Cosa tiene in piedi il Chavismo?

Augusto Marquez, Mision Verdad 29 gennaio 2019

Le minacce aperte d’intervento militare contro il Venezuela e la nomina di un “governo parallelo” implicano la continuazione del decreto di Obama e i (falliti) colpi di Stato del 2014 e del 2017, sfruttati con la “rivoluzione colorata” o “golpe morbido”. Una premessa fondamentale per tracciare il quadro di fondo, ma è anche importante capire che fu Barack Obama, con tutto il suo carisma, da Nobel della Pace e il marketing da eroe delle minoranze, che creò i centri nella zona prima di Mike Pompeo e John Bolton. Ogni pagina dei famosi manuali di Gene Sharp ha avuto applicazione nelle strade del Paese, costringendo il chavismo a maturare intellettualmente e a migliorare il proprio sistema immunitario contro operazioni psicologiche, strategie di appropriazione di simboli e altre risorse che ne perseguono lo svuotamento. Ancora una volta, non fu la scuola dei quadri o l’accademia delle istituzioni a produrre quel salto politico. Furono la strada e l’esperienza: gli stessi in cui si scontrò Chavez, senza saperlo, prima dello storico 4 febbraio 1992. In parte, ciò che tiene in piedi il chavismo è questa caratteristica distintiva e la costruzione permanente come spazio di formazione che va oltre le organizzazioni classiche della politica: partiti, sindacati, ecc. Forse a causa della mescolanza tra vergogna e parallelismi così evidenti che la strategia contro il Venezuela attira, è facile discernere cosa cercano e come procedono. Sappiamo già che è un golpe è in marcia, un’importazione dei modelli libico e siriano, che i governi di Brasile e Colombia sono allineati con Washington e che scopo di tale operazione è l’intervento militare proposto da diversi fronti. La strategia e i suoi obiettivi sono così evidenti che, anche se rimangono dei sintomi di salute mentale o un po’ di buon senso, molte figure politiche allontanatesi da Chavez per paura del linciaggio mediatico, ora stringono i rapporti con la Rivoluzione Bolivariana. A causa del peso della realtà, le posizioni timide, centriste e l’assoluta omissione degli attacchi che il Venezuela subisce, vengono messe da parte aprendo la strada al criterio unito che il Paese latinoamericano va difeso. La lista è troppo lunga per ritirarla totalmente, e sapete cosa intendo.
Allo stesso tempo ciò non smette di generare sospetti, sembra che di tanto in tanto la vita organica della Repubblica Bolivariana debba essere messa a rischio affinché il suo valore storico e l’importanza geopolitica possano essere nuovamente riconosciuti coll’effervescenza che ha sempre meritata. Ma la verità è che nel viaggio da una vita quotidiana assediata dal blocco finanziario al culmine dell’aperta minaccia d’intervento vissuta oggi, il chavismo mette alla prova le caratteristiche della propria costruzione come soggetto politico. E questo è, in breve, ciò che va difeso come ragione fondamentale per cui perseguono la guerra al Venezuela. Una candida radiografia del chavismo ci dice che, come forza politica, non si limita solo ad organizzazioni partigiane e, in generale, alla società civile come la conosciamo. Per ampi settori della popolazione implica un nome e una storia propri con cui raccontarsi, ma esprime anche l’esercizio di autostima e partecipazione permanente al destino della Repubblica. Non è un cliente, un consumatore, un cittadino passivo che fa politica solo col voto, ma un processo storico che crea forme di organizzazione e resistenza secondo propri esperienze e insegnamenti collettivi. Se i golpe in Brasile, Honduras, Paraguay e le sconfitte via canali legali in Argentina ed Ecuador ci dicono qualcosa, è che la differenza tra Chavez e il resto del ciclo progressista è nell’uso della distribuzione del reddito come mezzo di partecipazione e costruzione di un soggetto politico e non come mera vittoria. Dalle persone nelle strade di Caracas in difesa permanente delle loro conquiste, alla solitudine delle strade di Rio o San Paolo quando Lula era sulla via della prigionia, c’è l’affermazione che il chavismo capì subito che salire al potere è un mezzo per costruire un modello di Paese e società, non solo una risorsa per migliorare gli indici macroeconomici. Il progressismo deve difendere il Venezuela, ma deve anche alimentarlo e prenderlo come guida politica, modello di resistenza ed organizzazione, per ripensare alle proprie rispettive offensive locali.
Il chavismo ha reso la gente comune, la casalinga, il capofamiglia, i giovani dei quartieri, un soggetto politico. Quello realizzato ad oggi si difende coi denti davanti a una violenta campagna di sanzioni che quotidianamente fa violenza sulla popolazione e che cerca di ricattarla: rinuncia a te stesso, alla tua storia e al tuo nome per i 20 milioni di dollari che promette Mike Pompeo in “aiuti umanitari”.
Sapendo che la base della stabilità della relazione chavismo-Stato-società è largamente basata sulla distribuzione del reddito, Stati Uniti, Unione Europea e le loro estensioni coloniali in America Latina avviavano il blocco finanziario con la premessa che, se il flusso di denaro fosse stato ridotto, chavismo avrebbe perso il sostegno come corrente storica. E sebbene le loro affettazioni siano delicate, il chavismo ha trasformato i meccanismi di contenimento e assistenza sociale del Carnet de la Patria, i buoni e il CLAP in strumenti e dinamiche organizzative di controllo territoriale, formazione politica e riarticolazione del proletariato venezuelano. Il loro scopo maturava progressivamente e non è irragionevole dire che fu grazie a queste nuove organizzazioni, costruite dal seno del popolo, che garantirono la vittoria di Nicolás Maduro il 20 maggio 2018. Oggi, Stati Uniti e loro alleati usano questa data e il suo significato politico come fattore di differenza per imporre al mondo di scegliere partito sul Venezuela, tra riconoscimento o sostegno alla guerra. E quando lo fanno, ogni volta che Mike Pompeo, John Bolton o il suo figliastro Marco Rubio lo dicono, non fanno altro che riaffermare di agire contro l’intelligenza del chavismo, il suo apprendimento e il suo metodo di resistenza nella ricerca di sé. Agiscono contro il suo nome, ed hanno ragione di agire con disperazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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