Effetto boomerang: le sanzioni colpiscono gli USA

Mision Verdad 21 febbraio 2019

Progressivamente, le sanzioni contro il governo venezuelano producono un’ondata espansiva che colpisce gli interessi degli Stati Uniti e la loro politica estera, nonostante le rassicuranti proiezioni che l’Energy Information Administration (EIA) comunicava per ridurre le preoccupazioni sull’impatto globale del congelamento dei beni venezuelani sul suolo statunitense del dipartimento del Tesoro. Il 28 gennaio, il segretario al Tesoro Steven Mnuchin annunciava misure coercitive contro le principali compagnie venezuelane operanti negli Stati Uniti, coll’accusa di “aiutare a impedire a Maduro di continuare a deviare i beni del Venezuela e preservarli per il popolo venezuelano”. L’ordine esecutivo colloca le istituzioni dell’entità, tra cui Banca centrale del Venezuela (BCV) e PDVSA, ad obiettivi delle sanzioni. Oltre a bloccare beni per un valore di 7 miliardi di dollari, il divieto alle società statunitensi e socie di negoziare con PDVSA comporterebbe una perdita di 11 miliardi di dollari, e niente più esportazioni. Mentre l’arbitrato dei beni venezuelani è usato come strumento di pressione sul governo del Presidente Nicolás Maduro, mentre una struttura parallela di potere viene finanziata per sostituirlo, gli Stati Uniti manovrano i danni collaterali che si riflettono nelle loro industria energetica e economia nazionale.

Danni nell’industria petrolifera della costa del Golfo
In un’analisi pubblicata dalla EIA, si nega che le sanzioni contro PDVSA avranno conseguenze significative sul funzionamento delle raffinerie statunitensi. Apparentemente, le compagnie petrolifere che si rifornivano di petrolio venezuelano ne riducevano le importazioni prevedendo questo scenario. Tuttavia, gli esperti della zona dicono che nelle prossime settimane sarà possibile osservare come influenzeranno le prestazioni delle industrie della Costa del Golfo. Antoine Halff, principale investigatore del Centro per la politica energetica globale presso la Columbia University, spiegava che “il petrolio venezuelano è di una qualità unica che si adatta molto bene alle raffinerie statunitensi sulla costa del Golfo” e trovare un alternativa immediata è difficile a causa di diversi fattori. Queste raffinerie situate negli Stati della Louisiana e del Texas devono essere alimentate con circa il 30% di greggio pesante. Sebbene i costi di produzione siano più alti, possono competere sul mercato per il basso prezzo del petrolio importato in gran parte dal Venezuela. Secondo le informazioni fornite dal dipartimento dell’Energia, nel 2018 gli Stati Uniti importavano 500000 barili di greggio venezuelano al giorno. Il direttore dell’Energy Institute del Regno Unito, Eric Smith, spiegava che la risorsa importata rappresentava il 2,8% dei 20 milioni di barili consumati dagli Stati Uniti, ma in relazione al greggio pesante, la percentuale sale al 17%. L’azzeramento lascia un vuoto di 3,5 milioni che non può essere sostituito facilmente. Le opzioni per sostituire la risorsa sono offerte principalmente da Messico, Canada, Russia, Arabia Saudita e Iran. Messico e Canada, preferiti per la vicinanza, presentano sfide specifiche. Il Canada non ha un sistema di oleodotti che abbassi il prezzo all’importazione dal nord alla costa del Golfo. Il treno, attualmente utilizzato per il trasporto di petrolio, è due volte più costoso di altre forme di trasporto. Il governo del Messico attualmente affronta la notevole riduzione della produzione del petrolio a causa dell’abbandono del settore energetico e della rapina degli oleodotti. Il lavoro per ricostruire l’industria nazionale e aumentare la produzione richiederà almeno tre anni. Da parte loro, Russia e Arabia Saudita sono tra i Paesi OPEC e non che hanno accettato di produrre meno greggio, al fine di influenzare i prezzi sul mercato globale e sostenere i prezzi al barile. L’Iran, tuttavia, reagisce alle aggressioni commerciali che gli Stati Uniti hanno imposto dal novembre 2018. Non esiste, quindi, un piano di emergenza efficace per adeguarsi a un nuovo flusso di offerte che annulli lo svantaggio in cui si troveranno le raffinerie statunitensi.

Conseguenze per la popolazione nordamericana
Ogni misura economica presa nel settore energetico ha conseguenze a catena per colpiscono i più precarie, e gli Stati Uniti non fanno eccezione. Le decisioni unilaterali prese dall’amministrazione Trump contro il Venezuela servono a illustrare come l’effetto domino possa raggiungere la propria popolazione. L’aumento del prezzo del petrolio nel mercato globale, con possibile proiezione se gli sforzi dell’OPEC per ridurre la produzione si consolidano, è direttamente correlato all’aumento della benzina. Seguire il corso delle sanzioni contro il Venezuela, contribuirà a tale effetto, come successe l’anno scorso col blocco all’Iran. L’American Automobile Association, che monitora il potenziale impatto delle sanzioni, osservava che le misure adottate a novembre contro la nazione persiana hanno gonfiato i prezzi della benzina, “significativamente più costosi rispetto al 2017”.

Le sanzioni non colpiscono solo le raffinerie ma soprattutto la popolazione statunitense più povero
La volatilità delle misure unilaterali finisce per essere pagata dai cittadini dal basso reddito, che devono destinare una parte importante del bilancio a cose come la benzina. Anche la produzione di diesel, input derivato dal petrolio utilizzato per il riscaldamento, è a rischio limitando il greggio per le raffinerie statunitensi. Se non esiste un’opzione che sostituisca le mancanze e che non sia costosa, il prezzo delle forniture domestiche aumenterà, colpendo le famiglie dal basso reddito. A questo vanno aggiunti i sistemi di distribuzione riforniti col diesel (camion, barche e ferrovie) e che si muovono nel territorio degli Stati Uniti. L’aumento dei trasporti influenzerà tutti i beni di consumo. Su questo, va menzionato il lavoro sociale svolto dal governo venezuelano attraverso la controllata CITGO, una società sequestrata dopo l’annuncio dell’embargo da parte del direttore del Consiglio della sicurezza nazionale John Bolton. Nel Bronx County, New York, il programma di riscaldamento sociale per le persone a basso reddito è in funzione dal 2005. La raffineria venezuelana forniva questa risorsa a oltre 40mila famiglie che non avevano i mezzi per pagare un servizio privato. Il carburante era fornito a 25 altri Stati, raggiungendo 1 milione di persone con un investimento da 500 milioni di dollari. Al contrario, l’amministrazione Trump derubare beni delle nazioni che hanno il compito di sviluppare programmi sociali a protezione della popolazione.

Caraibi: preoccupazioni dei Paesi alleati degli Stati Uniti
La manovra degli Stati Uniti viene passata ai terzi interessati dall’embargo petrolifero. Grazie alla rotta strategica di Petrocaribe, tracciata dalla politica estera venezuelana, l’industria petrolifera nazionale ha joint venture e raffinerie nei Paesi caraibici e centroamericani. Questa regione era fondamentale per sovvertire le aggressioni diplomatiche nell’OAS e all’ONU, dove i funzionari statunitensi non ebbero il consenso internazionale nel violare la sovranità dello Stato venezuelano. Le nazioni partner degli Stati Uniti, come Belize, Repubblica Dominicana e Giamaica, risentono delle misure contro il Paese venezuelano. Le loro società dovranno cercare fonti alternative di petrolio con le transnazionali che non offrono accordi di cooperazione alle condizioni di parità offerte da PDVSA. In un articolo pubblicato su Heritage Foundation, l’analista Ana Quintana mostrava come le compagnie energetiche con transazioni in corso abbiano avuto difficoltà a ottenere i carichi. Le petroliere riempite il giorno in cui furono annunciate le sanzioni rimangono nei porti di imbarco. Per Quintana, il governo degli Stati Uniti dovrebbe “cercare di affrontare ragionevolmente le preoccupazioni dei partner senza indebolire l’efficacia delle sanzioni”, e legarli anche diplomaticamente nel riconoscere il parastato creato dalla figurante politico Juan Guaidó. La precaria relazione tra Washington e i Paesi caraibici, che ora devono sopportare lo shock economico, consente un altro scenario non affatto auspicabile per la Casa Bianca: quello di un netto rifiuto del blocco dei governi della regione all’interventismo contro il Venezuela.

Le sanzioni energetiche hanno una data di scadenza?
I tempi per fare pressione e imporre un cambio di regime sono inaspriti dal momento che l’effetto bizzarro delle sanzioni colpisce finanziariamente e politicamente la Casa Bianca. Minacciando un elemento sensibile come il petrolio, risorsa energetica spina dorsale dell’economia globale, mette a rischio il Paese che attualmente affronta il resto del mondo con chiara spavalderia. Il Venezuela non rimane nel ruolo di vittima, anche se l’intensità delle aggressioni è tale che persino i media corporativi come il New York Times riconoscono che aggraveranno la vita di milioni di venezuelani. D’altra parte, lo Stato dimostra di poter superare ed espandere le relazioni col mercato eurasiatico, coordinando la vendita di petrolio con Cina, India e Turchia. Dal primo D-Day e l’autonomina di Guaidó all’ammissione di “aiuti umanitari” dal confine colombiano, è trascorso un mese in cui l’economia statunitense subiva le prime conseguenze dell’isolamento dal mercato con le prime riserve petrolifere del mondo, con la promessa di poter prendere il pieno controllo di territorio e risorse. Le politiche estere coercitive pesando sugli USA, che sebbene colpiscano l’economia venezuelana al momento, sovvertono nel medio termine gli obiettivi del sabotaggio della riconfigurazione multipolare della geopolitica globale, dato che il governo venezuelano non perde d’autorità politica nella nazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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