‘America First’ significa superiorità nucleare

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 6 febbraio 2019

L’indirizzo annuale dell’Unione dal presidente degli Stati Uniti si concentra tradizionalmente sulle questioni interne, ma getta anche un po’ di luce sulle priorità nella politica estera. Il discorso del presidente Trump aderiva al modello e, se mai, le porzioni sulla politica estera ebbero scarsa attenzione, limitate all'”agenda per proteggere la sicurezza nazionale dell’America”. L’offerta di ri-elezione di Trump per un secondo mandato nel 2020 era lo sfondo. Trump si vantava del rafforzamento militare degli Stati Uniti e contrassegnava la mastodontica dotazione di bilancio da 716 miliardi per “ricostruire completamente” le forze armate statunitensi. In questo, aveva detto, gli Stati Uniti “sviluppano un sistema di difesa missilistico all’avanguardia”. Non vedeva motivo di scusarsi per “promuovere gli interessi nordamericani” e decidere di ritirare gli Stati Uniti dal Trattato sulle Forze nucleari a raggio intermedio (INF) sotto tale luce. Trump fece un’offerta pro forma per considerare il negoziato di un “diverso accordo (INF), aggiungendo Cina e altri (India e Iran)” ma sembrava scettico, e proseguiva affermando che gli Stati Uniti “supereranno gli altri di gran lunga” nella corsa agli armamenti. Cercava quasi la superiorità nucleare degli Stati Uniti. Chiaramente, l’equilibrio strategico globale subirà uno stress enorme nel prossimo futuro. È inconcepibile che la Russia consenta di mutare l’equilibrio strategico globale. Nelle forze convenzionali, la Russia è svantaggiata rispetto l’occidente e ciò dà ulteriore impulso al mantenimento della generale parità strategica cogli Stati Uniti. In particolare, la Russia testava un missile balistico intercontinentale RS-24 Jars dopo il discorso di Trump ed entro poche ore da un precedente simile test statunitense con un ICBM Minuteman in California. L’RS-24 Jars è una versione notevolmente migliorata del famoso ICBM Topol che l’Unione Sovietica schierava. Attualmente è il cardine della componente di base della triade nucleare russa. Questo missile balistico intercontinentale termonucleare ha una gittata di 12000 km, mettendo l’intero territorio degli Stati Uniti a portata. Lo Jars è equipaggiato con più veicoli di rientro indipendenti (MIRV) ed è progettato per eludere i sistemi di difesa missilistica (di cui Trump si vantava). Manovra durante il volo e trasporta inganni attivi e passivi e ha almeno il 60-65% di possibilità di penetrare le difese nemiche.
Significativamente, durante il discorso precedente al Congresso, Trump non fece alcun riferimento ai negoziati sul controllo degli armamenti con la Russia, lasciando solo commentare il destino del Nuovo accordo di riduzione delle armi nucleari (2010), che scadrà nel 2021. In effetti, le “ultime notizie” dal discorso di Trump furono l’annuncio del secondo incontro al vertice col leader nordcoreano Kim Jong-un il 27-28 febbraio in Vietnam. Trump appariva ottimista sulla sua “audace nuova diplomazia” con la Corea democratica e rivendicato il credito (giustificatamente) di aver evitato una catastrofica guerra nella penisola coreana. Riconosceva che ci sono molti compiti incompiuti, ma riponeva fiducia nella sua “relazione” con Kim. Gli unici altri argomenti di politica estera che Trump toccava nel discorso erano il conflitto degli USA mediorientali (Siria e Afghanistan) e, naturalmente, con l’Iran. Mentre era retorico su “brutalità” e “politiche socialiste” del governo venezuelano del Presidente Nicolas Maduro, Trump evitava ogni minaccia d’intervenire nel Paese. Trump si limitava a dire che gli Stati Uniti sono coil popolo venezuelano “nella nobile ricerca della libertà”. D’altro canto, Trump si è dileguava sul Venezuela attaccando i “nuovi appelli al socialismo” anche negli Stati Uniti dichiarando la risolutezza a che “gli USA non siano mai un Paese socialista”. Sul Medio Oriente, Trump affermava che il suo approccio si basa sul “realismo del principio”, ricordando che era stato coerente: “Le grandi nazioni non combattono guerre senza fine”. Trump disse che era ora che le truppe tornino a casa dalla Siria, avendo sconfitto lo Stato islamico.
Curiosamente, sulla Siri, Trump fece un riferimento sfumato alla guerra in Afghanistan. Senza elaborare, Trump lasciava intendere che i taliban non sono l’unico interlocutore degli Stati Uniti sui negoziati per raggiungere la soluzione politica in Afghanistan. Ma la parte sorprendente fu quando disse, “Mentre progrediamo nei negoziati, potremo ridurre la presenza di nostra truppe e concentrarci sull’antiterrorismo. Non sappiamo se raggiungeremo un accordo”. La formulazione attentamente formulata evitava l’impegno al totale ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan. In effetti, Trump parlava esplicitamente di ridotta presenza di truppe in Afghanistan, sottolineando anche la necessità di continuare con le operazioni antiterrorismo. Dalle osservazioni di Trump, sembra che gli Stati Uniti si siano un allontanati dai progressi riportati nei recenti colloqui in Qatar coi rappresentanti dei taliban. Resta da vedere se tale ambivalenza sia dovuta a pressioni esercitate dalle forze armate statunitensi e dal governo di Ashraf Ghani contro il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan o che sia solo un atteggiamento tattico per spingere i taliban a fare concessioni. La strategia preferita di Ghani (che anche i comandanti statunitensi sostengono) è riconciliare i taliban nei termini avuti con Gulbuddin Hekmatyar due anni prima, vale a dire offrendo agli insorti l’opportunità di aderire al governo. Il Pentagono si era ostinatamente opposto anche all’abbandono delle basi statunitensi in Afghanistan, che considera di vitale importanza per le strategie globali a lungo termine degli Stati Uniti. Ghani aveva telefonato al vicepresidente Mike Pence prima del discorso di Trump. Eppure, Trump aveva chiaramente ignorato il governo di Ghani. Trump fece dei duri riferimenti all’Iran come “sponsor del terrore” e al governo di Teheran come “regime radicale” e “dittatura corrotta” ma, stranamente, fece ben poco nell’adottare un qualsiasi sfumatura conflittuale, congedandosi dal minacciare l’Iran. Trump si limitò a dire: “Non distoglieremo i nostri occhi da un regime che inneggia alla morte degli statunitensi e minaccia di genocidio il popolo ebraico”.
In termini generali, l’impressione sarà che Trump abbia proiettato una politica estera in cui gli Stati Uniti eviterebbero interventi militari in paesi stranieri causa di lunghi intralci per il periodo rimanente del suo mandato e si concentrerà invece sul suo programma interno, che intende rendere centrale della campagna per la rielezione. Uno stato d’animo di ridimensionamento è evidente in tutto ciò, e lasciato a se stesso Trump vorrebbe evitare impegni in politica estera che non influiscano direttamente sugli interessi nordamericani o sulla sua campagna per il secondo mandato presidenziale. Detto questo, non ci si inganni, fondamentalmente e in prospettiva a lungo termine, Trump in realtà vuole lanciare l'”America First”. Il suo credo negli USA forti e che loro superiorità militare sia incontrastata e che possano imporre la propria volontà alla comunità mondiale non è mai stato messo in dubbio. Implicita nella strategia è la ripresa della caccia inarrestabile degli Stati Uniti per la superiorità nucleare, attraverso una corsa agli armamenti estremamente costosa in cui Trump pensa che la Russia non abbia le risorse per competere cogli Stati Uniti e la Cina possa essere sopraffatta dalla tecnologia militare.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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