Guerra dei petrodollari: il filo comune che lega Venezuela e Iran

Kei Pritsker e Cale Holmes, Mint Press 14 febbraio 2019

Di base, una valuta ha potere perché si crede che l’abbia. Mentre credenza e fedeltà al dollaro continuano a diminuire, possiamo aspettarci che gli Stati Uniti combattano, brutalmente quando ritenuto necessario, per mantenere lo status quo che l’ha resi un impero.
Il segretario di Stato degli USA Mike Pompeo rilasciava un’interessante intervista a Fox Business Network in cui divulgava i piani per formare un’alleanza tipo NATO contro l’Iran. Gli Stati Uniti hanno a lungo accusato l’Iran di sostenere il terrorismo, accuse scatenate dall’amministrazione Trump. Pompeo aveva detto, senza ironia, che il governo iraniano portava il Paese nelle guerre in Siria, Yemen, Iraq e Libano contro la volontà del popolo iraniano. Inoltre, l’accusa assurda che Hezbollah è in Venezuela sembrava un tentativo grossolano di collegare i due Paesi per delegittimarne i governi. L’annuncio prefigura la possibile escalation improvvisa ed estrema degli attacchi statunitensi all’Iran, similmente all’escalation delle relazioni USA-Venezuela. Le prove di Washington per il cambio di regime è sempre più ovvio poiché vengono usate sempre più frequentemente. Nei casi di Paesi con forze armate potenti come Venezuela, Iran, Corea democratica o Cina, l’invasione totale è irrealizzabile, poiché l’opinione pubblica contraria abbasserebbe il morale. Demonizzare l’obiettivo con un pretesto per isolarlo dalla comunità internazionale era il modello preferito per affrontare le minacce più grandi. Gli Stati Uniti impongono sanzioni finanziarie col pretesto di “prendere di mira i prestanome del regime e la loro cerchia ristretta di compari” e le radicali restrizioni bancarie che escludono l’economia di un Paese da investimenti e riserve estere. Mentre il Paese si deteriora sotto il peso di tali sanzioni, Washington indica il caos che ha creato e dice di nuovo, senza ironia, “Questa è chiaramente conseguenza di un regime negligente e incompetente che va rovesciato.” Il periodo tra presente e data futura ignota in cui l’escalation degli Stati Uniti è il momento cruciale per l’Iran a prepararsi allo scenario peggiore. Gli Stati Uniti possono dettare tali politiche di econo-guerra attraverso il controllo sproporzionato del sistema finanziario mondiale. L’Iran lanciava avvertimenti su tale strategia da tempo e sosteneva la creazione di un nuovo sistema finanziario globale che aggiri il controllo degli Stati Uniti sul sistema finanziario globale esistente. L’Iran, tuttavia, non è l’unico Paese interessato a tale accordo. Russia, Cina e Venezuela affrontavano sanzioni economiche arbitrarie imposte dagli Stati Uniti prendendo provvedimenti per liberare il mondo dal dollaro e utilizzare valute alternative per gli affari, tendenza globale che potrebbe avere serio impatto sul dominio degli Stati Uniti nell’economia mondiale. Ma per capire dove punta “il re Dollaro”, dobbiamo capire da dove proviene.

La nascita del Petrodollaro
Una delle prime lezioni che apprendiamo in Econ 101 è che il denaro ha valore solo perché crediamo che l’abbia. In pratica, questo significa che le valute più utilizzate o più necessarie per acquistare sono le più preziose. Una valuta di riserva è semplicemente una valuta ampiamente accettata. La maggior parte dei Paesi ha sia una valuta domestica per uso domestico che riserve estere designate per il commercio estero e altre attività internazionali. Alcuni Paesi potenti emettono valute di riserva, o valute ampiamente riconosciute e accettate, e hanno un vantaggio nel commercio internazionale perché possono semplicemente stampare valute di riserva mondiali invece di scambiare valute o vendere beni per acquisire tale valuta. Oggi, il dollaro USA detiene lo status di valuta di riserva mondiale perché è l’unità di moneta più riconoscibile e ampiamente utilizzata al mondo. Si può prendere un dollaro in qualsiasi Paese a caso, in qualsiasi mercatino, e mostrare il verdone ed è probabile che accetteranno quella piccola nota divertente in pagamento. Se si decide d’avviare una valuta basata sulla conchiglia oggi, è probabile che non ci si potrà nulla. Non c’è nulla di intrinsecamente più speciale nel nostro pezzo di carta verde che nella carta blu, rossa o gialla di qualcun altro; il dollaro è speciale solo perché rappresenta un Paese molto speciale, gli Stati Uniti d’America, una superpotenza che il mondo non ha mai visto. Dove va il potere nordamericano, il suo denaro segue sempre come unità di misura economica della regione. La valuta in cui i beni sono valutati è molto importante perché se, ad esempio, il prezzo del petrolio è in dollari, è necessario acquistare dollari per comprare petrolio. Questo crea domanda di dollari e non yen o rubli, dando un enorme vantaggio al Paese che stampa dollari senza alcun costo. Prima dello standard internazionale del dollaro, c’erano altre valute di riserva del mondo. Il dominio mondiale della Compagnia olandese delle Indie Orientali rese il fiorino olandese la valuta di riserva mondiale nei secoli XVII e XVIII. Con l’ascesa dell’impero inglese vi fu l’ascesa della sterlina allo status di valuta di riserva mondiale. Essendo il primo esportatore mondiale di beni e servizi, le banche imglesi avevano accumulato una grande quantità di oro. La Banca d’Inghilterra emetteva certificati in sterline, carta che poteva essere scambiata con oro, rendendo la sterlina “buona come l’oro”. Ciò diede agli stranieri la certezza che la sterlina non fosse solo di carta ma sostenuta da qualcosa di tangibile. Gli investitori inglesi alla ricerca di rendimenti più elevati ampliarono ulteriormente la portata della sterlina, realizzando investimenti a lungo termine denominati in sterline (prestiti in lettura) in tutto il mondo. All’apice, oltre il 60% del commercio mondiale era denominato in sterline. Ma, come tutti gli imperi prima, l’impero inglese si espanse e crollò, incapace di controllare militarmente la terra che rivendicava propria. Tuttavia, poiché le città inglesi furono ridotte in macerie durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti, intatti per tutta la guerra, si arricchirono vendendo armi alle altre potenze alleate. Attraverso l’esportazione di armi, munizioni, attrezzature e cibo, l’economia bellica nordamericana ha accumulato il 75 percento dell’oro mondiale, rendendola l’indiscussa potenza economica del mondo capitalista. Alcun altro Paese aveva abbastanza oro per sostenere il valore della propria valuta. Riconoscendo ciò, i capi delle potenze capitaliste europee accettarono di rendere il dollaro la nuova valuta di riserva mondiale fissando il dollaro all’oro al tasso di cambio fisso di 35 dollari per oncia d’oro. Altri Paesi potevano scambiare la loro valuta coi dollari anziché oro, dato che la logica era che il dollaro era buono come l’oro. Il Fondo Monetario Internazionale fu istituito per garantire che gli Stati Uniti mantenessero tale tasso di cambio e il FMI agisse da prestatore di ultima istanza se il valore della valuta di un Paese fosse sceso troppo rispetto al dollaro. Questo non era solo un accordo conveniente ma necessario, poiché gli imperi capitalisti europei erano caduti e avevano bisogno di passare il potere a un erede. Era il riconoscimento che ora gli Stati Uniti erano l’unico Paese abbastanza potente da organizzare e far rispettare i mercati mondiali. Inoltre, l’uso di armi nucleari per spazzare via Hiroshima, Nagasaki e 200000 civili giapponesi mandò un messaggio al mondo, che gli Stati Uniti erano militarmente più avanzati e spietati di qualsiasi altro Paese del pianeta. Era nato un nuovo impero globale.
Gli Stati Uniti intrapresero immediatamente una serie di invasioni, massacri e operazioni segrete di cambio di regime in Corea, Guatemala, Iran e Vietnam, per espandere la sfera di influenza. Per finanziare tali incursioni, gli Stati Uniti iniziarono a stampare dollari, un privilegio goduto esclusivamente da essi. Dato che un dollaro rappresentava 1/35 d’oncia d’oro, gli Stati Uniti essenzialmente stampavano assegni per l’oro che in realtà non avevano. Un certo numero di Paesi cominciò a sospettare che ci fossero più di 35 dollari per oncia d’oro e iniziarono a consegnare i dollari e chiedere oro. Il Presidente Charles De Gaulle notoriamente osservò: “Il fatto che molti Paesi accettano come principio dollari come oro in pagamento delle differenze esistenti a loro vantaggio nella bilancia commerciale nordamericana, porta gli statunitensi ad indebitarsi e ad indebitarsi gratuitamente a spese di altri Paesi. Perché, ciò che gli Stati Uniti gli devono è pagato, almeno in parte, coi dollari che sono gli unici autorizzati a emettere. Considerando le gravi conseguenze che una crisi avrebbe in tale ambito, si pensi alle misure da prendere in tempo per evitarlo. Riteniamo necessario che si stabilisca il commercio internazionale, come fu prima delle grandi disgrazie mondiali, su una base monetaria indiscutibile, e che non abbia il marchio di un particolare Paese. Quale base? In verità, nessuno vede come si possa davvero avere un criterio standard diverso dall’oro”. L’erosione della fiducia nel rapporto dollaro-oro fu chiamata il dilemma di Triffin. Per capire quanto velocemente gli Stati Uniti indebolirono il tasso di cambio, consideriamo che dal 1790 al 1944 gli Stati Uniti accumularono circa 200 miliardi di dollari di debiti. Dal 1944 al 1971, il debito raddoppiò a circa 400 miliardi, di cui almeno una parte semplicemente stampata. L’amministrazione Nixon svalutò il dollaro alcune volte prima di sospendere completamente la convertibilità del dollaro in oro il 15 agosto 1971, trattenendo l’oro dal mondo e lasciandogli pezzi di carta verde. Nel corso del successivo decennio, il prezzo dell’oro aumentò costantemente fino ai massimi storici. La mossa di Nixon, tentativo disperato di fermare l’inflazione, non ci riuscì dato che il mondo respinse il dollaro. Per evitare la perdita globale di fiducia nel dollaro, andava legato a una nuova merce, qualcosa di universalmente richiesto. Gli Stati Uniti trovarono tale merce nel 1973 durante l’embargo petrolifero imposto dai sauditi. L’Arabia Saudita era infuriata dal sostegno degli Stati Uniti adr Israele nella guerra dello Yom Kippur e impose l’embargo petrolifero agli Stati Uniti per punizione. Henry Kissinger guidò la diplomazia per porre fine all’embargo. Nel 1974 fu siglato un accordo per porre fine all’embargo saudita e portare le relazioni USA-Arabia Saudita a livelli mai visti prima. John Perkins, autore di Confessioni di un sicario economico, riassunse bene l’accordo: “All’inizio degli anni ’70, all’OPEC non piaceva ciò che stavamo facendo in Israele, la stessa vecchia storia. Così ridussero le nostre scorte di petrolio. Quindi alcuni di voi ricorderanno le lunghe code alle stazioni di servizio e temevamo che avremmo avuto un’altra depressione come quella del 1929. Così il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti venne da me ed altri sicari economici e disse: “Ascolta, sai, non possiamo permettere all’OPEC di ricattarci. Ragazzi, avete un piano in modo che questo non accada di nuovo”. Sapevamo che questo piano doveva coinvolgere l’Arabia Saudita perché aveva più petrolio di chiunque altro e la Casa dei Saud era corrotta e corruttibile. La versione lunga è spiegata nel libro, ma la versione breve di ciò che abbiamo fatto, l’accordo che finalmente concludemmo coi sauditi, era un accordo in base al quale avrebbero restituito quasi tutti i soldi che avevano fatto vendendo agli Stati Uniti, investendolo in Titoli di Stato statunitensi. Il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti usò l’interesse di quei titoli, che nel corso degli anni ammontava a migliaia di miliardi di dollari, per assumere società statunitensi per occidentalizzare l’Arabia Saudita. Costruendo complessi petrolchimici, impianti di dissalazione, intere città nel deserto, McDonalds e tutte il resto che accompagna la nostra cultura occidentale. La Casa dei Saud avrebbe anche accettato di mantenere il prezzo del petrolio entro limiti accettabili per le compagnie petrolifere, probabilmente non accettabili per voi e me, ma accettabili per esse. E questo è molto molto importante. Sono d’accordo sul fatto che non venderanno mai petrolio per qualcosa di diverso dai dollari USA. Questo accadde nei primi anni ’70 subito dopo aver abbandonato il gold standard perché eravamo in bancarotta. Poiché non potevamo pagare i nostri debiti ai Paesi europei in oro, Nixon ci tolse del gold standard. E poi rimanemmo bloccati nella situazione “perché mai qualcuno al mondo userebbe dollari statunitensi?” Quindi, elaborammo questo piano, che in sostanza ha messo il dollaro sullo standard petrolifero. Non puoi comprare petrolio sul mercato mondiale con qualcosa di diverso dai dollari. E questo è molto importante per la corporatocrazia. Noi, la nostra parte del patto, eravamo d’accordo nel mantenere la Casa dei Saud al potere, a controllare. Fu un affare incredibile, l’accordo del secolo. Fu un affare incredibilmente potente e storico che avemmo con l’Arabia Saudita e si è attuato”. Il greggio è la merce più scambiata al mondo; ogni Paese ne ha bisogno. Il sistema del petrodollaro richiede che ogni Paese abbia a disposizione dollari USA per comprare petrolio. Mantiene la domanda del dollaro USA tanto alta quanto lo era quando il dollaro era l’unica valuta che poteva comprare oro. Se un Paese ha bisogno di petrolio, dovrà produrre ed esportare un bene tangibile, come un’automobile o un frigorifero, negli Stati Uniti, mentre gli Stati Uniti possono semplicemente stampare o prendere in prestito dollari di carta da utilizzare come pagamento immediato. Ancora più vantaggiosi per gli Stati Uniti, le nazioni OPEC traggono profitto dalla vendita di petrolio per acquistare titoli statunitensi (leggi: prestare denaro agli USA), un sistema chiamato riciclaggio del petrodollaro. L’accordo con l’Arabia Saudita permise agli Stati Uniti di continuare a essere l’unico Paese in grado di stampare la valuta di riserva mondiale e di gestire enormi disavanzi per diventare la capitale dei consumi del mondo.

Il petrodollaro e l’impero
L’ascesa del fenomeno del petrodollaro dura finché i Paesi che hanno bisogno di petrolio, avranno bisogno del dollaro. Finché i Paesi chiedono dollari, gli Stati Uniti possono continuare a investire enormi quantità di debito per finanziare la loro rete di basi militari globali, salvare Wall Street, comprare missili nucleari e ridurre le tasse ai ricchi. Ma cosa succede se i Paesi escono dallo schema e cercano di liberarsi dal sistema del petrodollaro? L’esempio più notevole è l’Iraq, che iniziò a vendere petrolio per euro invece che dollari, che l’Iraq chiamò valuta di uno “stato nemico” nel 2000. Questa era una mossa logica per l’Iraq in quanto il Paese era sotto un brutale regime di sanzioni ONU, che causò la morte di 500000 bambini iracheni di malnutrizione, un prezzo accettabile per l’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Madeleine Albright. L’Iraq sapeva che gli Stati Uniti potevano usare il loro controllo sui mercati finanziari internazionali per punire ulteriormente un Paese dipendente dal dollaro. L’uscita dal dollaro fu solo un’altra ragione per cui l’Iraq è finito nel cosiddetto “Asse del Male” di George Bush. Solo poche settimane prima dell’invasione dell’Iraq, Sadam Husayn si vantò del fatto che il conto petrolifero in euro dell’Iraq guadagnava un tasso di interesse più alto che non in dollari. Gli Stati Uniti trasformarono prontamente l’Iraq in un inferno in Terra, rovesciarono il governo di Sadam, lasciandosi alle spalle oltre un milione di iracheni morti. L’approvvigionamento petrolifero iracheno era tornato sotto il controllo societario degli Stati Uniti e, per estensione, sotto il controllo dell’egemonia mondiale del dollaro. Anche la Libia aveva piani per indebolire la presa del dollaro sul commercio mondiale del petrolio. Un’e-mail del consigliere e alleato di Hillary Clinton Sidney Blumenthal, cancellata dal sito web del dipartimento di Stato, rivelava che l’intelligence francese aveva scoperto le vaste riserve d’oro e argento della Libia e temeva che sarebbero state utilizzate per sostenere una valuta panafricana, il Dinar, rivaleggiando con franco, euro e dollaro. L’e-mail descriveva casualmente le motivazioni della Francia per intervenire, il petrolio, ovviamente, in cima alla lista: “Il desiderio di ottenere una quota maggiore della produzione petrolifera della Libia
Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
Migliorare la situazione politica interna in Francia
Fornire alle forze armate francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo
Affrontare la preoccupazione dei consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona”
Mentre gli sforzi iniziali per distruggere la Libia furono guidati da Francia e Gran Bretagna, alcuno di tali obiettivi era in alcun modo discutibile o contrario agli obiettivi della politica estera degli Stati Uniti e all’interesse di mantenere il sistema del petrodollaro, motivo per cui gli Stati Uniti rapidamente guidarono la campagna di assassinio. Nonostante le proteste di massa pro-governative di oltre un milione di persone contro l’intervento della NATO, ignorate dai media corporativi, nei mesi successivi il leader libico Muammar Gheddafi fu linciato dai ribelli armati dalla NATO nelle strade di Tripoli. Parte del motivo per cui gli Stati Uniti continuano a mantenere una presenza militare così pesante in Bahrayn, Iraq, Quwayt, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Israele, Giordania, Yemen, Siria e così via è quella che le basi statunitensi in questi Paesi servono come trampolini per l’invasione contro il prossimo Paese petrolifero che cerchi di sfidare l’ordine finanziario globale. Dove c’è petrolio, in un certo senso, gli Stati Uniti devono andare al fine di garantire che il sistema del petrodollario sia preservato. Il petrolio guida letteralmente la politica estera degli Stati Uniti. Tuttavia, sempre più persone vedono gli inganni finanziari nordamericani per ciò che sono e gli USA possono solo costringere il mondo a rispettarlo per così tanto tempo.

Creare un nuovo sistema finanziario globale
Oggi, due Paesi dell’OPEC cercano di liberarsi dal sistema del petrodollaro: Venezuela e Iran. Contrariamente a quanto ci è stato fatto credere, non lo fanno perché “odiano l’America” od “odiano la libertà” ma perché sono costretti. Entrambi i Paesi hanno affrontato decenni di calunnie e, negli ultimi anni, una vera e propria guerra economica sotto forma di sanzioni finanziarie restrittive che limitano l’accesso ai mercati internazionali. Come accennato all’inizio dell’articolo, tali sanzioni mirano a limitare la capacità di Venezuela ed Iran di acquisire riserve estere e, per estensione, importare cose come medicine. Questo non è nemmeno un segreto: è un obiettivo dichiarato apertamente della politica delle sanzioni. L’avvocato di Donald Trump, Rudy Giuliani, celebrava il successo delle sanzioni dopo che articoli dichiaravano che iraniani vendevano organi e chiedevano cibo. In un episodio particolarmente genocida, Mike Pompeo affermava che la dirigenza iraniana dovrebbe “prendere una decisione se vuole che il suo popolo mangi”, vale a dire installare un governo allineato agli Stati Uniti o continuare a morire di fame sotto il regime delle sanzioni. Di fronte ad alcuna buona opzione, entrambi i Paesi hanno sperimentato modi più creativi di negoziare coi partner commerciali internazionali. Più chiaramente, entrambi i Paesi tolsero il dollaro dalle loro borse internazionali, valutando i beni in altre valute di riserva come euro e yuan. Ciò significa che non può importare merci da questi Paesi con dollari. Inoltre, entrambi i Paesi cercando di utilizzare l’oro come mezzo di pagamento internazionale. Quando le sanzioni schiantarono il valore del rial iraniano, la domanda di oro in Iran toccò il massimo in quattro anni . L’Iran si affida ancor più alle riserve auree per gli scambi commerciali. L’Iran esplora l’esportazione di prodotti petroliferi in varie nazioni africane in cambio di oro. L’Iran ha stretto accordi simili con India e Turchia. Allo stesso modo, il Venezuela tenta di usare l’oro per acquisire riserve estere. Il Venezuela ha recentemente tentato di ritirare 1,2 miliardi di oro custodito nei caveau della Bank of England, per poi esserglielo negato. In risposta ai tentativi di Caracas di sovvertire le sanzioni finanziarie, i nemici del Venezuela, in particolare il gruppo Lima, un’organizzazione sponsorizzata dagli Stati Uniti di Paesi dell’America Latina, insistevano sul fatto che al Venezuela dovrebbe essere impedito di usare petrolio e oro nel commercio internazionale. Gli Stati Uniti hanno già imposto sanzioni all’industria mineraria aurifera venezuelana, impedendo a persone e società nordamericane di acquistare oro venezuelano. Infine, entrambi i Paesi hanno creato criptovalute basate sull’oro, che saranno utilizzate in alternativa al dollaro come mezzo di pagamento. La criptovaluta del Venezuela, Petro, è sostenuta dalla ricche risorse naturali del Venezuela: oro, diamanti, petrolio, ferro e così via. Gli esperti occidentali non persero tempo a mettere in guardia su Internet sul Petro come cattivo investimento: l’unico problema era che il Petro non era stato creato come veicolo per fare soldi come la maggior parte delle criptovalute occidentali. Il Petro è stato creato esclusivamente come valuta per i venezuelani da inviare ad altri Paesi per comprare beni che non potevano comprare col regime delle sanzioni. Col sostegno del petrolio e dell’oro, il valore del Petro è in gran parte deciso dai loro prezzi globali; non si faranno molti soldi speculando sul valore del Petro. L’Iran recentemente svelava la sua criptovaluta con base nell’oro, il PayMon. Come il Petro, PayMon offre all’Iran la possibilità di aggirare le sanzioni finanziarie statunitensi.
Le manovre dell’Iran e del Venezuela preoccipano, ma nel contesto del più ampio trend globale della dedollarizzazione, rappresentano una minaccia molto più grave che in casi singoli. Anche le economie più grandi si muovono per porre fine alla dipendenza dal dollaro e valutano seriamente la possibilità di creare blocchi commerciali multilaterali privi del dollaro. Dopo che Washington irrigidiva le sanzioni contro la Russia per le attività in Crimea, il Presidente Vladimir Putin affermava che la Russia avrebbe lavorato per scaricare completamente il dollaro. Finora, la Russia ha adempiuto a questa promessa scaricando l’84% delle suoi titoli USA e aumentando massicciamente le riserve auree negli ultimi due anni. Come affermava una volta il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov: “Washington smette immediatamente di servire qualsiasi operazione bancaria in dollari in relazione sia al Paese che vogliono punire, sia a tutti coloro che vi hanno una qualche relazione”. Anche Cina e Giappone, i maggiori detentori di debito estero degli USA, hanno abbandonato le posizioni debitorie degli Stati Uniti, anche se a un ritmo meno costante. Anche Turchia ed India riducono i loro titoli statunitensi con importi simili negli ultimi mesi. Ogni Paese della Shanghai Cooperation Organization ha eliminato l’uso del dollaro negli scambi con almeno un altro Paese dell’organizzazione. Non è affatto inconcepibile che alla fine questi Paesi avranno un commercio più profondo e robusto nell’organizzazione senza il dollaro. Anche l’UE valuta il ruolo dell’euro sulla scena internazionale. L’anno scorso, in Cina, a cosa ammontavano queste azioni? Come già discusso, alla radice, il denaro ha potere perché le persone credono che l’abbia. Ognuno di questi piccoli cambiamenti riduce il credito all’egemonia del dollaro. Alla fine, in teoria, questi piccoli cambiamenti materiali porteranno a un cambiamento qualitativo ampio nel sistema finanziario mondiale. Questo enorme cambiamento non accadrà da un giorno all’altro, ma il sistema finanziario mondiale potrebbe imbattersi in una serie di sfide irrecuperabili nel prossimo decennio. Ma, naturalmente, come qualsiasi altro impero, gli Stati Uniti non permetteranno semplicemente al mondo di innescare un secondo Dilemma di Triffin mentre siedono in silenzio e osserva; combatteranno per mantenere lo status quo che l’ha reso un impero.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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