Il gruppo di Lima rifiuta l’opzione militare

Mision Verdad, 26 febbraio 2019

Per ora, le tensioni sul confine venezuelano con Colombia e Brasile si sono dissipate, al di là delle schermaglie, dopo il fallimento della provocazione dei convogli con “aiuti umanitari”, il 23 febbraio sui punti di Cúcuta -Táchira e Paracaima-Amazonas. L’idea, probabilmente immaginata dall’inviato speciale Elliott Abrams, era intensificare la situazione allo scontro in cui il governo di Nicolás Maduro venisse criminalizzato mentre l’aggressione era chiaramente orchestrata da Washington e Bogotá. Le varie versioni contrastanti confermano che gli operatori irregolari erano dietro l’incendio dei camion sul ponte di confine Francisco de Paula Santander. Tuttavia, questo appare il “casus belli” per l’intervento militare sul Venezuela, analogo alle “armi di distruzione di massa” dell’Iraq e al “bombardamento della popolazione di Gheddafi” in Libia. Il successivo passo della coalizione emisferica contro il Venezuela era convocare un incontro del cosiddetto gruppo di Lima a Bogotá il 25 febbraio, dato come procedura per il vicepresidente statunitense Mike Pence, che partecipava al conclave, per dare le linee d’azione dell’assedio violento della Repubblica Bolivariana. L’incontro, in parte coperto dai media aziendali, dato che molti suoi momenti si avvennero in modo severo, evidenziava soprattutto la mancanza di consenso su un possibile intervento militare guidato dal Pentagono e dall’agenda personale che sembrano avere Iván Duque e Mike Pence contro Chavez.

Un programma prefabbricato
Prima dell’incontro, il latitante Antonio Ledezma rilasciava una dichiarazione in cui chiedeva al partner Juan Guaidó di mettere sul tavolo del gruppo di Lima la lettera dell'”intervento umanitario basato sulla responsabilità di proteggere (R2P)”, approccio “legale” usato nel bombardamento di Jugoslavia e Libia istituendo la coalizione dell’intervento multilaterale. Ciò confermava (ancora una volta) la volontà di un settore anti-chavista di promuovere l’opzione militare “statunitense” come l’unica possibile. Nonostante tali esclamazioni, un settore strettamente legato alle politiche statunitensi non supporta l’operazione di tale tipo, ovviamente, dopo aver lanciato la campagna di criminalizzazione contro il governo bolivariano e il Chavismo in generale. È il caso di José Miguel Vivanco, direttore per l’America Latina di Human Rights Watch, tentando di limitare i danni inauditi causati da quanto registrato da governi e giornalisti indipendenti il 23 febbraio nelle aree di confine nell’ambito dello spettacolo umanitario. Allo stesso modo, la Commissione europea, attraverso il portavoce della comunità per gli affari esteri, Maja Kocijancic, dichiarava che la sua volontà “è molto chiara: dobbiamo evitare l’intervento militare”. Tali dimostrazioni discorsive non solo affrontano il problema dell’invasione militare, prendendo come precedente quello successo in Libia coll’applicazione dell’R2P sotto una cortina di bugie mediatiche, falsità e operazioni sotto falsa bandiera, ma dimostra la prefabbricazione dell’ordine del giorno alla riunione del gruppo di Lima come spartiacque che polarizza le posizioni sul conflitto venezuelano. Iván Duque nel suo discorso, appunto, dava le coordinate del piano di aggressione al Venezuela che ha come concezione la guerra come carta necessaria, anche se rifiutato da subito da numerosi attori nella regione.

Discorsi e idee (vuote)
Duque, Guaidó e Pence, in quell’ordine, concedevano un nuovo tipo di vuoto discorsivo, basato su finzione mediatica, operazioni psicologiche e volontà anti-politica. Il presidente colombiano, quello vero, il senatore Álvaro Uribe Vélez, parlava dei successi e della continuazione dell ‘”assedio diplomatico” contro lo Stato venezuelano e dava la sua energica parola su una misura forte che porti al rovesciamento del Chavismo, polarizzando lo scenario: “La situazione in Venezuela non è un dilemma tra guerra e pace, il vero dilemma è la continuazione della tirannia o il trionfo della democrazia, dei diritti umani e delle libertà”. Anche se le azioni coercitive contro il Venezuela indicano chiaramente una situazione di guerra regionale, Duque sostiene che: “Quello che è successo sabato non è una sconfitta (23 febbraio), perché oggi siamo qui a riaffermare il nostro impegno a fornire quell’aiuto umanitario”. Una nuova operazione simile veniva proposta nei ponti di confine, in completa connivenza cogli ideatori del colpo di Stato? Resta da vedere se tale appello è già stato posto alla base dell’opposizione, che tra le violenze perde la mobilitazione di massa, a causa del belluino fascismo dei mercenari antigovernativi (ricordiamo 2014 e 2017). La verità è che Duque sembra preoccuparsi pubblicamente che la legittimità del dittatore Maduro non sia rafforzata e che non sia troppo ovvio che propone l’azione militare contro il Venezuela. Allo stesso modo, Guaidó faceva appello al senso binario del processo decisionale nel gruppo di Lima: “Il dilemma è tra democrazia e dittatura, tra massacro e salvezza di vite”. Volunted Popular chiaramente dava ovviamente la colpa dell’incendio dei “camion umanitari” sul confine colombiano-venezuelano al Chavismo che, secondo esso, si nasconde solo in “gruppi armati irregolari”, suggerendo che le FANB diserterebbero col colpo di Stato. Mentre il latitante pronunciava il suo discorso e Mike Pence preparava il suo, il dipartimento del Tesoro ha annunciato nuove sanzioni contro quattro governatori chavisti, responsabili dei porti marittimi commerciali, un’aggressione analoga al blocco navale e finanziaria. Co suo stile teocratico, il vicepresidente degli Stati Uniti si riferiva alle ultime azioni finanziarie di Washington annunciando la consegna di 56 milioni di dollari al gruppo di Lima e mostrava Donald Trump “grande campione delle libertà”, dando sostegno a Guaidó e citava, come i suoi predecessori al microfono, gli eventi del 23 febbraio come segno che questa è una lotta “tra democrazia e dittatura”. Chiedeva quindi ai Paesi della coalizione regionale di “prendere i beni dei funzionari venezuelani e darli a Guaidó”, e quindi chiedeva alle FANB di accettare la “generosa amnistia” dell’Assemblea nazionale. Sulla base di falsità e false bandiere alle frontiere, espresse sostegno alla Casa de Nariño per la sua belligeranza, dando la colpa delle provocazioni al Venezuela: “La Colombia è il nostro partner più importante della regione, e qualsiasi minaccia alla sua sovranità e sicurezza affronterà la determinazione degli Stati Uniti”. Questo può solo significare sostegno favorevole ad un intervento militare internazionale dei due attori più aggressivi della regione: Colombia e Stati Uniti. La nomenclatura espressa (“minaccia regionale”), che minava la dichiarazione del gruppo di Lima, fu presa dal Comando Sud degli Stati Uniti, i cui rapporti ai senatori mostrano l’intenzione d’intervenire in Venezuela, caratterizzandolo come narcostato fuorilegge alleato con organizzazioni che la Casa Bianca chiama terroristi, come ELN colombiano e Hezbollah libanese. Il crescente uso nel denominare il Chavismo organizzato “paramilitari” o “gruppi armati irregolari” è volto a concentrarvisi come motivo che va sradicato dalla “sicurezza della regione”.

La gestione delle aspettative
Le dichiarazioni dei diversi rappresentanti nazionali del gruppo di Lima suggerivano che è preferibile gestire altre azioni che l’intervento militare sul Venezuela, riflesso nella dichiarazione finale della riunione; piuttosto optano per “pressioni diplomatica e finanziaria”. Infatti, il vicepresidente del Brasile, il generale Hamilton Mourao, nel contesto dell’incontro, disse che il suo Paese non avrebbe intrapreso un’avventura militare sponsorizzata dagli Stati Uniti. Inoltre, il ministero della Difesa brasiliano riferiva di aver raggiunto un accordo con l’istituzione omologa in Venezuela per impedire ulteriori violenze, in cui gruppi irregolari anti-Chavisti attaccavano le forze di sicurezza venezuelane. Tuttavia, “tutte le opzioni sono ancora sul tavolo” risuona sia con Guaidó che con la Casa Bianca nei giorni precedenti. Ogni “D-Day” proposto dai capi dell’opposizione è controproducente quando le circostanze previste non sono definite. Si è cisto negli ultimi anni, in cui promettevano ai suoi seguaci un sì risolutivo al rovesciamento del Chavismo dal potere. In questo modo progressivamente persero il capitale politico per le loro aspirazioni. Con Guaidó e la sua squadra che abbandonavano il piano di “consegna degli aiuti umanitari” portava un immenso rifiuto in chi vi aveva riposto fiducia e che, infine, l’auspicato intervento militare sarebbe arrivato con bandiere e sorrisi nordamericani. L’annuncio che Washington invocava una nuova sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per discutere la questione del Venezuela portava a una nuova ondata di rifiuti al colpo di Stato e ai falchi, è noto che Russia e Cina godono del potere di veto di fronte all’escalation militare contro un alleato strategico nella regione latino-caraibica come il Venezuela. Certamente, mentre le intenzioni di un atto di forza che inneschi uno scenario di guerra, da parte della delegazione tra Colombia e Venezuela o con commando di mercenari supportati dall’esercito colombiano, Comando meridionale e NATO, il crollo di Guaidó agli occhi dei suoi seguaci è sempre peggiore. Molto probabilmente gli Stati Uniti cercheranno di allungare l’effetto Guaidó portando il caso dei “camion umanitari” al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, accusando di crimini contro l’umanità mostrando le immagini del 23 febbraio per pretendere un maggiore isolamento del Paese. D’altra parte, il capo del Consiglio delle Americhe, Eric Farnsworth, sostiene che un’azione militare spezzerebbe “la coalizione internazionale contro la Repubblica Bolivariana”. Segno evidente che anche l’intervento militare manca del supporto necessario, è che presso il pubblico va fabbricato, data la natura controproducente che rappresenta per la maggior parte dei Paesi del gruppo di Lima, che finora sono complici di tale iniziativa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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