
Le aspirazioni geopolitiche del Brasile dalla sua restrizione regionale, erano sempre incentrate sul divenire un satellite privilegiato degli Stati Uniti per egemonizzare l’America del Sud fino alla sua deriva globale contemporanea, nonostante le sfide interne come povertà estrema, 12,6 milioni di disoccupati, fame, malnutrizione. I militari erano sempre “riluttanti” al piano di Bolsonaro di ospitare basi militari statunitensi (ad Alcántara, il confine nordorientale, la Triple Frontiera con Argentina e Paraguay o nell’Amazzonia) non essendo sintonizzati sulla politica di difesa nazionale e potendo complicare le delicate discussioni bilaterali sull’utilizzo del Centro spaziale di Alcántara per il posizionamento dei satelliti: i brasiliani vogliono vendere servizi nell’ambito del regime di cooperazione e non rinunciare al controllo della base. Le tesi dell’espansionismo brasiliano e della sua politica estera (chiaramente colonialista, decollo soprattutto durante la dittatura militare-economica del 1964-1985, dove il generale Golbery do Couto e Silva, autore nel 1966 di Geopolitica do Brasil, divenne il teorico della dittatura con le sue teorie sul ruolo egemonico riservato al Brasile in Sud America. Golbery parlava dei confini ideologici, della forza di pace interamericana, del gendarme dell’ordine continentale, del satellite privilegiato, del destino manifesto del Brasile nel sud dei Caraibi, della sua vocazione sul Rio de la Plata, dei confini brasiliani fino alle Ande, dall’apertura verso il Pacifico, dal porto franco dei Caraibi, del controllo del Sud Atlantico con insediamento in Antartide, di ereditare le colonie portoghesi nell’Africa, Oggi, queste vecchie teorie sub-imperialiste, basate sulla tesi del fatto compiuto, sembrano rivivere col governo di Bolsonaro, che crede che l’Unione Sovietica esista ancora e quindi debba combattere il comunismo. L’idea base dell’integrazione latinoamericana riemerge sotto la tutela nordamericana: “Solo la conquista dell’emisfero da parte degli Stati Uniti e l’inesorabile distruzione delle economie nazionali esistenti potranno concludere l’integrazione necessaria”, affermava. Golbery ipotizzò che “le piccole nazioni saranno viste in una notte ridotte allo stato di pigmei e la loro fine malinconica è già prevista, coi piani delle inevitabili integrazioni regionali; l’equazione del potere nel mondo è ridotta a un piccolo numero di fattori, e in esso ci sono poche costellazioni feudali, Stati baroni, circondati da Stati satelliti e vassalli (…). Non c’è altra alternativa se non accettare (i piani d’integrazione dell’impero) e accettare consapevolmente…” In sintesi, gli Stati Uniti dovrebbero riconoscere il destino manifesto del Brasile in Sud America, scegliendolo come “satellite privilegiato”. Ma il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, chiariva che la Colombia, narcostato, è il partner strategico degli Stati Uniti nel loro cortile.

Golbery do Couto e Silva, al centro

*Giornalista e mediologo uruguaiano. Master in Integrazione. Fondatore di Telesur. È presidente della Foundation for Latin American Integration (FILA) e dirige il Centro latinoamericano per l’analisi strategica (CLAE, www.estrategia.la ). In collaborazione di Juraima Almeida, analista brasiliana del CLAE.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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