La geopolitica di Pulwama

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 18 febbraio 2019

È improbabile che il Primo ministro Narendra Modi abbia una patente di guida. Ed è un’ipotesi intelligente che, anche se ne l’avesse, Modi non emulerebbe il Primo ministro del Pakistan Imran Khan, guidando l’auto dall’aeroporto di Delhi portando il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman in arrivo in terra indiana. In poche parole, l’India non può, e non ha bisogno, di sperare di avere una relazione coll’Arabia Saudita, punto dell’alleanza pakistana col ricco regno petrolifero. Basti dire, per pura coincidenza, una terribile bellezza è nata il 17-18 febbraio sulla scacchiera dell’Asia meridionale. La resilienza della politica estera indiana e la sua influenza diplomatica nell’isolare il Pakistan e costringerlo ad abbandonare la politica di sponsorizzazione dei gruppi terroristici nel Kashmir sono messi alla prova. L’annuncio ad Islamabad del principe ereditario saudita sui suoi enormi piani di investimento da 20 miliardi di dollari come “prima fase” di un programma profondo per resuscitare l’economia pakistana, anche questo col salvataggio da 3 miliardi di dollari ed altri 3 miliardi differiti nel pagamento della fornitura di petrolio saudita, può essere visto solo come avvertimento al governo Modi di risvegliarsi da 5 anni di torpore che confonde la strategia indiana in un mondo complesso coll’immagine di Modi statista mondiale. Non si tratta solo di soldi. In termini geopolitici, la visita di MbS evidenzia che è impossibile “isolare” il Pakistan. E questo non è dovuto ai tradizionali legami fraterni della fratellanza musulmana (niente gioco di parole) tra sauditi e pakistani. Il nocciolo della questione è che anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele e Pakistan sono protagonisti della nuova Middle East Security Alliance (MESA) che gli Stati Uniti attivamente promuovono nel Grande Medio Oriente, la regione che si estende dal Levante alle steppe dell’Asia centrale. La tragedia di Pulwama ha mandato in frantumi le ipotesi in politica estera del governo Modi verso gli attori del Medio Oriente. La triste realtà è che le élite politiche indiane (non solo a livello centrale ma anche statale) vedevano gli sceicchi arabi degli Stati dei petrodollari come mucche da latte, trascurando completamente che l’India non può mai convergere con tali brutali regimi autocratici su valori o in geopolitica.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono all’estremità opposta dello spettro rispetto all’India quando si tratta del terrorismo. L’estradizione di Christian Michael dagli Emirati Arabi (presumibilmente, come contropartita per la vergognosa resa di Sheikha Latifa, la figlia ribelle del sovrano di Dubai) non altera tale cruda realtà. Chiaramente, Emirati Arabi ed Arabia Saudita hanno agito recentemente come locomotive del “terrorismo jihadista”. Prima la politica estera indiana si adatta a questa realtà geopolitica, meglio è. Su Israele, il governo Modi ha radicalmente riorientato la politica dell’India inserendo inutilmente nelle relazione un contenuto ideologico, inesistente. Si trascura che gli israeliani sono opportunisti motivati da interessi personali. Durante la visita in Israele nel luglio 2017, Modi commise un atto spaventoso, deliberatamente o semplicemente per mancanza di erudizione forse, rese omaggio a Theodor Herzi, fondatore del sionismo, a Gerusalemme. D’altra parte, nell’attenzione di Modi, la politica per la Palestina dell’India è stata ridotta a semplice verbosità. In ogni caso, l’élite indiana non è riuscita a capire che Israele e Pakistan sono in realtà della stessa risma di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che di regola sponsorizzano il terrorismo e schierano terroristi in Paesi stranieri. Se gli Stati Uniti hanno la loro strada, questi 4 Stati affini ora forniranno ogni scopo l’infrastruttura del MESA nella vasta regione che forma il nostro vicino occidentale. Allo stesso modo, recentemente veniva riportato un preciso rapporto su un aereo israeliano che atterrava segretamente, presso la base aerea Noor Khan a Rawalpindi e se ne andava diverse ore dopo, coincidendo, in modo intrigante, con la visita di Netanyahu all’Oman a novembre. Alimentando speculazioni secondo cui gli israeliani avrebbero potuto avere un incontro segreto cogli onnipotenti leader militari pakistani. Alcuni in Pakistan hanno persino pensato che Netanyahu fosse volato per una conversazione segreta con Imran Khan. Allo stesso modo, recentemente sono apparse notizie riguardanti la presenza militare e d’intelligence israeliana in Afghanistan, che non sarebbe possibile senza la consapevolezza di Islamabad e la tacita accettazione da parte dell’establishment militare pakistano. D’altra parte, oggi, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono alleati segreti di Israele nell’Asia occidentale. Si affiancano nel piano per rovesciare il regime iraniano. Possiamo aspettarci che l’Af-Pak possa diventare un grande teatro da cui le loro operazioni segrete saranno lanciate coll’aiuto del Pakistan sotto sorveglianza e protezione degli Stati Uniti per destabilizzare l’Iran. Teheran ha ripetutamente affermato che i due Stati arabi collaborano con Stati Uniti e Israele. Dopo l’attentato nella regione sud-orientale dell’Iran, nel Sistan-Baluchistan, al confine col Pakistan (in cui 27 soldati iraniani venivano uccisi in circostanze stranamente simili a quanto accaduto a Pulwama), i generali iraniani apertamente indicavano il ruolo dell’Intelligence Inter-Service pakistana. Non sorprende che sauditi ed emirati che finanziano l’economia pakistana siano venuti a richiamare Islamabad e Rawalpindi. Teheran si aspetta tempi turbolenti.
Tutto ciò rende l’atto dimostrativo degli Stati Uniti di compatire l’India sull’attentato di Pulwama assai dubbio, al limite del diabolico. Per l’amministrazione Trump oggi, la cooperazione del Pakistan è fondamentale per garantire la stabile presenza militare nordamericana a lungo termine in Afghanistan. Sebbene la capacità degli Stati Uniti di sfruttare il Pakistan sia diminuita, l’occidentalismo dell’élite pakistana è ancora molto vivo e l’influenza saudita ed emiratina a Islamabad e Rawalpindi completa la diplomazia nordamericana. Pertanto, oggi c’è un mix esplosivo, come non mai visto prima nella regione e che nessuno poté prevedere, tranne, in effetti, la mente astuta di Hamid Karzai, per cui la leadership talib subiva un’immensa pressione pakistana per evitare il suo “Afganistan”, ed accedere alla lista dei desideri degli Stati Uniti su una presenza militare aperta in Afghanistan (sostenuta da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Israele). Certo, c’è resistenza dai ranghi taliban a un accordo su termini così umilianti che militano contro l’orgoglio nazionale pashtun e rende insensate il folklore dei taliban sulla “resistenza” afghana. Ma l’ISI iniziava una repressione esiziale sui recalcitranti/inconciliabili nella leadership taliban colpendo gli sventurati compari fino a sottometterli. Ciò che sauditi ed emirati si aspettano nel prossimo futuro è un certo “riavvio” della tradizionale ideologia afghano-islamista dei taliban e la visione tipicamente nazionalista “afgano-centrica” con significativa dose d’indottrinamento wahhabita, rendendo possibile l’integrazione dei taliban nella rete jihadista globale e la coabitazione con organizzazioni estremiste come Stato islamico o al-Qaida (che proliferavano in Medio Oriente negli ultimi anni), in modo che i piani geopolitici possano essere intraprese in Asia centrale, Caucaso o Iran dal suolo afghano, sotto la guida dei compradores taliban.
Se qualcuno può modificare il DNA pashtun dei taliban e farne dei punjabi, solo l’establishment militare pakistano e l’ISI possono. Sauditi ed Emirati (e statunitensi) si aspettano che le forze armate pakistane realizzino tale trasformazione come contropartita per le decine di miliardi di dollari che vengono spesi per mantenere a galla il Pakistan. Strateghi e responsabili politici dell’India dovrebbero ripensare completamente le loro opzioni. Chiaramente, richiede vaste risorse intellettuali e il nostro sistema incentrato sulla sicurezza potrebbe esserne a corto. Senza dubbio, lo scalo della Ministra degli Esteri Sushma Swaraj a Teheran è stato un passo simbolico nella giusta direzione, ma è troppo poco e troppo tardi. L’India dovrebbe mostrare coraggio resistendo al bullismo di Trump e prendendo provvedimenti per coltivare e preservare la comprensione strategica coll’Iran, che le precedenti leadership avevano lasciato a Modi (compreso il compianto AB Vajpayee che aveva un acuto senso della storia). Il punto è che l’Iran è l’unico alleato naturale dell’India nella regione. La tragedia di Pulwama dovrebbe svegliarci su questa realtà geopolitica. È giunto il momento di ravvivare rapidamente la verve della comprensione strategica India-Iran, sempre stata nel nostro interesse principale come fattore di sicurezza e stabilità regionale. Di nuovo, appare una matrice geopolitica analoga alla jihad afgana dei primi anni ’80. Tuttavia, ahimè, ci sono persone tra le élite indiane, nella dirigenza e nei media, affrettatesi a celebrare il consulente della sicurezza nazionale statunitense John Bolton per aver telefonato due volte ad Ajit Doval su Pulwama. Che si vergognino! Non sanno chi sia Bolton, quali potrebbero essere le sue reali intenzioni. Bolton era un ideologo dichiarato dell’invasione dell’Iraq; ed oggi tifa per la presenza militare statunitense permanente in Siria, Iraq e Afghanistan; e, cosa più importante, è maniacalmente ossessivo sul piano di cambio di regime dell’Iran. Prosperando su tale dogma maligno. Fondamentalmente, è una creazione della lobby israeliana negli Stati Uniti, che ne ha manipolato la nomina alla posizione chiave di NSA nella Casa Bianca di Trump. Considerando tutto ciò, la motivazione dietro le parole di commiserazione di Bolton sulla tragedia di Pulwama va compresa. Non si commettao errori, c’è del ferro nella sua anima. Al livello più ovvio, Bolton proiettava gli Stati Uniti come l’alleato più sincero dell’India nella lotta al terrorismo. Secondo, sottilmente spacciava un'”inclinazione” statunitense verso l’India, e contro il Pakistan. Tre, introdusse gli Stati Uniti nel ruolo di mediatore che gli consente di affinare la reazione indiana a Pulwama nei prossimi giorni e settimane, e potendo creare un punto di osservazione da cui Washington può facilmente inserirsi in qualsiasi scontro India-Pakistan.
Ciò che i nostri strateghi non possono ignorare come rischio per l’India è che ci si possa aspettare un intervento statunitense nelle prime fasi di ogni confronto tra India e Pakistan. Washington utilizzerà senza dubbio qualsiasi situazione per avere maggiore cooperazione da Islamabad in Afghanistan. Ma Delhi non può aspettarsi che gli Stati Uniti lavorino per gli interessi indiani. Né l’India può sperare di ottenere qualcosa di duraturo dal confronto militare col Pakistan. La posta in gioco è semplicemente troppo alta a che il presidente Trump ponga fine alla guerra in Afghanistan e consolidi una presenza militare permanente nell’Hindu Kush in uno scenario afgano post-bellico, parte integrante della strategia globale degli Stati Uniti per contrastare Cina e Russia. L’India non è di alcuna utilità agli Stati Uniti nel raggiungere questo obiettivo. Al contrario, un Pakistan rispettoso si aspetterà che gli Stati Uniti prendano nota dei suoi interessi “legittimi” nei confronti dell’India. Ecco perché va assolutamente preso atto della recente testimonianza di una commissione per i servizi armati del Senato degli Stati Uniti dove il mese scorso il comandante del generale del comando centrale degli Stati Uniti Joseph Votel aveva detto che il Pakistan sarà sempre un “paese importante” per gli Stati Uniti. Il generale Votel affermava: “Se il Pakistan ha un ruolo positivo nel raggiungere una soluzione al conflitto in Afghanistan, gli Stati Uniti avranno opportunità e movente per aiutare il Pakistan a svolgere tale ruolo, poiché la pace nella regione è la priorità più importante per Stati Uniti e Pakistan”, aggiungendo, minacciosamente, senza dire altro pubblicamente, “Il nostro atteggiamento col Pakistan comporta il sostegno dei nostri colleghi del dipartimento di Stato mentre perseguono una soluzione diplomatica con Islamabad per porre fine al conflitto in Afghanistan, assicurandosi che le azioni pakistane siano riconosciute e affrontate in qualsiasi accordo futuro”. Chiaramente, Bolton gioca in prospettiva, e il governo Modi non dovrebbe cascarci. La geopolitica di Pulwama è molto complicata.
La storica visita in Pakistan del principe ereditario saudita segna l’induzione formale del Pakistan nell’Alleanza di sicurezza del Medio Oriente sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa realtà geopolitica perseguiterà la campagna diplomatica del governo Modi contro il Pakistan a ogni passo nelle settimane e nei mesi futuri, ostacolando i tentativi indiani di isolare il Pakistan. D’altra parte, il Pakistan ha la sensazione di essere sul punto di vendicarsi del’India nel Kashmir. L’establishment pakistano pensa, a torto o a ragione, che il “momento del Pakistan orientale” dell’India sia arrivato ed è ora del ritorno economico. Aderendo al MESA divenendo indispensabile alla soluzione afghana che salvi la faccia di Stati Uniti e NATO e per sostenere le basi statunitensi in Afghanistan, Islamabad ha pieno fiducia che non importa ciò che Bolton sussurri a Doval, lì conta poco cosa Washington possa fare, o osi fare, per costringerla a lasciare l’agenda verso Kashmir ed India.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Precedente Gli Stati Uniti non possono lasciare che il debito faccia ombra all'economia Successivo Perché il Giappone è irritato dall'inarrestabile ascesa della Cina?