Agli ordini di Bolton, gli ambasciatori statunitensi aggrediscono governi

Wayne Madsen SCF 17.02.2019

Il consulente per la sicurezza nazionale John Bolton potrebbe essere noto per molte cose, ma non come “diplomatico”. Nel 2005, Bolton non fu mai confermato dal Senato degli Stati Uniti ambasciatore di George W. Bush alle Nazioni Unite perché l’ideologo neo-conservatore tronfio e baffuto aveva fatto commenti deridendo le Nazioni Unite come organizzazione inutile. Nel 1994, Bolton disse in modo infame: “Non ci sono Nazioni Unite. C’è una comunità internazionale che a volte può essere guidata dall’unica vera potenza rimasta al mondo, gli Stati Uniti, quando è utile ai nostri interessi e possiamo convincerne gli altri… Il segretariato delle Nazioni Unite a New York ha 38 storie. Se oggi hai perso dieci storie, non farà la differenza”. Nell’agosto 2005, sfidando i desideri del Senato, Bush impose Bolton a principale delegato degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, nominandolo durante una pausa del Senato. Il mandato di Bolton alle Nazioni Unite fu contrassegnato da attacchi continui, creando rancore diplomatico tra la missione USA, ONU e le missioni permanenti degli altri Stati membri. Attualmente, in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale, Bolton lavora in tandem col segretario di Stato Mike Pompeo, nella cui campagna al Congresso del 2010 in Kansas fece commenti razzisti riferendosi al suo avversario democratico, Raj Goyle, indiano-americano, come “testa di turbante” e il presidente Barack Obama come “malvagio comunista musulmano”. Come ci si poteva aspettare, il vile duo Bolton-Pompeo alla guida della politica estera degli Stati Uniti ha scatenato il caos diplomatico tra Washington e altre nazioni.
Nel loro zelo per assicurare l’unanime sostegno globale al burattino degli USA Juan Guaido, a prendere il controllo del Venezuela dal presidente democraticamente eletto Nicolas Maduro, Bolton, coll’aiuto di Pompeo, incaricava gli ambasciatori statunitensi in tutto il mondo ad avviare forti iniziative sui governi che supportano Maduro. Nel caso del Nepal, dove il partito di governo ha espresso solidarietà a Maduro, l’interferenza degli Stati Uniti innescava una crisi del governo. Non aiuta gli Stati Uniti Donald Trump riferirsi al Nepal come “capezzolo” e al vicino Bhutan come “pulsante” oltre a credere che entrambe le nazioni facciano parte dell’India. Gli storici piani di annessione indiana su Nepal e Bhutan, come successo alla nazione sorella Sikkim, fanno impazzire la popolazione dei tre Stati himalayani. Analoghe iniziative aggressive degli Stati Uniti sono state rivolte ai governi di tre Stati dei Caraibi orientali alleati del governo di Maduro: Dominica, Antigua e Barbuda e Saint Vincent e Grenadine.
Tuttavia, a Katmandu, capitale nepalese, li effetti della pomposità di Bolton e Pompeo si illustravano. L’ambasciatore statunitense in Nepal, Randy Berry, incontrava il Primo ministro nepalese KP Oli per criticare la dichiarazione del 25 gennaio pronunciata dal presidente del Partito Comunista Nepalese (PCN), Pushpa Kamal Dahal, ex-primo ministro, noto anche come “Prachanda”, che denunciato l’interferenza statunitense negli affari del Venezuela. Berry insisteva a imporre la sua iniziativa al primo ministro nepalese nelle ore serali presso la residenza ufficiale del primo ministro di Baluwatar, Kathmandu. Berry fu anche incaricato da Washington di saltare il briefing del Primo Ministro Oli il 1° febbraio ai diplomatici stranieri a Kathmandu. Berry aveva anche rimproverato la dichiarazione di Prachanda e del partito al governo che denunciava Washington e i suoi alleati per destabilizzare il governo democraticamente eletto del Venezuela imponendo “sanzioni economiche inumane” e minacciando “l’intervento militare”. Berry contestava la dichiarazione di Prachanda come duplicato esatto di quella emessa dal Partito Comunista Indiano (Marxista) (PCI-M). Lungi dall’essere un partito marginale, il PCI-M governa lo Stato del Kerala e detiene 43 seggi nell’assemblea legislativa del Bengala occidentale. Entrambe le dichiarazioni del PCN e del PCI-M accusava gli Stati Uniti di “tentare di destabilizzare il Oaese” del Venezuela e di avviare un “tentato di colpo di Stato”. Entrambe le dichiarazioni dei partiti condannano l’aggressione dell’imperialismo USA in Venezuela, mentre appellano la comunità internazionale a schierarsi a favore del Venezuela. Berry chiese a Oli una spiegazione se la dichiarazione di Prachanda riflettesse quella del governo. Dopo l’incontro tra Berry e Oli, il Ministero degli Esteri nepalese emise un “chiarimento” delle opinioni del Nepal sulla situazione venezuelana. Prachanda aveva detto che la dichiarazione del governo secondo cui il Nepal si oppone ad “ogni interferenze straniere in Venezuela” non era il punto di vista del suo partito o del suo governo. La dichiarazione di Prachanda recitava: “L’autodichiarazione di Juan Guaido a presidente del Venezuela, e il riconoscimento immediato da parte di Stati Uniti ed alcuni paesi dell’America Latina, mostra chiaramente che esiste un grande piano contro il presidente legittimamente eletto della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Presidente Nicolas Maduro, e il popolo venezuelano”. La dichiarazione del PCI-M diceva: “Il Partito Comunista dell’India (Marxista) denuncia con forza l’intervento degli Stati Uniti negli affari interni della Repubblica Bolivariana del Venezuela.Il riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Juan Guaido, capo dei gruppi di opposizione in Venezuela a presidente del Venezuela, è un tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale del Paese e incoraggiare un colpo di Stato”. Nepal e Venezuela non hanno relazioni diplomatiche, il che fece sembrare che gli Stati Uniti sembrassero portare il Nepal nella legnaia del loro sostegno a Maduro. A Washington, il dipartimento di Stato convocava l’ambasciatore nepalese Arjun Karki, per rimproveralo per la dichiarazione del PCN sul Venezuela.
Il Nepal non è l’unico Paese ad aver subito l’ira del dipartimento di Stato di destra di Pompeo sulla posizione in Venezuela. Lo scorso settembre, il dipartimento di Stato revocava il programma di esenzione dal visto per il rinnovo ai tre alleati venezuelani nei Caraibi, Antigua e Barbuda, Saint Vincent e Grenadine e Dominica. L’esenzione dal rinnovo del visto permetteva ai cittadini delle tre nazioni di rinunciare al lungo processo per rinnovare i visti per gli USA. Senza l’esenzione , i cittadini delle tre nazioni insulari sono ora tenuti a recarsi presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Barbados per rinnovare i visti. Un comunicato stampa del Gabinetto di Antigua e Barbuda dichiarava: “Il Consiglio dei Ministri è fermamente convinto che l’esclusione sia collegata all’amicizia che i tre Stati hanno con la Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Aveva detto a Miami il Primo Ministro di Antigua e Barbuda Gaston Browne Herald, “La maggior parte dei Paesi nel CARICOM (Comunità dei Caraibi) non accetta Juan Guaido come presidente ad interim… In effetti, riteniamo che sia un precedente estremamente pericoloso… che non ha assolutamente alcun fondamento giuridico, sostegno costituzionale, sostegno dal diritto internazionale ed è davvero un affronto alla democrazia nell’emisfero”. L’amministrazione Trump si rifiuta inoltre di pagare ad Antigua e Barbuda 250 milioni di dollari assegnati alla nazione dall’Organizzazione mondiale del commercio per le pratiche commerciali sleali degli Stati Uniti. Analoghe pressioni economiche dagli Stati Uniti furono intraprese contro il Venezuela per diversi anni, con gravi danni per l’economia venezuelana. L’amministrazione Trump ora sembra intenzionata ad applicare simile danno finanziario agli alleati diplomatici venezuelani nel mondo.
La Grecia è stata rimproverata dagli Stati Uniti per una posizione stabile nel sostenere il governo di Maduro. Ad Atene, Panos Skourletis, segretario del Comitato centrale del partito SYRIZA aveva detto all’Ambasciatore venezuelano Farid Fernandez che “SYRIZA esprime pieno sostegno e solidarietà al legittimo Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Nicolas Maduro”. Il 3 gennaio 2019, il console generale greco in Venezuela, Aggelos Haritos, fu trovato morto nella camera dell’Hotel Altamira Suites a Caracas. Haritos, che aveva 55 anni, sarebbe morto per infarto, tuttavia, la polizia venezuelana non ha escluso altre possibilità. L’anno scorso, gli Stati Uniti fecero pressioni sul governo sudafricano dopo che l’Ambasciatore a Caracas, Joseph Nkosi, promise d’inviare la forza di difesa nazionale sudafricana in Venezuela a difenderlo dall’invasione minacciata da Trump. Il Sudafrica ritrattò i commenti di Nkosi. Tuttavia, il mese scorso, il Sudafrica si univa a Cina, Russia e Guinea equatoriale nel votare no al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la richiesta degli Stati Uniti per discutere della situazione in Venezuela.
Trump, che corse su una piattaforma per evitare le “buffonate” del cambio di regime delle passate amministrazioni statunitensi, ha ora pienamente abbracciato l’agenda neo-con avanzata da sostenitori del cambio di regime come Bolton, Pompeo, il senatore della Florida Marco Rubio e il flusso continui delle teste di gomma di Fox News volte ad assumere il controllo del seggio degli Stati Uniti presso l’ONU e il “Global Engagement Center”, operazione di propaganda del del dipartimento di Stato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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