Aleksandr Pecherskij, autore dell’unica rivolta riuscita in un campo di sterminio nazista

Luca D’Agostini, Madre Russia 26 gennaio 2019

Questa che state per leggere è una storia unica, proprio perché unico fu il tentativo di rivolta che ebbe successo in un campo di sterminio nazista. L’intero sistema di questi campi era organizzato in modo da infrangere la volontà di resistere nelle future vittime. Ma il 14 ottobre 1943, nel campo di sterminio di Sobibor, questo sistema fallì per merito di un tenente dell’Armata Rossa. Il campo di sterminio nazista di Sobibor fu fondato nella Polonia sud-orientale nella primavera del 1942 come parte di un programma che prevedeva la completa distruzione della popolazione ebraica in Europa. Il campo esisteva da poco meno di un anno e mezzo, e durante questo periodo furono uccisi circa 250 mila ebrei dalla Polonia e di altri Paesi europei. (1) Il campo di Sobibor era circondato da un campo minato. Agli angoli del campo si trovavano le torri di guardia armate con mitragliatrici. Il campo era diviso in tre settori. Il primo settore era composta da laboratori, sartoria, calzoleria, carpenteria. Perché il Tenente dell’Armata Rossa Pecherskij non fu ucciso subito? Il motivo consiste nel fatto che i tedeschi avevano bisogno di idraulici, meccanici e carpentieri. Pecherskij lavorava nella falegnameria. Quel tipo di manodopera era necessario nel campo perché le SS volevano godersi la vita anziché svolgere lavori manuali. Le donne detenute lavoravano a maglia calzini per loro. I prigionieri artisti dipingevano ritratti che le SS mandavano a casa ai familiari. Il secondo settore consisteva in un magazzino dove venivano raccolti tutti i beni sottratti ai prigionieri: vestiti, gioielli, orologi e denaro. Nelle vicinanze del secondo settore c’era un cortile dove venivano allevati conigli ed oche in modo che le guardie del campo non morissero di fame. Il terzo settore era composto dalle camere a gas. Due lunghi corridoi conducevano ad essi: uno per gli uomini, un altro per donne e bambini. Collegata ai corridoi vi era la “baracca dei parrucchieri”. Qui ai prigionieri venivano rapidamente e brutalmente tagliati i capelli i quali poi erano spediti in una fabbrica vicino Norimberga. Con i capelli dei prigionieri le fabbriche tedesche provvedevano a realizzare uniformi invernali per i soldati della Wehrmacht e scarpe morbide per marinai sottomarini: non si può fare rumore su un sottomarino. La richiesta di capelli nel Terzo Reich era ingente. L’attivazione delle camere a gas avveniva tramite l’accensione di un motore situato in un capannone fuori dall’edificio portando il gas tramite dei tubi di scarico. Il responsabile dell’attivazione e del funzionamento del motore era l’ufficiale delle SS Erich Bauer, tristemente noto ai prigionieri di Sobibor col soprannome di “Gasmeister” (Maestro del gas), come lui stesso amava definirsi. Il campo di sterminio di Sobibor fu costruito dal capitano delle SS, ingegnere Richard Tomalla. Alla fine della guerra fu catturato e giustiziato in Cecoslovacchia dall’NKVD, un corpo di polizia speciale sovietico definito “Commissariato del Popolo per gli Affari Interni dell’Unione Sovietica”. Ma Tomalla servì a Sobibor per un tempo molto breve. Infatti fu presto sostituito dal nuovo comandante, capitano delle SS Franz Stangl, che fu poi trasferito al posto di comando del campo di Treblinka. (1) Il nuovo comandante del campo di sterminio di Sobibor divenne il capitano delle SS Franz Reichleitner, al quale fu assegnato il compito di “aumentare la capacità del campo”.
Nel personale del campo erano elencati solo 29 membri delle SS. Ma furono aiutati dalle numerose guardie di Sobibor composte perlopiù da ucraini che si erano stabiliti a Lublino e in altre città polacche prima della guerra. Qualche volta poteva anche trattarsi di soldati ucraini appartenenti all’Armata Rossa i quali disertarono o tradirono per collaborare co i nazisti. Uno di questi fu l’ex-soldato dell’Armata Rossa Ivan Demjanjuk, il quale divenne capo delle guardie di Sobibor. Costui nel dopoguerra fu giudicato colpevole di complicità nei massacri, ma all’epoca dei fatti il vile traditore ucraino fu notevolmente fortunato. Infatti quando scoppiò la rivolta nel campo ed i suoi camerati furono tutti eliminati, Demjanjuk era nel centro di addestramento delle SS a Trawniki. Nel dopoguerra questo infame criminale di guerra non ebbe la fine che meritava, anzi nel 1993 fu naturalizzato cittadino statunitense e cambiò il proprio nome in John Demjanjuk. (1) I pochi prigionieri sopravvissuti di Sobibor dissero che avevano più paura degli ucraini del battaglione di guardia che dei tedeschi. I tedeschi agivano secondo le istruzioni, gli ucraini sterminavano i russi con entusiasmo. Non i tedeschi, ma le guardie ucraine uccisero i prigionieri deboli e vecchi, non appena venivano portati nel campo. La modalità del lavoro delle guardie ucraine era estremamente semplice: conducevano i prigionieri nel cosiddetto “bagno” (la camera a gas), dove dopo aver chiuso le porte dovevano solo attendere 15 minuti. Dopo di che obbligavano parte dei prigionieri, lasciati vivi, a portare i cadaveri in una fossa speciale vicino al campo.
Durante l’esistenza del campo furono compiuti diversi tentativi di fuga, ma tutti fallirono. Fino all’autunno del 1943, quando un gruppo di prigionieri di guerra sovietici, tra i quali Aleksandr Pecherskij fu trasferito a Sobibor. Aleksandr Aronovich Pecherskij nacque in una famiglia ebrea a Kremenchug, nell’attuale Ucraina, nel 1909. Suo padre era un avvocato. Nel 1915, la famiglia si trasferì a Rostov sul Don. Dopo la scuola, lavorò come elettricista in fabbrica e poi si laureò all’università. (2)(3) Il 22 giugno 1941, Pecherskij fu arruolato nell’esercito. Avendo un’istruzione superiore, ricevette il grado di tenente. Combatté vicino a Smolensk come parte del 596.mo Reggimento di Artiglieria della 19.ma Armata. Durante i combattimenti Pecherskij salvò la vita al suo comandante rimasto ferito al centro del campo di battaglia. Riuscì a soccorrerlo e portarlo via da una morte ormai sicura. Ma poco tempo dopo questo suo gesto eroico, la sua unità fu circondata a Vjazma. Pecherskij nei combattimenti subì lievi ferite e fu catturato dai tedeschi. Fu inizialmente rinchiuso in un campo di prigionia militare, nell’attesa di essere deportato. In prigionia si ammalò anche di tifo, ma sopravvisse. Nel maggio 1942, tentò di fuggire dalla prigionia con altri quattro prigionieri. Il tentativo di fuga fallì ed i fuggiaschi furono mandati ad campo di concentramento di Borisov, e da lì a Minsk (Bielorussia). All’inizio, Pecherskij si trovò nel cosiddetto “Forest Camp” situato fuori dalla città di Minsk. Poi, durante una visita medica, notando la circoncisione, le guardie naziste scoprirono l’origine ebraica di Pecherskij. Insieme ad altri prigionieri di guerra ebrei, fu rinchiuso in un seminterrato chiamato la “cantina ebraica”. Lì rimasero per dieci giorni nella completa oscurità. Il 20 agosto 1942, Pecherskij fu inviato al “campo di lavoro” delle SS a Minsk. Lì c’erano circa cinquecento ebrei del ghetto di Minsk. Il 18 settembre 1943, con un gruppo di 600 prigionieri ebrei, Pecherskij fu inviato al campo di sterminio di Sobibor, dove arrivò il 23 settembre. Appena giunti nel campo di sterminio, delle 600 persone, 520 furono immediatamente giustiziate nelle camere a gas, mentre le altre 80, tra cui Pecherskij, furono impiegate in lavori di manutenzione del campo. Mentendo, Pecherskij aveva dichiarato alle SS di essere un falegname prima che venisse arruolato nell’Armata Rossa e così i nazisti decisero di impiegarlo appunto come falegname. Nel campo di sterminio di Sobibor, Pecherskij divenne l’organizzatore e il capo della rivolta dei prigionieri.
Il Tenente Pecherskij non si era fatto illusioni, sapeva benissimo che quelli che non erano stati uccisi immediatamente sarebbero stati uccisi più tardi. Decise quindi di usare questa tregua momentanea per provare a imporre ai nazisti l’ultima sua battaglia personale. Il primo problema che dovette affrontare Pecherskij, era che i prigionieri civili del campo mancavano di esperienza militare e risolutezza. Il Tenente Pecherskij iniziò a proporre l’idea della ribellione a ciascun prigioniero del campo. Insistette affinché tutti fuggissero, poiché chi fosse rimasto sarebbe comunque stato ucciso dai nazisti. L’ufficiale dell’Armata Rossa disse senza mezzi termini agli altri prigionieri: “nel tentativo di fuga molti moriranno, ma alcuni avranno la possibilità di liberarsi“. Nel campo di Sobibor, Pecherskij trascorse solo tre settimane ed in questo breve tempo cercò costantemente di ideare ed organizzare il piano di fuga. La maggior parte dei prigionieri del campo di Sobibor sosteneva il piano del Tenente Pecherskij. Il 14 ottobre 1943 i prigionieri del campo di sterminio si ribellarono. Secondo il piano di Pecherskij, i prigionieri dovevano segretamente a uno ad uno eliminare i soldati delle SS con cui avevano contatti. Infatti chi lavorava nel campo era sempre in continuo contatto con i soldati tedeschi perché dovevano mostrare il lavoro che svolgevano. Così, l’idea di Pecherskij era che ogni lavoratore prigioniero doveva attirare un soldato delle SS in un luogo chiuso con una scusa plausibile ed eliminarlo. Fondamentalmente però i prigionieri del campo di Sobibor affidarono il compito di uccidere i soldati nazisti al Tenente Pecgerskij ed a qualche altro soldato dell’Armata Rossa, in quanto loro, diversamente dalla stragrande maggioranza dei prigionieri, erano stati addestrati militarmente nel combattimento corpo a corpo, quindi gli era più facile avere a che fare con i soldati delle SS. Poi dopo aver preso possesso delle armi dall’armeria, avrebbero dovuto eliminare le guardie ucraine. Nel giorno stabilito, il 14 ottobre 1943, i nazisti iniziarono ad essere attirati uno ad uno nei laboratori con pretesti pretestuosi, come adattare l’uniforme. Qui, senza far rumore furono strangolati o uccisi a colpi d’ascia da Pecherskij e qualche altro soldato dell’Armata Rossa prigioniero del campo. Il piano ebbe successo solo parzialmente: i ribelli furono in grado di eliminare 12 soldati delle SS ma non riuscirono a prendere possesso del deposito di armi. I soldati delle SS superstiti lanciarono l’allarme e dalle torri di guardia aprirono il fuoco delle mitragliatrici sui prigionieri, i quali nella fuga riuscirono ad uccidere tutte le guardie ucraine ma furono costretti ad uscire dal campo attraversando i campi minati nel tentativo di raggiungere la foresta circostante. Dei quasi 550 prigionieri del campo di lavoro, 130 non parteciparono alla rivolta (rimasero nel campo perché gravemente malati o fisicamente esausti da non potersi unire ai fuggiaschi, altri invece speravano che la sottomissione assoluta li avrebbe aiutati a sopravvivere), circa 80 morirono durante la fuga e altri 170 furono catturati dai tedeschi durante un rastrellamento su vasta scala. Tutti i restanti nel campo e catturati dopo la fuga, il giorno successivo furono immediatamente uccisi dai nazisti, come Pecherskij aveva immaginato sarebbe accaduto. Quindi sommando chi non partecipò alla rivolta, chi fu ucciso durante il tentativo di fuga e chi fu catturato ed ucciso successivamente, il numero dei morti fu in totale di 380 persone. Il destino dei 170 prigionieri che invece riuscirono a fuggire fu determinato dalla scelta che effettuarono. Alcuni decisero di seguire il Tenente Pecherskij il quale voleva dirigersi in Bielorussia per unirsi ai partigiani ed attendere l’arrivo dell’Armata Rossa, altri invece, spaventati dall’idea di combattere al fianco dei partigiani e di venir poi arruolati nell’Armata Rossa, decisero di rimanere in Polonia. Solo 53 partecipanti alla rivolta sopravvissero fino alla fine della guerra e tutti dovettero la vita al coraggio ed all’abilità del Tenente dell’Armata Rossa Aleksandr Pecherskij.
La maggior parte di chi partì con il Tenente Pecherskij (e questi erano per lo più soldati dell’Armata Rossa fatti prigionieri di guerra dai nazisti) si salvò. La maggior parte di chi decise di rimanere in Polonia morì. E la maggior parte di loro non morì per mano dei nazisti, ma per mano dei polacchi: quasi 90 prigionieri di Sobibor che non seguirono Pecherskij furono vittime dei collaborazionisti dei nazisti, oltre che di comuni abitanti polacchi antisemiti. Il comando militare tedesco si infuriò per la rivolta di Sobibor e la fuga di molti prigionieri. Su ordine diretto di Heinrich Himmler, il campo di Sobibor fu immediatamente demolito, i terreni furono arati, i nazisti piantarono cavoli e patate sul luogo del massacro di migliaia di persone. Il 22 ottobre 1943, Aleksandr Pecherskij e gli ex-prigionieri di guerra del campo di Sobibor che lo avevano seguito dopo la fuga, si unirono ad un distaccamento partigiano in Bielorussia per aiutarli a combattere finché l’Armata Rossa non avesse liberato la Bielorussia. Durante le battaglie al fianco dei partigiani, Pecherskij ed i suoi uomini riuscirono a far deragliare due treni tedeschi eliminando i nazisti che viaggiavano a bordo. Quando l’Armata Rossa liberò la Bielorussia, Pecherskij fu arruolato nuovamente ed assegnato ad un battaglione di fanteria d’assalto. (4) Il comandante del battaglione, il Maggiore Andreev, fu così scioccato dalla storia di Pecherskij e della rivolta di Sobibor che, nonostante il divieto di lasciare la posizione del battaglione, permise a Pecherskij di andare a Mosca per essere ascoltato dalla “Commissione di indagini sulle atrocità degli invasori fascisti tedeschi e dei loro sostenitori”. Nella commissione, gli scrittori Pavel Antokolskij e Veniamin Kaverin ascoltarono la storia di Pecherskij e pubblicarono un saggio dal titolo “Rivolta a Sobibor”. Dopo la guerra, il saggio entrò nella famosa collezione “Il Libro Nero”. (5) La collezione fu censurata come pubblicazione nell’Unione Sovietica nel 1947. (6) (7) Il libro fu pubblicato per la prima volta in Russia nel 2015. (8)(9)
Pecherskij, durante gli anni dell’Unione Sovietica non fu tra i più famosi eroi di guerra. Fu premiato solo con due medaglie: “Per la vittoria sulla Germania” e “Per merito militare”, ma non ebbe altri riconoscimenti che invece avrebbe certamente meritato. C’erano diverse ragioni per un atteggiamento freddo nei confronti della rivolta di Sobibor. Nell’Unione Sovietica, non era consuetudine concentrarsi sulle imprese mono-etniche della guerra, e la rivolta di Sobibor era opera principalmente di ebrei. Inoltre, i rapporti deteriorati tra l’Unione Sovietica ed Israele produssero per effetto scarsa attenzione su questa eroica ed emozionante impresa: in Israele, la storia della rivolta di Sobibor fu a livello statale, il che costrinse la leadership sovietica a prestargli meno attenzione. C’era un altro aspetto importante da considerare: le vicende dei prigionieri fuggiti uccisi per mano dei polacchi minacciavano di rovinare i rapporti tra l’Unione Sovietica e la Polonia socialista, così a livello politico si decise di non celebrare la rivolta di Sobibor. Riprendiamo il racconto della vita di Pecherskij. Dopo essere stato ascoltato a Mosca dalla “Commissione di indagini sulle atrocità degli invasori fascisti tedeschi e dei loro sostenitori”, Pecherskij fu inviato di nuovo nelle file del 15.mo Battaglione d’assalto e combatté sul 1.mo Fronte del Baltico. Il 20 agosto 1944, fu ferito alla coscia da una scheggia di mina e dopo quattro mesi di cure negli ospedali fu congedato in quanto divenuto disabile e non più adatto al servizio militare. Nell’ospedale vicino Mosca dove era ricoverato, Pecherskij incontrò colei che sarebbe divenuta sua seconda moglie, Olga Ivanovna Kotova, dalla quale ebbe una figlia di nome Eleonora. Aleksandr Aronovich Pecherskij visse tutta la vita post-bellica a Rostov sul Don, dove lavorò come direttore del teatro della commedia musicale. Nel 1948, durante una campagna politica di persecuzione definita “Lotta contro il cosmopolitismo” Pecherskij perse il lavoro. Dopo di ciò, non poté ottenere un lavoro per cinque anni e visse grazie al lavoro della moglie. Dopo la morte di Stalin, nel 1954 Pecherskij ottenne un nuovo posto di lavoro nello stabilimento di Rostmetiz come direttore di un forno per il pane. Dal 1960 fu assunto nel corpo di polizia. Nel 1963, Aleksandr Pecherskij fu testimone dell’accusa al processo contro undici guardie ucraine nel campo di Sobibor. (10) Nel 1987, tre anni prima della morte, ad Hollywood fu girato il film “Fuga da Sobibor”, in cui l’attore Rutger Hauer interpretò il ruolo di Pecherskij. Lo stesso Pecherskij fu invitato alla prima del film, ma essendo malato e non sapendo quanto tempo ancora sarebbe vissuto, decise di non recarsi negli Stati Uniti per paura di non morire in Russia. Pecherskij morì a Rostov sul Don il 19 gennaio 1990 ed è sepolto nel cimitero nord della città.
Nella città di Rostov sul Don è stato creato un monumento in ricordo di Aleksandr Pecherskij e anche il Presidente Putin ha voluto incontrarne la figlia, Eleonora, omaggiandola con fiori e assumere con lei iniziative per onorare la memoria dell’eroe, autore di un’impresa straordinaria.

Tra le iniziative per onorare la memoria di Pecherskij, il 3 maggio 2018 in Russia, è uscito il film dal titolo “Sobibor”, diretto dal regista Konstantin Jurevich Chabenskij che interpreta anche il ruolo di Aleksandr Aronovich Pecherskij. Consiglio vivamente a tutti di vedere questo film, anche se non conoscete il russo. Ne vale assolutamente la pena. Per chi volesse vederlo, ecco a voi il film.

Fonti
1) Tenente Pecherskij a Sobibor
2) Fuga da Sobibor
3) Rivolta a Sobibor
4) Sobibor, S. S. Vilenskij, G. B. Gorbovitskij, L. A. Terushkin, Vozrashenie, 2008, p. 264
5) Libro nero, Ed. V. Grossman e I. Ehrenburg. MIP “Oberig” Kiev, 199
6) Un’impresa da dimenticare
7) Fuga da Sobibor
8) Libro nero
9) Erenburg Ilija G., Aliger (Zejliger) Margarita Iosifovna, Grossman Vasilij Semjonovich. Libro nero. Corpus, 2015. p. 768
10) Aleksandr Pecherskij



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