Il contrattacco dell’impero

Chroniques du Grand Jeu, 28 gennaio 2019

Mentre il sistema imperiale declina, perdendo l’Eurasia, quindi il mondo e vede il grande movimento della dedollarizzazione conquistare gradualmente il pianeta, s’isterizza e cerca di aggrapparsi ai rami. Reazione classica nella storia, sia dal punto di vista individuale che collettivo. Se la bestia è inesorabilmente impegnata su un pendio sdrucciolevole (col pagamento degli interessi sul debito che ora eccede il budget militare, sicuramente gli impedirà di risalire) non è morto, ma quasi! Golpe, controllo energetico, sanzioni, guerra dell’informazione spinta al ridicolo, varie influenze e pressioni… tutto procede in un volo tanto ardente quanto pericoloso. Nel Baltico, dove continuano le intercettazioni “amichevoli”, ci siamo fermati alle minacce dell’ambasciatore statunitense alle società che parteciperanno a Nord Stream II. Ahimé! Berlino non cede alla pressione, e il ministero degli Esteri tedesco lo dice senza mezzi termini: nessuno può più fermare il gasdotto. Il fedele lettore delle nostre modeste cronache lo sa da tempo. Con uno stile che simboleggia perfettamente le contraddizioni delle euronullità, il ministro dell’Economia teutonico spiega che il governo tedesco non può fare nulla legalmente per impedire la costruzione del gasdotto. Decodificato: la Germania lo vuole, il padrone nordamericano è contrario, il vassallo salva la faccia dicendo che non lo vorrebbe ma non può farci nulla… Certo, la Danimarca si oppone e non ha ancora rilasciato le autorizzazioni, come abbiamo spiegato in dettaglio l’anno scorso: “Il placido Paese scandinavo deve affrontare un dilemma travolgente , la “decisione più importante in politica estera dalla Seconda guerra mondiale”: permettere o meno il passaggio del Nord Stream II nelle proprie acque territoriali. Il progetto deve anche ricevere nei prossimi mesi le autorizzazioni finali di Russia (già decisa), Finlandia e Svezia. Ma riguarda gli ultimi due, è solo la loro zona economica esclusiva, governata dal diritto internazionale del mare su cui i governi svedese (molto russofobo) e finlandese (più equilibrato) hanno comunque poco peso. Solo la Danimarca è preoccupata della proprie sovranità, e gli sarebbe andata bene. Gli emissari di Bruxelles e Stati Uniti spingono il governo ad impedire il passaggio del Nord Stream II per 139 km nelle sue acque territoriali, mentre Mosca e Berlino l’incoraggiano ad accettare. Copenhagen può andare contro il principale partner (Germania) e la principale potenza militare europea (Russia), che ha appena provato alcuni missili nelle vicinanze? Il sistema imperiale riuscirà a manovrare per silurare il gasdotto come nel caso del South Stream? Le Forze Armate russe esercitano la tattica di pressione e, in caso affermativo, funzionerà o non sarà un’arma a doppio taglio che gli si rivolterà contro? Lo sapremo nel prossimo episodio…” Ma Gazprom ha già impostato la rotta alternativa e nulla potrà ostacolare Nord Stream II. Se l’Austria si rallegra, mandando al diavolo gli statunitensi che trattano i Paesi europei “come colonie”, la Polonia ha solo gli occhi per piangere e ammette infine che sarà molto difficile opporvisi.
Nel Grande Gioco dell’Energia in Europa, l’impero è più felice in Iran. Abbiamo visto che la minaccia delle sanzioni è riuscita a sbarazzarsi di Rosneft e delle sue promesse di 30 miliardi di investimenti nell’industria petrolifera persiana che ne ha bisogno. Senza dubbio Teheran era delusa dalla codardia russa e, più in generale, si percepisce una leggera dissonanza tra i due alleati. Sulla Siria, un’insolita critica si aveva dal lato iraniano sul fatto che Mosca mantenesse inattivo i suoi S-300 quindi permettendo ad Israele il doppio bombardamento del 20 gennaio. Se Teheran si è dissociato dalle dichiarazioni e si assicura che la posizione ufficiale del governo non sia cambiata, il brusio pone tuttavia una domanda interessante. E ovviamente non parliamo del veleno di certi centri che hanno inventato “combattimenti” tra i filo-russi ed iraniani nella provincia di Hama, proprio no. In realtà, i russi non hanno mai nascosto il loro obiettivo: stabilizzare il Paese e impedire che il conflitto degeneri in una guerra regionale tra Iran e Siria da un lato, Israele dall’altro. Teheran si stabilisce in Siria coll’accordo di Damasco, ma dipende da te difenderti, non noi. Questo è essenzialmente il messaggio. Sugli S-300 consegnati ad Assad dopo l’incidente dell’Iljushin, non saranno operativi fino a marzo. In quel momento, Assad farà quello che vuole, ma a quel punto gli iraniani potrebbero essere ben avvisati di non versare benzina al fuoco, specialmente da quando Hezbollah ha già tutto ciò ci cui ha bisogno… L’arco sciita, precisamente. I falchi neocon ancora cercano di silurare il ritiro della Siria facendo pressioni su Trump per mantenere una zona cruciale sul confine siriano-iracheno-giordano, ostacolando il collegamento Iran-Iraq-Siria-Libano. Come si capisce, ovviamente parliamo di al-Tanaf, ben noto ai lettori. Il Donald riuscirà comunque a mantenere la promessa del ritiro totale o soccomberà alle pressioni del Deep State? Lo saprete nel prossimo episodio del Siriexit, la telenovela in voga a Washington. Anche se un altro telenovela sta già per detronizzarlo tra gli stranamore del Potomac: il calore a Caracas. In quanto tale, non è impossibile che il Donald dia l’osso venezuelano da rosicchiare al partito della guerra per allontanarlo meglio dalla Siria. Giungla contro deserto in qualche modo… Perché ci sono tutti: Bolton, Pompeo, Rubio e altre felici ragazzette washingtonistane che scrivono uno scenario non molto originale, già girato molte volte in Ucraina, Libia, Siria. Per alcuni, questa sfortunata mancanza di originalità simboleggia l’urgenza imperiale di fronte al suo inesorabile declino. Resta il fatto che il Titanic morale statunitense si trascina le seguaci euronullità, che quasi sempre corrono non appena si affonda.
La Germania ha posto buona resistenza sul gas perché sono in gioco suoi interessi vitali, ma non dobbiamo chiedere troppo alla principale colonia statunitense in Europa. Se, su ingiunzione statunitense, Berlino vieta alla Mahan Air, società iraniana che trasporta apparecchiature in Siria, dai suoi cieli, si può immaginare il seguito col dossier venezuelano. Tuttavia, mentre gli eurocrati si preparavano a seguire il loro padrone pensando alla scelta autoproclamata di Washington, l’Italia vi poneva fine (https://www.elconfidencial.com/mundo/europa/2019-01-26/la-ue-todavia-no-fija-un-plazo-para-el-ultimatum-a-maduro_1785194/) addolcendo l’ultimo comunicato di Bruxelles. Ah, questi dannati “populisti” riluttanti al sistema imperiale… D’altra parte, oltre al sostegno solidale di Gaza Maduro ha tra gli altri dietro di sé Russia, Cina, Iran e Turchia, quattro pesi massimi della lontana Eurasia. Ecco la mappa aggiornata dei paesi che supportano Maduro (rosso) e Guaido (blu). Ignorando i molti stati che preferiscono non partecipare, è praticamente il copia-incolla dei voti alle Nazioni Unite su Crimea e Siria. Il mondo è ben diviso in due blocchi antagonisti: l’impero USA + i vassalli contro il multipolarismo.

Dobbiamo aggiungere al campo occidentale la stampa (è ovvio), così come le banche di investimento e altri fondi pensione che hanno tutto da guadagnare cacciando Maduro. Come ai vecchi tempi, l’alleanza petrolieri-CIA-Wall Street è tornata sotto i riflettori. Era anche questione su cui tre pianeti non erano allineati… Poiché si parla di grandi capitali, la Banca d’Inghilterra rifiuta, su pressione degli Stati Uniti, di restituire l’oro venezuelano immagazzinato nelle sue casseforti, il cui valore è aumentato notevolmente negli ultimi tempi. Non sorprendentemente, l’auto-proclamato zerbino chiede a Londra di non cedere l’oro, preferendo continuare a sottoporre il suo paese alle istituzioni finanziarie anglosassoni. Sappiamo quanto il dominio del sistema imperiale sia basato, dal 1944, sul re dollaro e la confisca dell’oro ai vassalli (l’Ucraina post-Maidan è l’ultimo esempio) e il controllo delle istituzioni finanziarie mondiali. A questo proposito, possiamo ancora interrogarci sulla stupefacente imbecillità dei dirigenti chavisti che da anni non recuperano l’oro affidato al potenziale nemico… sul terreno, l’autoproclamato tenta di avvelenare. In un’intervista pubblica, afferma di essere in contatto segreto con funzionari civili e militari. La contraddizione potrebbe essergli sfuggita… o no, se si tratta di creare una certa sfiducia nel campo lealista. Le minacce di Bolton in caso di “violenze” possono essere viste come appello a una falsa bandiera (come fatto abbastanza in Siria), ma una cosa è certa: l’intervento militare, anche con l’appoggio di una parte della popolazione e dell’esercito sarebbero tutto tranne che una festa. Non ci siamo ancora arrivati, e il Venezuela probabilmente non ci arriverà. Molto probabilmente si tratta del deterioramento della situazione, con due presidenti riconosciuti da due parti del mondo e una società profondamente divisa.
Finiamo questo post con un continente di cui non parliamo molto. Non sorprende che l’Australia abbia seguito le controparti anglosassoni e riconosciuto Guaido, permettendoci di affrontare l’antichissima infiltrazione del Paese dei canguri da parte dello zio Sam. Ma l’elezione del laburista Gough Whitlam nel 1972 scioccò Washington. Il primo ministro contestava la sottomissione australiana, affermando di portare Canberra nel blocco dei non allineati e pianificando la chiusura della stazione di ascolto degli Stati Uniti di Pine Gap, persa nel deserto australiano ma parte della rete Echelon e ora centro di comando del programma UAV degli Stati Uniti. Tali pericolose tendenze erano ovviamente inaccettabili per gli statunitensi. La CIA, che si era infiltrata nell’establishment politico, mediatico, economico e della sicurezza australiano, poi preparò un putsch istituzionale che licenziò Whitlam nel 1975. Da allora, l’Australia rimane saggiamente allineata all’impero. ..

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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