Come un crimine diventa pretesto per la guerra

Mision Verdad 26 febbraio 2019

Coll’ingresso di “aiuti umanitari” come sfondo, il 23 febbraio veniva inaugurato un altro falso positivo al confine tra Venezuela e Colombia per incitare l’intervento militare statunitense. Il confine venezuelano nelle sue tre uscite (Colombia, Brasile e Mar dei Caraibi) era l’asse dell’operazione che supponeva la consacrazione di Juan Guaidó a “presidente ad interim” e l’installazione del parastato costruito dal vicepresidente nordamericano Mike Pence. Mentre la componente navale delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) conteneva l’ingresso di una nave da Porto Rico nelle acque territoriali venezuelane, e in Brasile le autorità militari collaborarono con la controparte venezuelana per mitigare le brevi violenze sul confine, la Colombia rimase come l’unico fronte a forgiare una scusa per l’intervento. Il tentativo fallito di accedere allo Stato di Táchira (il giorno dopo la sfarzosa esibizione di celebrità nel “Venezuela AID Live” tenuta a Cúcuta) e il rigetto dello scenario dell’insurrezione militare, data la nullità della convocazione per attirare considerevoli frazioni delle FANB, provocava l’attivazione violenta che portava alla distruzione dei camion che trasportavano un carico di presunti “aiuti umanitari”, così pubblicizzati nelle settimane precedenti l’operazione. L’urgenza del governo di Donald Trump di scatenare la guerra irrompeva nell’assedio territoriale del Paese sostenendo accuse infondate contro lo Stato venezuelano di “illegalmente” ostacolare l’ingresso di “aiuti umanitari”, attaccare gli attivisti dell’opposizione che premevano per entrare ed infine bruciare il carico. A prima vista, l’operazione sotto falsa bandiera ha molte incongruenze, grazie alla scena fasulla costruita sulla marcia, senza preoccuparsi di curarne le forme, nel tentativo di spacciarla rapidamente come fonte di opinioni.

Dati che dissolvono l’incidente dei camion umanitari
I due camion sul lato colombiano del Ponte Internazionale Francisco de Paula Santander furono dati alle fiamme e la Guardia Nazionale Bolivariana (GNB), situata sull’altro lato della strada, nel comune di Ureña, Stato di Táchira, fu immediatamente ritenuta responsabile di ciò dagli agenti sponsorizzati dall’USAID in violazione dell’integrità territoriale. Il gruppo di volontari convocati dalla propaganda umanitaria scortava i veicoli, accompagnati da un’ampia copertura mediatica. I volontari furono denunciati due giorni dopo, quando furono intrappolati in Colombia dopo la chiusura dei confini, e le fazioni violente iniziarono a denunciare l’abbandono dai capi politici. Una volta che le violenze furono attivate, un reporter di NTN24 ha trasmesso un video in cui affermava che molotov venivano lanciate dal confine venezuelano innescando l’incendio. Tuttavia, tale falsa affermazione non si accordava ai materiali audiovisivi registrati sulla scena. Nelle immagini si può vedere che sono i gruppi violenti in territorio colombiano ad usare tali mezzi per attaccare la GNB e non viceversa. In altri scatti, sembrano creare congegni incendiari col permesso delle forze di sicurezza colombiane, dimostrando la complicità del governo colombiano in tale attacco terroristico. Inoltre, le prove registrate del confronto, e mostrate dallo scrittore colombiano Humberto Ortiz, mostrano i manifestanti lanciare le molotov all’esercito venezuelano, finendo per incendiare il veicolo che sorvegliano. D’altro canto, le fotografie aeree mostravano che, al momento dell’incendio, il carico era entro i confini colombiani, lontano dalla posizione delle GNB.

Cosa conteneva il carico dell’USAID?
A livello propagandistico, la giustificazione degli “aiuti umanitari” statunitensi funzionò su un settore della comunità internazionale, dato che significava l’ingresso di cibo e medicine che la popolazione venezuelana apparentemente aveva di bisogno urgente data la “crisi umanitaria”. La promessa raggiunse i 100 milioni di dollari in forniture, una somma insignificante rispetto alla perdita di 11 miliardi che subirà la principale compagnia petrolifera della nazione, calcolata dal direttore del Consiglio della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton. Tuttavia, la materializzazione di tale cifra il giorno della consegna fu ancora più ridotta: solo due camion arrivavano sul ponte di Santander. Il Ministro delle Comunicazioni venezuelano Jorge Rodríguez lo paragonava ai 168 camion che il governo bolivariano invia quotidianamente per distribuire cibo CLAP. I beni che davvero cercavano d’introdurre nel Paese erano, oltre a dolci e iniezioni, materiale logistico per equipaggiare i gruppi armati. Madeleine García registrava la supervisione del carico rimasto il giorno dopo l’incendio, dove furono trovati fischietti, cavi, maschere antigas, chiodi e guayas. La giornalista collegava questa scoperta cogli eventi verificatisi durante e dopo il giorno del 23F. Sottolineando l’attacco effettuato nelle prime ore del 24 al Distaccamento 212 “La Mulata” della GNB. Circa 60 paramilitari circondarono la postazione militare di frontiera aprendo il fuoco per un’ora. L’imboscata si mescolò ad offerte di negoziato per la resa delle guardie, che non cedettero e riuscirono a mantenere questo spazio chiave. È chiaro che la logistica armata sotto il manto umanitario è un ulteriore elemento per alimentare i gruppi irregolari dalla Colombia che, su ordini del governo statunitense al suo subordinato Ivan Duque, attivano nuovi assalti sul territorio venezuelano.

Il compito urgente: propagare l’idea del crimine umanitario
Dan Cohen, corrispondente di RT America, documentava gli eventi di 23F sul ponte di Tienditas. Spiegava uno degli operatori dell’opposizione, padre Sergio Muñoz, che “l’aiuto umanitario è simbolico e mira a creare la rivolta in Venezuela (…). Maduro è “politicamente morto” e ci sarà violenza nel Paese mentre passa dal socialismo al capitalismo”. La provocazione dietro ogni scena ricorda le accuse infondate al Presidente della Siria Bashar al-Assad di attaccare la propria popolazione con armi chimiche. I caschi bianchi, sussidiari di al-Qaida, crearono scenari per convalidare casi noti come l’attacco chimico a Duma (aprile 2018). Ciò consentì agli Stati Uniti, insieme a Regno Unito e Francia, su ordine di Trump, di rispondere bombardando le installazioni dell’Esercito arabo siriano, ancor prima che le prove mostrassero che lo Stato siriano non era coinvolto. Ecco perché assistiamo alle false notizie dei camion carichi di forniture mediche e di cibo capitalizzate al momento dal senatore Marco Rubio, che invitava la comunità internazionale a lasciare la posizione neutrale, affermando che “tutto il mondo li ha visti (il Governo venezuelano) incendiare 3 camion che trasportavano cibo e altri aiuti umanitari”, senza avere alcuna prova di ciò. Era una mossa urgente di Washington usare tale argomento per esibirla alle corrispondenti istanze globali, al fine di mantenere i Paesi che si sganciano dall’intervento armato e formare una coalizione che non metta in discussione la legittimità dell’escalation violenta e le future violazioni del diritto internazionale. Infatti, il primo effetto diplomatico lasciato dall’operazione sotto falsa bandiera fu presentato all’incontro del gruppo di Lima di Bogotá. Il vicepresidente nordamericano Mike Pence si aggrappava all’unico saldo positivo del carico umanitario per aver nuove sanzioni contro i governatori degli Stati di Zulia, Carabobo, Vargas e Apure, aumentando la pressione contro i Paesi che rifiutano di riconoscere Juan Guaidó e sollecitare gli altri a boicottare le finanze del Paese e consegnarle al governo parallelo. Aveva anche ringraziato gli sforzi del presidente Duque affermando che la Colombia è il più grande alleato nella regione e chiunque la “minacci” avrà di fronte agli Stati Uniti. Ciò sembra confermare che il percorso scelto finora, nel far fronte alla “situazione venezuelana”, sia la guerra per delega, con Bogotá alla testa che agglutina le cellule paramilitari per i prossimi scontri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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