La Cina contrasta il terrorismo sponsorizzato dagli occidentali

Joseph Thomas, LDR, 1 febbraio 2019

Recenti titoli delle agenzie di stampa occidentali si concentravano sull’ascesa di un cosiddetto “Stato di polizia” cinese, in particolare sulle infrastrutture di sicurezza attuate nella regione occidentale dello Xinjiang in Cina. Articoli come “Dentro il vasto Stato di polizia nel cuore della Cintura e della Via cinese” di Bloomberg e “La Cina ha trasformato lo Xinjiang in Stato di polizia come nessun altro” descrivono gli sforzi di Pechino come “repressione musulmana” e “massiccio abuso di “diritti umani”. Mentre tali articoli alludono alla violenza molto reale che aveva luogo nello Xinjiang e altrove, presi di mira da una minoranza estremista tra la popolazione uigura cinese, essa viene descritta come “resistenza” da fonti occidentali piuttosto che terrorismo. L’articolo di Bloomberg reclamava: “… le esercitazioni imposte dallo Stato fanno parte della campagna di repressione cinese contro gli uiguri, in prevalenza gruppi etnici musulmani i cui membri si sono periodicamente scagliati in rivolte, pugnalate e altri attacchi per protestare contro un governo controllato dalla maggioranza cinese Han”. In realtà, gli estremisti uighuri sono terroristi che perseguono il separatismo irrealistico incoraggiato da Washington, e lo fanno con estrema violenza.

Il separatismo uiguro è sponsorizzato dagli Stati Uniti
Il governo degli Stati Uniti tramite il National Endowment for Democracy dedica una pagina ai programmi che finanzia in ciò che elenca come “Xinjiang/Turkestan orientale”, nome fittizio degli immaginari separatisti di cercano di ritagliare il territorio cinese. L’inclusione di “Turkestan orientale” è un’ammissione del sostegno degli Stati Uniti al separatismo uiguro. Il “World Uyghur Congress” (WUC) è tra i gruppi finanziati dal NED nordamericano. Promuove apertamente il separatismo. È onnipresente nei notiziari occidentali, promuovendo accuse contro Pechino sullo Xinjiang, eppure il WUC si trova a Monaco, in Germania e a Washington DC. Rappresentanti del WUC come Dilxat Raxit e Rebiya Kadeer sono citati facendo affermazioni prive di fondamento sul trattamento da parte della Cina degli uiguri verso le agenzie di stampa occidentali che non ne menzionano l’affiliazione al WUC o che esso sia finanziato dal governo degli Stati Uniti. Storie come “La polizia cinese ordina ai musulmani dello Xinjiang di consegnare tutte le copie del Corano”, pubblicate dalla rete di Radio Free Asia finanziata dal dipartimento di Stato USA, sono basate interamente su affermazioni del WUC. Ulteriori indagini rivelavano che i Corani raccolti furono pubblicati in Arabia Saudita e deliberatamente riscritti per promuovere l’estremismo. Le versioni più recenti e stampate altrove non venivano raccolte. È solo uno dei molti esempi con cui gli Stati Uniti minano intenzionalmente la sicurezza in Cina, quindi intenzionalmente travisano i tentativi della Cina di rispondere a tali crescenti minacce.

Gli estremisti uiguri attuano un terrorismo mortale in Cina
Ciò che Bloomberg descrive come “lancio periodico” fu presentato più accuratamente anche nella stampa occidentale, anni prima che iniziasse tale campagna di disinformazione contro Pechino. In un articolo della BBC del 2014 intitolato “Perché c’è tensione tra la Cina e gli uiguri?”, si presentava un elenco lungo e terrificante di attentati uiguri: “Nel giugno 2012, sei uiguri cercarono di dirottare un aereo da Hotan a Urumqi prima di essere sopraffatti dai passeggeri e dall’equipaggio.
Ci furono spargimenti di sangue nell’aprile e nel 2013, 27 persone morirono nella contea di Shanshan dopo che la polizia aprì il fuoco su ciò che i media di Stato descrissero come folla armata di coltelli che attaccavano gli edifici del governo locale. Almeno 31 persone furono uccise e più di 90 ferite nel maggio 2014, quando due auto si schiantarono contro un mercato di Urumqi ed esplosivi furono lanciati tra la folla. La Cina lo definì “un violento attentato terroristico”. Seguì un attacco con bombe e coltelli alla stazione ferroviaria sud di Urumqi in aprile, che ne uccise tre persone e ne ferì altre 79. A luglio, le autorità dissero che una banda armata di coltelli attaccò una stazione di polizia e gli uffici governativi a Yarkant, lasciando 96 morti. L’imam della maggiore moschea cinese, Jume Tahir, fu pugnalato a morte pochi giorni dopo. A settembre circa 50 persone morirono in esplosioni nella contea di Luntai presso le stazioni di polizia, un mercato e un negozio. I dettagli di entrambi gli incidenti non sono chiari e gli attivisti contestano alcuni resoconti sui media statali. Alcune violenze uscirono dallo Xinjiang. A marzo, a Kunming, nella provincia dello Yunnan, furono pugnalate 29 persone, accusandone i separatisti dello Xinjiang, così come un incidente dell’ottobre 2013 in cui un’auto assalì una folla e s’incendiò nella piazza Tiananmen di Pechino”.
Si può solo immaginare quale tipo di misure Stati Uniti o Regno Unito adotterebbero se un terrorismo di così vasta portata e persistente si svolgesse a loro interno. Sarebbe anche curioso immaginare cosa farebbe una nazione se il separatismo che guida le violenze fosse apertamente promosso da uno Stato straniero. Per la Cina, prosciugare le paludi dell’estremismo ideologico è il metodo scelto ed è l’impulso dei cosiddetti “campi di rieducazione” nello Xinjiang. Questa campagna sistematica e brutale del terrorismo che viene omessa dai notiziari occidentali è intenzionale. Omettendo tale contesto cruciale si vuole rappresentare la reazione di Pechino ad anni di terrorismo mortale come irrazionale, oppressivo e totalitario. E mentre Stati Uniti ed altre nazioni occidentali promuovono tale campagna di disinformazione, le storie ancora si propagano, ammettendo gravi e crescenti sfide alla sicurezza che il terrorismo uiguro non presenta solo in Cina, ma nel resto del mondo. In un articolo di Voice of America finanziato e diretto dal dipartimento di Stato statunitense, intitolato “Analisti: i jihadisti uiguri in Siria potrebbero essere una minaccia”, ammetteva: “Gli analisti avvertono che il gruppo jihadista del Turkistan Islamic Party (TIP) nella Siria nordoccidentale potrebbe rappresentare un pericolo per la volatile provincia d’idlib della Siria, dove gli sforzi continuano a mantenere un fragile cessate il fuoco tra Russia e forze del regime siriano e i vari gruppi ribelli. Il TIP dichiarava l’emirato islamico ad Idlib alla fine di novembre ed è rimasto largamente al riparo da autorità e media grazie al suo basso profilo. Fondato nel 2008 nella regione nord-occidentale cinese dello Xinjiang, il TIP è stato uno dei maggiori gruppi estremisti in Siria dallo scoppio della guerra civile nel Paese nel 2011. Il TIP è composto principalmente da musulmani uiguri provenienti dalla Cina, ma negli ultimi anni include anche altri combattenti jihadisti”. L’articolo discuteva anche della minaccia di tali terroristi che trasferiscono la loro esperienza nella Cina occidentale. L’articolo dimostra due fatti importanti; che i “separatisti” uiguri nello Xinjiang sono in realtà terroristi assai organizzati e pericolosi, e che sono coinvolti nelle violenze armate non solo in Cina, ma in tutto il mondo.

“Preoccupazione umanitaria” come manette geopolitiche
La natura schizofrenica della copertura mediatica degli Stati Uniti dell’estremismo uiguro, che li ritrae come vittime inermi del “totalitarismo” cinese da un lato e come blocco armato che combatte coi terroristi di al-Qaida e Stato islamico in Siria dall’altro, tradisce i primi come mezzo per maneggiare geopoliticamente la capacità di Pechino di rispondere in modo decisivo a questi ultimi. Ostacolando la capacità di Pechino di reagire alla minaccia terroristica che gli Stati Uniti incoraggiano attivamente, Washington spera di dare all’estremismo uiguro lo spazio necessario e minare indefinitamente la sicurezza della Cina. Sul motivo, Bloomberg è molto chiaro: “Lo Xinjiang si trova nel cuore geografico dell’iniziativa Fascia e Via di Xi. È un piano da mille miliardi di dollari per finanziare nuove autostrade, porti e altri progetti infrastrutturali moderne nei Paesi in via di sviluppo che li colleghino ai mercati cinesi e, dicono gli scettici, li indebiteranno con la Cina per decenni”. L’uso del terrorismo, riparato dalla sicurezza con preoccupazioni umanitarie ingenue, per ostacolare l’iniziativa One Belt, One Road della Cina, è un tema comune nella strategia di Washington per contenere l’ascesa della Cina sulla scena globale. Comprendere la verità dietro le questioni sulla sicurezza di Pechino nello Xinjiang sottolinea che sono gli Stati Uniti, non la Cina, non solo da accusare per le sofferenze inutili che gli uiguri ora affrontano, ma anche a minare pace e prosperità globali, non a contribuirvi. Anche se le più folli accuse degli Stati Uniti alla Cina nello Xinjiang fossero vere, considerando la piaga del terrorismo finanziato dagli stranieri in nazioni come Siria, Libia e Iraq, tali misure sarebbero estreme?

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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