“Chi ha detto che non ci piacciono gli americani? Li odiamo!”

Georgij Zotov, “Argomenti e fatti”, 13/02/2019 – Libertégérie

Il 15 febbraio 1989, le truppe sovietiche lasciarono l’Afghanistan e l’esperienza della costruzione del socialismo nello “Stato orientale” fu considerata un fallimento. Il giornalista di AeF apprese dagli afghani il loro atteggiamento nei confronti delle forze armate statunitensi, che da 17 anni costruiscono la democrazia nella repubblica. Il risultato è bellissimo.
Parliamo con un ufficiale contingente della NATO in un caffè in una base militare vicino Kabul. Fuori, non può andare. “Sono qui in una gabbia”, ammette. Sono autorizzati ad andare in città solo su una autoblindo. Sì ed è pericoloso: un kamikaze può comparire immediatamente in un’auto carica di esplosivo, o qualsiasi adolescente può sparare con una mitragliatrice. È vietato assumere personale locale per la manutenzione della base. Pertanto, vi sono i cuochi nepalesi e riparatori filippini. “Ricordo all’entrata, vidi un afgano lavare i bagni del “campo”: dietro il custode, osservava ogni movimento con attenzione, con un mitragliere della NATO. “Ci sono delle eccezioni”, ammette l’ufficiale. Anche se corriamo rischi elevati. Ma che succederà se la prossima volta quella persona portasse una bomba? Paghiamo e lasciamo il caffè: il militare si accende una sigaretta, guardando tristemente il sole, le montagne senza un filo d’erba. “Perché abbiamo appoggiato gli islamisti in Afghanistan contro l’esercito russo? Dice. Ora sono completamente sanguinari e non sanno come tornare a casa”.

“Pensavano che fossero come i russi”
“Chi ha detto che non ci piacciono gli americani? “Sì, li odiamo”, questa frase l’ho sentita molte volte in Afghanistan. Spesso guardavo i vecchi sputare dopo che un convoglio della NATO passava per Kabul e i ragazzi fischiavano, persino esercito e polizia afghani, con uniformi della NATO e fucili M16, non avevano propensione per gli USA. Quando fui portato dalla polizia per “aver filmato illegalmente” graffiti di artisti di strada sui recinti in cemento, dissi all’agente: “Perché non posso fare foto? Chi lha vietato?”, “Americani”. “Non è disgustoso che tu esegua questi ordini? La faccia del poliziotto si contorse. “Sì, li avrei cacciati dall’Afghanistan con le mie mani… Beh, vattene via da qui, prima che cambi idea”. “Più di 17 anni fa, i distaccamenti di un contingente guidato dagli Stati Uniti entravano a Kabul”, afferma il dott. Maxoud Mustafa Ashkhani, che studiò a Minsk negli anni ’80. Fuono accolti come liberatori. I taliban col loro regime medievale di 5 anni erano insopportabili. Il popolo afghano disse sinceramente: gli statunitensi saranno come i russi. Dopo tutto, i russi, i “nostri shuravi”, visitavano le nostre case, i nostri negozi, trattavano l’acquisto di registratori e giacche di pelle giapponesi, bevevano la vodka con noi. I soldati statunitensi mostrarono subito di non considerarci persone. Recintati da mura e nascosti dietro l’armatura dei carri, a guardare attraverso la fessura il panorama. Non conoscono le nostre tradizioni e i loro aerei attaccano senza distinzione i matrimoni afgani, prendendo i festeggiamenti del clan per terrorismo, perché molti uomini barbuti sparano in aria in onore della sposa. Nel 2012, l’ubriaco statunitense Robert Bales uccise tre donne e nove bambini a Kandahar. Non fu nemmeno permesso di processarlo, lo portarono negli Stati Uniti. Sì, questo soldato fu infine condannato all’ergastolo, ma ci sono dozzine di casi simili e solo uno è arrivato in tribunale.

“Sono un bersaglio ambulante”
Molti negozianti a Kabul ricordano la situazione nel 1979-1989. I soldati sovietici venivano da loro per fare acquisti. “Le trattative erano molto divertenti”, dice Dukan Ali Mushar in un negozio vicino al mercato di Maiwand. Erano indignati, sbatterono la porta, li inseguì, tornammo, mi trattarono da sanguisuga, assicurai che gli vendevo il registratore Sony perdendoci.. In generale, era uno spettacolo. Nei primi anni dopo la caduta dei taliban, gli statunitensi potevano camminare, schiena contro schiena, armi automatiche in mano, facce pallide. Compravano qualcosa in un secondo, senza negoziare e vicino l’uscita. E ora, non si fanno vedere affatto. Nel centro commerciale “Majid”, dove arrivai per un incontro di lavoro, le guardie, senza guardare, tralasciarono l’auto nel parcheggio e poi, con riluttanza, perquisirono un giovane. Non guardarono i suoi piedi, poteva tranquillamente indossare una pistola nei jeans. In un ristorante turco all’ultimo piano (ci sono spesso estranei), la gente fuma il narghilè mentre fissa l’entrata. “Li capisco”, diceva Jeremy Crown, un imprenditore edile nordamericano . Sai quante volte è successo, la gente è seduta mangiando, poi due taliban si precipitano dentro e l’intera stanza viene mitragliata. Essendo al centro di Kabul, non mi sento tranquillo per un minuto, è come se fossi un bersaglio che cammina. Anche nella mia stanza d’albergo non è sicuro, tutti gli alberghi di Kabul almeno una volta furono sequestrati o distrutti”. A Kabul, comprendiamo perché l’URSS dovette ritirare il contingente nel 1989. Siamo onesti: abbiamo combattuto col mondo intero: contro USA, Paesi europei, Stati arabi, vicini musulmani e anche Cina. Gli attivisti afghani ricevettero un generoso sostegno finanziario (decine di miliardi di dollari). Gli istruttori statunitensi dei campi di addestramento in Pakistan istruivano ad essere dei professionisti nell’uccidere i soldati sovietici. Volontari islamici (incluso Usama bin Ladin), a decine di migliaia si radunarono nella jihad contro gli infedeli. I mujahidin ebbero armi avanzate, inclusi i missili Stinger, a titolo gratuito, per abbattere aerei sovietici. A Kabul, ora mi vengono mostrate le armi catturate ai taliban, vecchi fucili britannici della metà del secolo, vecchi Kalashnikov, proiettili sovietici (metà dei quali inutili, esplosivi cinesi per bombe improvvisate, ma uttavia, quando il contingente dell’URSS era presente nella Repubblica Democratica dell’Afghanistan, i jiahdisti non riuscirono a catturare una sola città: i “taliban” ora controllano già due terzi del territorio dell’Afghanistan. Nel 2015, i taliban occuparono una grande città nel nord del Paese, Kunduz: l’esercito addestrato dagli statunitensi fuggì immediatamente.

Pasticcio sanguinoso
“Shuravi è riuscito a costruire uno stato in Afghanistan”, dice Mohammed Mohseni, ex-dipendente del Ministero degli Esteri afgano, nel 1982-1985 aveva lavorato nell’URSS. Sì, c’è stata una guerra dura con molte vittime. Ma c’erano scuole per ragazze, donne senza velo, decine di migliaia di giovani frequentavano l’istruzione superiore e l’esercito era professionale. Ai nostri giorni, assistiamo a un maledetto disordine. Nulla viene prodotto, tutto l’aiuto dell’occidente viene saccheggiato, i nostri soldati fuggono dai taliban, il potere afgano si regge solo grazie ai 1.000 soldati USA e agli aerei da combattimento della NATO nelle basi. Dicono che è stato raggiunto un accordo coi taliban sul ritiro definitivo delle truppe straniere. Non appena ciò accadrà, ti garantisco che tra un anno i taliban saranno a Kabul e l’occidente ci dimenticherà immediatamente. Ha fatto di tutto per far uscire le truppe sovietiche dall’Afghanistan e il nostro Paese è caduto in un incubo sanguinoso. In serata, visito uno degli ex comandanti che combatté contro l’Unione Sovietica. “Oh, se avessi saputo cosa sarebbe successo in Afghanistan”, sospirò, “non vi avrei combattuto. Avrei dovuto essere sveglio, non saremmo diventati una terra della morte eterna. “Sì”. risposi, guardandolo negli occhi. “Dovevi essere sveglio”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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