Paesaggio politico venezuelano del 23 Febbraio

Mision Verdad 22 febbraio 2019

Saldo negativo
Quasi un mese dopo l’auto-proclamazione di Juan Guaidó come “presidente in carica”, il bilancio degli obiettivi iniziali nei fronti istituzionali e militari è negativo. Senza i generali delle FANB che accompagnano il tentativo di Washington di abbattere Maduro, e con uno “Statuto della Transizione” rilasciato dall’Assemblea Nazionale con pochi effetti pratici sulla realtà politica del Paese, la sua figura si logora tra inviti alla ribellione militare e dare per scontato l’ingresso di “aiuti umanitari” per il 23 febbraio. Sapendo che il suo ruolo è effimero e circostanziato mentre il gabinetto di guerra di Washington continua a maturare le condizioni dell’azione militare, la cosiddetta “promessa della gioventù venezuelana” del 23 gennaio, un mese dopo l’ascesa nel mercato come prodotto elettorale, vedasi la sua leadership 2.0 in pericolo con un nuovo “D-Day” dove l’antichavismo punta tutte le carte. Ma forse l’immagine che riflette più chiaramente il bilancio negativo nel sostegno militare contro Maduro, è stata l’urgenza di bruciare la cartuccia dell’ex-capo del controspionaggio, Hugo Carvajal, che nel 2017 aveva già una posizione contro il governo venezuelano, accusando Maduro delle violente proteste e dalla distanza dalla proposta di una Costituente catalizzando il conflitto. Una defezione presentata come “romanzo” last minute, quando la sua posizione antigovernativa era nota da due anni, entrava in scena per alcuni minuti e ora sembra che aggiunga un nuovo problema alla gestione del colpo di Stato: i costi dell’integrazione nella storia sulla “libertà” a una figura detestata dalla base dell’opposizione. Ciò che Carvajal lascia al suo posto è una dichiarazione militare senza capacità visibile di mobilitare le truppe in favore di Guaidó e gli “aiuti umanitari”.

Iniezione di autorità e russofobia
Ad un certo punto, la vertigine sotto cui operano, con improvvisazione totale e passi falsi, riflette anche i problemi nella catena di comando cui sono subordinati a Washington. Il salto indietro di Elliot Abrams la scorsa settimana, affermando che non può essere previsto se Maduro cadrà , il rifiuto del Congresso di autorizzare l’uso della forza militare, il discorso belluino permanente di John Bolton e il consenso pragmatico per la pace in Venezuela su scala internazionale, inscenano la guerra interna tra l’ala ovest della Casa Bianca e il Partito Democratico, che divora Guaidó. L'”aiuto umanitario” presentato come svolta e storia per abbattere il “Muro di Berlino sul ponte di Tienditas” rappresenta l’iniezione di autorità di cui hanno bisogno per spacciare il loro “presidente ad interim” tenendolo all’ordine del giorno, ma anche come il discorso da Guerra Fredda e russofobo diventa dichiarazione d’intenti nell’intervento contro il Venezuela.

Marco Rubio a Cúcuta ed operazioni psicologiche che svelano il piano
Durante il fine settimana, l’industria mediatica si concentrava sul confine. Una delle ragioni era la visita del senatore Marco Rubio e della sua squadra dei sogni. Il suo dispiegamento dei capannoni gestiti dall’USAID col governo colombiano era vicino a un incontro politico con cui dava volto politico e “direttive” all’arrivo di tre aerei del Comando Sud e alla presenza del capo dell’USAID. Come il messaggio al Congresso per una risoluzione che non contemplava l’uso della forza militare, indicando la sconfitta politica per Rubio, il senatore repubblicano che cercava di dimostrare autorità per diventare il diretto responsabile dell’operazione di “aiuti umanitari”. Le immagini degli aerei che atterravano in Colombia simboleggiavano quel momento dell’offensiva personale del ragazzo dell’ExxonMobil. Ciò fu rafforzato dal tentativo di capitalizzare dei media su alcuni manifestanti con cui intendevano dare l’idea di un supposto sostegno diffuso alla “carovana” dei deputati dell’Assemblea nazionale che dirigeva a Cúcuta per cercare “aiuti umanitari”. Il senatore non perse tempo ad usare lo scontro un agente della GNB e un autista dopo l’arresto della “carovana” sul ponte La Cabrera, che collega lo Stato di Aragua con quello di Carabobo, per suggerire il linciaggio dei militi. Po, condivise un video confuso su Twitter per dare il messaggio che “il regime spara ai manifestanti” a Barinas, senza preoccuparsi di indagare da dove provenissero gli spari. Così, denunciò l’operazione sotto falsa bandiera che sarebbe avvenuta nelle prossime ore, rivendicando drammaticamente l’azione militare contro il Venezuela con la scusa delle azioni del governo contro “manifestazioni pacifiche”.

Il laboratorio del Comando Meridionale e la posizione brasiliana
Ma la chiara presenza di Rubio, coll’obiettivo di aizzare un senso di trionfo per cercare d’impressionare il pubblico, serviva anche come passo istituzionale per mobilitare l’apparato del Commando del Sud. Spinto dall’ordine presidenziale nordamericano, il suo capo Craig Faller viaggiò in Brasile, Colombia e Curaçao cercando d’inserire il Comando Meridionale come innesco dell’operazione. Un ruolo di retroguardia in cui agire come risorsa di ultima istanza a seconda delle variabili sviluppatesi nel fine settimana. Nel 2018, il Comando Meridionale condusse tre esercitazioni militari sotto il regime di “aiuti umanitari”, insieme a Brasile, Colombia e altri Paesi latinoamericani articolati nel Gruppo di Lima. Visto in retrospettiva, il 23 febbraio è il fatto che espone l’agenda modellata dal Pentagono, secondo John Kelly quando nel 2016 previde che gli Stati Uniti avrebbero dovuto rispondere alla “crisi umanitaria venezuelana” che preoccupava l’ex-capo della Comando meridionale La dichiarazione congiunta di Craig Faller coll’ammiraglio colombiano Luis Navarro Jiménez, a cui le precedenti trattative con Brasile, Curazao (Olanda) e Porto Rico, suggerivano che il prossimo passo era che il Comando Meridionale assumesse l’aiuto umanitario “come compito burocratico in nome del ‘governo parallelo'”. La lontana posizione del governo brasiliano che colloca gli “aiuti umanitari” a Roraima, in attesa che Guaidó entrasse, elevava il ruolo di Cúcuta e dell’isola caraibica olandese a punti di pressione geostrategica sul territorio venezuelano, puntando verso il Golfo del Messico come arteria critica del commercio energetico venezuelano. Ciò implicava l’attuazione della strategia dello strangolamento dell’economia venezuelana.

Le elezioni scompaiono
Nel panorama mediatico e nel linguaggio comune usato dai portavoce della guerra al Venezuela, la richiesta di elezioni spariva completamente. Il discorso che esercita il maggior peso per delimitare il corso dell’azione politica in queste ore è d’orientamento militare, di molestie ed istigazioni, presentato dal capo del Comando meridionale, a sua volta alimentato dalle operazioni psicologiche che John Bolton e Mike Pompeo dirigono contro le FANB. Il 23 febbraio, in seguito al duro resoconto legale dell’opposizione, dovrebbe essere il gran giorno della celebrazione dell’elezione con cui il deputato Juan Guaidó, distorcendo diversi articoli della Costituzione, fu “costretto” ad assumere la carica di “presidente ad interim” un mese fa. Il cambio di priorità verso la generazione di un “casus bellis” al confine che dia una svolta alla situazione e ponga l’opzione militare come unica opzione possibile, dimostra che la pretesa elettorale, seguendo il manuale di Gene Sharp, sia il ricorso per far degenerare l’operazione di fondo: garantire la permanenza di un governo parallelo tutelato dalle grandi multinazionali.

La lezione di Iraq e Libia e lo smantellamento del golpe della CIA
Il recente smantellamento de l colpo di Stato orchestrato dalla CIA e gestito a livello operativo dall’ex-colonnello Oswaldo García Palomo, Julio Borges e governo colombiano nel primo trimestre di quest’anno, rappresentava un freno all'”opzione militare” che rimane sempre sul tavolo di Trump. Neutralizzando tale operazione, che mirava a favorire una rivolta collegata ad un’azione militare estera, ad un certo punto, aveva come messaggio politico immediato la coesione delle FANB e la loro capacità di proteggere la sicurezza dello Stato e del Paese. Il fatto contrasta con la falsa immagine dello “Stato fallito” imposto dai media corporativi e fermava la maturazione di due precondizioni chiave per l’avventura militare, secondo le lezioni date dai sanguinosi interventi contro Iraq e Libia. Tali precondizioni furono date dalla frattura dell’apparato militare per configurare un conflitto armato e il precipitare di una guerra civile di bassa intensità che spezzasse il Paese, entrambi ancora bloccati in Venezuela dall’azione preventiva dell’intelligence venezuelana e il nucleo duro dell’unione civile-militare. Senza queste precondizioni, gli alti costi politici riducono l’efficacia dell’intervento.

Le “truppe umanitarie”: proiezione di una falsa bandiera
Recentemente il segretario di Stato Mike Pompeo ringraziava ONG e private degli “aiuti umanitari” concessi al Venezuela. Tale discorso sulla gestione aziendale era la fine di un processo svoltosi la scorsa settimana creando una struttura di volontariato articolata nella “Coalizione di aiuti e libertà” e “Salvataggio Venezuela”, rami mobilitati dall’USAID. L’assemblea del movimento portava a “truppe di combattenti umanitari” vestiti di bianco, incaricati di spostare gli aiuti al confine e fungere da prima linea d’assalto per provocare le FANB. Come costruzione artificiale, tale “movimento” rappresentava una copertura per il caos e le violenze organizzate, ma mirate anche a sopraffare e inibire l’azione delle forze di sicurezza dello Stato. A differenza del golpe soft del 2017, l’approccio di tale “truppa umanitaria” è apparentemente difensivo e mira a tenere automaticamente le FANB responsabili ogni rivolta. L’uso omologato del colore bianco come indumento ed identificazione, oltre a dare l’idea di una Croce Rossa privata al piano imprenditoriale dell’USAID con Volontà Popolare, è anche una risorsa utile per, al momento di un “massacro” come ben pianificato dagli Stati Uniti, evidenziare lo spargimento di sangue. La strumentalizzazione dipendeva da questo. L’operazione sotto falsa bandiera poteva confondere e falsificare tra azione provocatoria passiva ed azione umanitaria. E il gancio pubblicitario era che, presumibilmente, il Chavismo impediva l”aiuto umanitario” che, secondo i dati presentati da Guaidó, non copre nemmeno l’1% della popolazione. La similitudine cogli “elmetti bianchi” siriani è apposita, ma l’uso al confine come anello di protezione civile dei gruppi armati dipendeva dalla capacità di mobilitare i paramilitari. Una lettera sempre latente che Óscar Pérez indicava come nuovo metodo da seguire. Qualcosa che Trump ha reso centrale nella sua campagna in Florida. L’avvertimento russo che gli Stati Uniti avevano mobilitato forze speciali al confine, nel quadro di una provocazione o per armare l’opposizione, proverrebbe da qui. Premeditatamente, gli Stati Uniti aprivano il gioco stimolando e finanziando attraverso canali poco visibili l’emergere del “Rambo venezuelano” che, nella sua turbolenta dottrina in politica estera, espelleva i russi dal Venezuela e restituiva la libertà. Libia e Kosovo, per sintetizzare una lunga lista macabra, sono gli esempi lampanti di quanto un Paese finisce male quando Washington impiega logiche criminali e da gangster, in complicità con le élite snazionalizzate che prendono il potere.

Concert Aid laboratorio dal vivo e neoliberista
Come risorsa asimmetrica e arma politica per rimodellare le società, la guerra culturale attraversa il conflitto venezuelano. Il concerto “Live Aid”, promosso dal miliardario Richard Branson, raccogliendo il più noto pop del mercato latino, metteva il noioso discorso politico e dottrinale dei diversi impiegati della lobby musicale in Florida allo stesso livello di Sebastián Piñera, Iván Duque e Luis Almagro. L’orientamento commerciale dell’evento e la sua strumentalizzazione per simulare grande una base a supporto dell’intervento umanitario era così evidente da non richiede ulteriori analisi. Tuttavia, l’intenzione di svolgerlo il giorno prima del 23 febbraio, così come la copertura globale, è parte di un’operazione culturale che cerca di diluire il confine e fare della guerra in Venezuela un’estensione della cultura pop. Il preludio alla “libertà in Venezuela” è accompagnato dalle canzoni di Paulina Rubio e Maluma, evidente dimostrazione che l’atmosfera socio-culturale controllata cerca di riempire di frivolezza un processo di profondo indebolimento della società venezuelana attraverso sanzioni e blocco finanziario. E questo sembra il piano ideologico (neoliberale) che delinea i tratti profondi del cambio di regime contro il Venezuela, una manovra che sostiene la distruzione del suo patto politico e sociale, insieme al furto delle risorse naturali, davanti cui “l’aiuto umanitario” conclude l’intervento coll’intento di far tornare in Venezuela allo status di semi-colonia, prima di Hugo Chavez. Un laboratorio che cerca di rimodellare la società venezuelana basata sulla dipendenza alimentare dell’USAID, proponendo un’economia protetta alle transnazionali e un sistema politico e sociale protetto agli Stati Uniti, dopo averne pianificato la distruzione della vocazione collettiva e patriottica. Alla fine di questa nota, i media dell’opposizione davano per scontato che la GNB, senza verifiche o fonti contrastanti, assassinasse un Pemón indigeno e ne ferisse altri, a seguito della situazione irregolare a confine dello Stato brasiliano di Roraima. Subito dopo, i portavoce della guerra al Venezuela amplificavano l’ebbrezza dell’atto, usandolo come testimonianza che la forza va usata per garantire l’ingresso di “aiuti umanitari”. Una mossa completata dall’ordine di Juan Guaidó secondo cui i confini sono ancora aperti, secondo lui, e che qualsiasi azione extrapolitica contro la sovranità venezuelana avrà l’approvazione del “governo parallelo”. Questo è il motivo per cui hanno ponevano il 23 febbraio come punto di svolta di fronte all’impossibilità di ottenere un cambio di regime.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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