L’Iran accusa il Pakistan di terrorismo

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 17 febbraio 2019

Con una condanna devastante ed inedita di Islamabad, l’Assistente militare alla Guida suprema dell’Iran, Generale Yahya Rahim Safavi accusava l’Inter-Services Intelligence (ISI) del Pakistan del sostegno ai gruppi terroristici che agiscono contro l’Iran. Questo in seguito ad attacco a un autobus che trasportava personale della sicurezza dell’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) nella regione tra Zahedan e Khash nella provincia sud-orientale del Sistan-Baluchistan, al confine col Pakistan, quando un’autobomba speronava l’autobus uccidendo 27 soldati e ferendone altri 13. Il gruppo terroristico Jaish ul-Adl, legato ad al-Qaida e basato in Pakistan, rivendicava l’attentato. Il Generale Safavi letteralmente attaccava la leadership militare pakistana dicendo: “Questi fuorilegge criminali provenivano da una delle tribù del Belucistan addestrate per le operazioni suicide nel Paese vicino, e tale Paese e l’ISI dovranno rendere conto al governo e alla nazione iraniani e all’IRGC di come hanno attraversato il confine e perché tale Paese confinante è un santuario e luogo per addestrare ed inviare tali gruppi terroristici infedeli (in Iran)”. Il Generale Safavi dichiarava: “Il governo pakistano dovrà spiegarlo… prove e prove dimostrano che tali gruppi terroristici sono finanziati da numerosi Stati arabi del Golfo Persico, incluso uno il cui principe ereditario è attualmente in Pakistan”, aggiungendo che gli Stati che sponsorizzavano l’attacco programmavano diversi attacchi terroristici simili contro l’Iran durante le cerimonie commemorative del 40° anniversario della rivoluzione islamica, tutte sventate grazie alla vigilanza dell’IRGC e di altre agenzie di sicurezza ed intelligence. Il Generale Safavi affermava: “Ci prenderemo la vendetta per i nostri martiri… e vogliamo che il presidente ci dia più spazio per le operazioni di rappresaglia”, chiedendo all’esercito e all’intelligence pakistani perché il loro Paese protegge i gruppi taqfiri, tra cui Jeish al-Adl, che rivendicava l’attacco terroristico. Il generale osservava: “Riteniamo che questo silenzio sia in supporto a tale gruppo e che l’organizzazione dell’intelligence pakistana dovrà renderne conto”. “Il Pakistan dovrebbe anche sapere che pagherà il supporto dell’organizzazione pachistana al Jeish al-Zolm (come Jeish al-Adl viene chiamato in Iran) da ora in poi e questo prezzo sarà senza dubbio molto pesante”, aggiungeva. “Indubbiamente, l’organizzazione della sicurezza pakistana conosce il nascondiglio dei gruppi ma rimane inerte”, aveva detto il Generale Jafari. “Se il Pakistan non si conforma alle proprie responsabilità, la Repubblica Islamica dell’Iran si riserva il diritto di confrontarsi contro tali minacce ai confini col Paese vicino, sulla base delle leggi e regole internazionali, e adotterà le misure per punire i terroristi, mercenari delle agenzie di spionaggio di Stati regionali e transregionali”, avvertiva il Generale Jafari.
Iran e Pakistan hanno una relazione travagliata dalla rivoluzione islamica del 1979. Il regime islamico di Teheran considerava sempre il Pakistan come inferiore, uno Stato rantier. Ciononostante, questa è la prima volta che Teheran si imbatte nella più santa delle vacche sante del Pakistan, l’ISI, e accusa direttamente i mentori dei terroristi d’intraprendere azioni segrete nei Paesi limitrofi. Questo è un assalto diretto alla reputazione del primo ministro Imran Khan e, cosa più importante, del capo dell’esercito Generale Qamar Bajwa. Nel frattempo, in un’altra dichiarazione inedita, il Comandante Generale delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran Mohammad Ali Jafari accusava Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Pakistan di agire di concerto con la strategia USA-Israele per destabilizzare l’Iran, avvertendo che Teheran non avrà più restrizioni strategiche e risponderà, avvertendo specificamente il Pakistan: “Il governo pakistano che ha protetto tali elementi controrivoluzionari pericolosi per l’Islam e ne conosce il nascondiglio, essendo sostenuti dalle forze di sicurezza pakistane, sarà responsabile di tale crimine. Se il Pakistan non li punirà, prenderemo sicuramente misure pratiche contro tale forza controrivoluzionaria nel prossimo futuro, e il governo pakistano dovrà sopportare le conseguenze del suo sostegno al gruppo”. Queste minacciose dichiarazioni delle due più potenti figure militari dell’Iran, alla vigilia della visita del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman (MBS) a Islamabad il 17-18 febbraio, sono indicative della crescente inquietudine a Teheran che il Pakistan sia risucchiato nell’alleanza regionale sponsorizzata dagli Stati Uniti diretta contro l’Iran. I sauditi praticamente finanziano l’economia pakistana: 3 miliardi di dollari in contanti, altri 3 di petrolio (con pagamenti differiti) e circa 20 miliardi di dollari di investimenti, il che fa del Pakistan uno Stato vassallo. Inoltre, gli Emirati Arabi Uniti, stretti alleati dell’Arabia Saudita, portano un altro pacchetto di aiuti da 6,2 miliardi di dollari. Teheran stima che gli sceicchi stiano controllando le politiche mediorientali del Pakistan. È interessante notare che al-Jazeera, di proprietà del governo del Qatar, abbia diffuso un’opinione analoga in un articolo in cui si ammoniva che, come accaduto in passato, il Pakistan poteva “diventare complice delle violenze anti-sciite” o trasformarsi in un “campo di battaglia” dove Arabia Saudita ed Iran si combatteranno”. In particolare, il Pakistan fa a pezzi la leadership talib per allinearla al suo diktat, fortemente orientato verso le esigenze saudite. Teheran teme che sotto la pressione concertata di Stati Uniti ed Arabia Saudita, il Pakistan possa sfidare i capi taliban ad accettare i termini richiesti dagli sceicchi che farebbero dell’Afghanistan una stazione delle attività anti-iraniane, come alla fine degli anni ’90. Naturalmente, se ci sarà un probabile incontro tra MbS, Primo Ministro Imran Khan e capi taliban a Islamabad, questo perturberà parecchio Teheran. La linea di fondo è che qualsiasi riavvio dei taliban dall’ideologia wahabita andrà a scapito dell’Iran.
Nel frattempo, ci sono rapporti non confermati che l’intelligence israeliana si prepari ad organizzare operazioni segrete contro l’Iran dall’Afghanistan. Tutto sommato, quindi, un modo di guardare all’attacco nel Sistan-Baluchistan sarebbe che esercito pakistano ed ISI respingano l’Iran nel momento cruciale in cui i colloqui di pace afghani entrano in una fase decisiva. Senza dubbio il Pakistan vede l’Iran come “concorrente” in Afghanistan che farebbe leva sulla propria influenza sulle fazioni taliban e cosa più importante, su vari gruppi afghani che risentono l’accordo di pace dettato da Washington e Islamabad. Curiosamente, un attentato quasi identico avveniva a Pulwama, nello stato indiano del Jammu e Kashmir, quando un SUV con esplosivo speronava in un convoglio di autobus che trasportavano personale di sicurezza, uccidendo oltre 40 soldati. Era stato pianificato ed eseguito da un gruppo terrorista di base in Pakistan, il Jaish-e-Mohammed, che gode del patrocinio dello Stato. Il Pakistan considera anche l’India un “concorrente” in Afghanistan, lavorando in tandem coll’Iran per frustrare le politiche di Islamabad volte ad acquisire “profondità strategica” in Afghanistan. Significativamente, nella provincia iraniana del Sistan-Baluchistan dove era avvenuto l’attentato, l’India aveva iniziato a gestire il porto di Chabahar e vi costrusuce una ferrovia di 500 km da Chabahar a Zahedan da 1,6 miliardi di dollari, che sarà collegata a Zaranj in Afghanistan come parte corridoio di transito dall’India all’Afghanistan.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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