Intervista a Maduro

Ringrazio Chávez, perché con Fidel e Raúl ha costruito un nuovo, dignitoso inizio per tutto il nostro continente
Granma International riproduce estratti dall’intervista di Ignacio Ramonet al Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro
Ignacio Ramonet, Granma 18 gennaio 2019

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Nicolás Maduro, lo scorso 10 gennaio, iniziava un nuovo mandato. Data la volontà espressa del popolo di continuare a guidare il Paese nella difesa dell’eredità di Hugo Chávez, Maduro veniva intervistato dal giornalista Ignacio Ramonet. Granma International riproduce estratti da questa conversazione.

Come spiega che gli elettori l’hanno sostenuta in modo così massiccio, data la difficile situazione che i cittadini affrontano, creati dalla guerra economica e dalle sanzioni finanziarie imposte da Washington?
Il popolo ha concesso alla Rivoluzione Bolivariana – Chavismo, una vera forza sociale e politica che esiste nelle strade, nei quartieri, nei campi e nelle città, il maggiore sostegno che un candidato abbia mai ottenuto in un’elezione presidenziale. Avevamo notato, dopo la vittoria nelle elezioni dell’Assemblea costituente di luglio 2017, la ripresa sostenuta delle nostre forze, il rafforzamento dell’unità rivoluzionaria e abbiamo ricevuto il sostegno di tutte le componenti del Gran Polo Patriótico e da innumerevoli movimenti sociali, e la crescita organizzativa del nostro Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Ciò è spiegato anche da maturità e saggezza dimostrate dal nostro popolo tra l’aggressione più brutale che subiamo dalla guerra d’indipendenza, e perché la Rivoluzione ha affrontato i bisogni della società venezuelana, tra difficoltà e persecuzioni economiche. Non è stata chiusa una sola scuola, né un’università: il numero di studenti nell’istruzione pubblica è aumentato. Continuiamo a fornire assistenza sanitaria gratuita a tutto il nostro popolo; proteggiamo con forza e tenacia i salari e l’occupazione; ogni tre settimane forniamo alimenti di base, le ormai famose “scatole CLAP”, in circa sei milioni di case in Venezuela.

Diversi governi non hanno riconosciuto i risultati delle elezioni presidenziali e hanno minacciato di rifiutarsi di riconoscerla presidente. Come risponde a questo?
Questo Venezuela è un paese che ha forgiato la sua identità, la sua natura repubblicana, la sua indipendenza, nel corso della storia; il Venezuela è governato da una Costituzione che è la più democratica nella nostra storia, approvata dal nostro popolo in un referendum di 19 anni fa. Nel 2018, abbiamo avuto due corse elettorali assolutamente trasparenti, organizzate dalle istituzioni elettorali del Paese. Il potere elettorale in Venezuela è una potenza pubblica, la quinta potenza pubblica, e utilizza logistica e sistemi elettronici avanzati riconosciuti da personalità internazionali di indiscutibile prestigio, come Jimmy Carter, che hanno dichiarato che il processo elettorale in Venezuela è il più trasparente e candido che si può vedere al mondo. Le elezioni presidenziali del 20 maggio 2018 si sono svolte con la supervisione di osservatori nazionali e internazionali. E il nostro popolo ha deciso. Le decisioni sul Venezuela non sono prese da governi stranieri. Il popolo ha preso questa decisione: per la prima volta abbiamo avuto il 68% dei voti e ci atteniamo alla decisione del popolo. La nostra democrazia è una vera forza; ci sono state 25 elezioni negli ultimi 20 anni. Vale a dire, in 20 anni di rivoluzione, ci sono state quasi tre volte che negli Stati Uniti in questo periodo.

Sebbene abbia continuato a chiedere il dialogo democratico, le più importanti forze di opposizione, raggruppate nella Tavola dei democratici (MUD), hanno scelto di non partecipare alle elezioni. Che ne pensa?
Ho fatto appello all’opposizione venezuelana per il dialogo politico in oltre 300 occasioni, senza contare il dialogo in corso coi settori privati e la società in generale. Non ho cercato di convincere nessuno ad assumere i nostri modelli. Il nostro lavoro è sempre stato diretto a rafforzare la convivenza pacifica e politica tra le forze in Venezuela. Ma tutti i nostri sforzi al dialogo sono stati boicottati dall’ambasciata degli Stati Uniti in Venezuela. Un giorno, le visite fatte dagli incaricati d’affari dell’ambasciata, porta a porta, a tutti i candidati dell’opposizione, per costringerli a non partecipare alle elezioni presidenziali del 20 maggio, saranno conosciute.

Nell’ambito della rivoluzione bolivariana, qual è lo spazio politico a disposizione dell’opposizione? La Rivoluzione ne accetterebbe la vittoria, se l’opposizione dovesse vincere un’elezione presidenziale?
L’opposizione gode di tutte le garanzie stabilite nella Costituzione per condurre liberamente la politica. Delle 25 elezioni tenutesi in Venezuela in 20 anni, ne abbiamo vinte 23, ma ne abbiamo perse due: la riforma costituzionale del 2007 e le elezioni legislative del 2015. Quando abbiamo perso, abbiamo immediatamente riconosciuto la nostra sconfitta. Chávez nel 2007 e io nel 2015, abbiamo riconosciuto i risultati e chiesto al popolo di rispettarli in pace. Presentai un mio messaggio alla nazione nel gennaio 2016, davanti all’Assemblea nazionale con l’opposizione in maggioranza, e quale fu la risposta della pretenziosa destra? Di essere rimosso dall’incarico entro sei mesi, in violazione della Costituzione e del mandato conferitomi dal popolo.

In diverse occasioni ha descritto alcune forze d’opposizione come golpisti, e il 4 agosto fu vittima di un tentato omicidio con droni carichi di esplosivi. Cosa puoi dirci di tale attacco?
Abbiamo sperimentato qualcosa che non avrei mai pensato potesse accadere, un tentativo terroristico di assassinarmi coll’uso di tecnologia avanzata. E più che assassinarmi, si trattava di porre fine alla Presidenza della Repubblica e ai poteri dello Stato. Hanno usato i droni e l’attacco fu ordinato da Bogotà, dal presidente Juan Manuel Santos, il cui mandato terminò per coincidenza tre giorni dopo. L’ex-deputato Julio Borges, capo dell’opposizione venezuelana, vi partecipò direttamente. La Casa Bianca ne era pienamente consapevole. Dietro tale attacco, c’era un sì, l’OK, dalla Casa Bianca. Sappiamo che John Bolton, attuale consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Donald Trump, guida i piani per assassinarmi.

Diversi capi dell’opposizione hanno lanciato una campagna internazionale per screditare la sua amministrazione, accusandola di detenere prigionieri politici. Come valuta tali critiche?
Ci sono persone accusate di aver commesso crimini, di essere coinvolte in colpi di Stato o tentati colpi di Stato, inclusi tentativi di assassinio come quello del 4 agosto scorso, ad esempio, che devono risponderne ai tribunali, siano essi personaggi politici o meno. Una figura politica imprigionata non va confusa con un prigioniero politico. Immaginate se un attivista politico abbia tentato di assassinare il Presidente della Francia, o di fare un colpo di Stato contro il Presidente della Spagna. Quale sarebbe la risposta legale dei tribunali di tali Stati? Bene, in Venezuela c’è uno stato di diritto che va rispettato da tutti.

Ci sono attualmente due assemblee legislative in Venezuela: l’Assemblea nazionale emersa dalle elezioni del 2016, dominata dall’opposizione e dichiarata decaduta dalla Corte Suprema, e l’Assemblea nazionale costituente emersa dalle elezioni tenutesi il 30 luglio 2017, dominata da forze che sostengono il suo governo e non riconosciute da diversi organismi internazionali. Come pensa che questa situazione sarà risolta?
Si tratta di due corpi della rappresentanza popolare chiaramente stabiliti dalla Costituzione, con funzioni specifiche, delineate anche nel testo costituzionale. Da un lato, il potere legislativo, che ha palesemente violato una sentenza del massimo tribunale della Repubblica, e obbligando questo organismo ad agire per proteggere la Costituzione, una sentenza che sarà nulla nel momento stesso in cui l’Assemblea nazionale si auto-scioglierà atienendosi alla decisione della Camera costituzionale. D’altra parte, in conformità coll’iniziativa che la Costituzione mi concede nell’articolo 348, ho convocato le elezioni per un’Assemblea nazionale costituente (ANC); un voto della popolazione in un contesto in cui la destra aveva inghiottito parti del Paese in gravi violenze, con oltre 130 morti. L’elezione dell’ANC era giudiziosa e rassicurante. Ha portato la pace nel Paese. Ora l’ANC si trova ad assumere il ruolo deciso costituzionalmente di trasformare lo Stato, creando un nuovo ordine legale e redigendo una nuova Costituzione.

La battaglia economica, e in particolare la lotta all’inflazione, sono stati presentati come i principali compiti nazionali del 2019. Come valuterebbe i risultati finora del piano di ripresa economica, crescita e prosperità lanciato lo scorso 20 agosto?
Credo che il principale risultato del programma di ripresa economica, crescita e prosperità sia che abbiamo in mano un piano di crescita e ripresa. Abbiamo un modo per garantire la protezione dei posti di lavoro, del reddito dei lavoratori; della crescita organizzata nei settori fondamentali dell’economia. Siamo in una posizione migliore per affrontare la feroce battaglia contro le sanzioni internazionali che sono costate al Venezuela circa 20 miliardi di dollari nel solo 2018. È una persecuzione selvaggia. Intendo aumentare la produzione petrolifera, aumentare la capacità petrolchimica del Venezuela, la produzione di oro, diamanti, coltan, ferro, acciaio, alluminio, ecc., la ricchezza del Paese e le sua materie prime hanno un mercato internazionale aperto, nonostante l’estesa persecuzione internazionale decretata dagli Stati Uniti. Devo dire, con ammirazione, che il popolo affronta tutte queste aggressioni con una coscienza politica stupefacente, determinata a resistere a tali attacchi vigliacchi, coil sostegno decisivo delle nostre forze di sicurezza.

Come rispondete alle campagne mediatiche internazionali contro il vostro governo, parlando di carenza cronica di cibo, scarsità di medicine essenziali e crisi umanitaria?
La vera natura della brutale e spregevole campagna mediatica psicologica condotta dalle potenze imperialiste contro il Venezuela è stata dimostrata da seri investigatori dell’informazione. Di tutte le notizie pubblicate sul Venezuela nei media statunitensi ed europei, il 98% è negativo. Stanno zitti sul cibo garantito al popolo, come se enti come la FAO non l’avessero riconosciuto. Non menzionano la distribuzione di circa 14 milioni di giocattoli a ragazzi e ragazze di famiglie povere. Non dicono nulla della fornitura di 2,5 milioni di case. Omettono il fatto che quasi tutta la popolazione del Venezuela ha accesso a un’assistenza medica di qualità e gratuita. Non neghiamo i problemi nel nostro Paese. Al contrario, li affrontiamo, li discutiamo col nostro popolo e siamo decisi a risolverli. Se gli Stati Uniti vogliono aiutarci, possono iniziare a non essere ipocriti.

Nel 2018, alcuni media internazionali hanno diffuso immagini di venezuelani “in fuga” dal Paese a seguito di un previsto collasso economico e di una crisi umanitaria. Si parlava di milioni di emigranti. E molti Paesi vicini che li hanno accolti, incoraggiati da Stati Uniti, Unione Europea e Canada, chiedendo aiuti internazionali per coprire il presunto costo di assistenza a questi migranti. Che considerazione merita tale fenomeno?
Fu costruito sulla base di notizie false e disinformazioni fabbricate con la complicità attiva di diversi conglomerati mediatici. Sulla base di una realtà minima, che nessuno nega, alcuni abili sceneggiatori elaborarono un racconto anti-chavista. Questa è una gigantesca operazione “falsa positiva”, coordinata dai campioni mondiali della “menzogna”, cioè il governo colombiano, accompagnato nella farsa da certi satelliti dell’imperialismo USA. Tali illusionisti ingannarono un gruppo di venezuelani il cui numero, approfitto di questa opportunità per denunciare, non ha mai raggiunto il livello falsamente ripetuto dai grandi media. Non neghiamo che un gruppo di venezuelani abbia lasciato il Paese per comprare l’ingannevole offerta di “condizioni di vita e di lavoro migliori”. Andarono in Perù, Colombia, Ecuador, Cile e si trovarono faccia a faccia con la brutale realtà del selvaggio capitalismo. Molti furono derubati, maltrattati, brutalizzati e sottoposti a lavori forzati. Inoltre, il governo della Colombia e il suo presidente Iván Duque, con una dimostrazione di coraggio senza precedenti, cercano di trarre denaro dall’operazione. Incredibile!…Sa che abbiamo preso circa sei milioni di fratelli e sorelle dalla Colombia? Il 12% della popolazione della Colombia, ma vivono in Venezuela! Gli abbiamo offerto sicurezza, lavoro, cibo, istruzione, assistenza medica gratuita, pace e diritto a una vita dignitosa. E qualcosa di inaudito si è verificato. Non ricordo se sia successo altrove: verso la metà del 2018, grandi folle di compatrioti cominciaron ad apparire alle porte delle nostre ambasciate e consolati in Perù, Ecuador, Brasile, Colombia, ecc. Compatrioti che chiedevano di tornare in Venezuela e abbiamo creato il piano “Ritorno in Patria”. Più di 20000 venezuelani sono già tornati.

Diversi governi latinoamericani, di sinistra e destra, sono stati recentemente accusati di coinvolgimento in importanti casi di corruzione legati in particolare al caso Odebrecht. Qual è, secondo lei, il livello di corruzione in Venezuela?
Nella storia venezuelana, non c’è mai stato un processo o un governo che abbia combattuto più vigorosamente la corruzione della Rivoluzione Bolivariana. Sono consapevole che uno dei fronti di attacco dei nostri avversari contro di noi consiste nell’accusarci di essere negligenti sulla corruzione. Questo è assolutamente falso. Denuncio la corruzione praticamente in tutti i miei discorsi. Sono il primo a riconoscere che c’è molta corruzione; molti ladri negli uffici pubblici rubano, truffano, approfittano della gente. L’ho denunciato con maggiore severità lo scorso 20 dicembre, durante il Congresso Bolivariano dei Popoli, dove proposi la creazione di un piano per combattere la corruzione e il burocratismo. Qualcosa che non è mai stato fatto in Venezuela. Nel 2019, una delle nostre linee fondamentali di lavoro sarà precisamente la lotta incessante a passività, negligenza, procrastinazione e soprattutto corruzione. Ho chiesto al popolo tutto il sostegno in questa crociata. E’ una causa eminentemente popolare, ampiamente sostenuta dal popolo, che sa che la corruzione è il suo nemico, un nemico della rivoluzione.

Negli ultimi sei anni, in diversi paesi dell’America Latina, la destra neoliberale è riemersa. Questo boom è una tendenza duratura o è semplicemente una crisi passeggera?
L’America Latina è un territorio conteso e sulla base della dottrina Monroe, resuscitata dall’attuale amministrazione statunitense, c’è stata una brutale offensiva contro i movimenti popolari negli ultimi anni, contro le leadership alternative che, a partire dagli anni ’90, affrontavano e smantellavano il neoliberismo in America Latina. Si ricordu, ad esempio, il Presidente brasiliano Lula da Silva, l’ex-Presidentessa Cristina Fernández dell’Argentina, tra gli altri leader. C’è stata la persecuzione di questi leader che ha permesso l’emergere di governi e capi di estrema destra. C’è stato, è vero, un ciclo regressivo nelle conquiste sociali, i progressi che erano stati raggiunti da leadership progressiste di grande diversità. Lo vediamo non solo nell’impatto di queste politiche sui popoli, ma anche nei processi di privatizzazione.

Dopo l’arrivo di Andrés Manuel López Obrador alla Presidenza in Messico, ha osservato che esiste la possibilità che le forze popolari tornino al potere in America Latina.
Dal punto di vista che esprimo, devo aggiungere che ogni processo di regressione stimola e spinge le forze interne a reagire. Così, troviamo che accanto a tale estesa regressione attuale, con diversi Paesi governati oggi da forze neoliberiste, la capacità di azione dei movimenti sociali popolari diventa più forte. Le forze popolari, nel nostro continente, sono di nuovo sul campo di battaglia.

Ha visitato due dei partner più importanti del Venezuela: Pechino e Mosca, quali conclusioni trae da questi viaggi nelle due superpotenze mondiali, fermi alleati della Rivoluzione Bolivariana?
Fin dall’inizio della nostra Rivoluzione, il Comandante Hugo Chávez fece uno sforzo speciale per consolidare i rapporti di rispetto e amicizia con tutti i popoli del mondo stabilendo quelli che chiamò anelli di alleanze strategiche per un pianeta diverso da quello imposto dalle potenze imperialiste. Con la sua prodigiosa creatività politica e in intima complicità con Fidel Castro, ha sostenuto la fondazione di ALBA, UNASUR, Petrocaribe, Telis, CELAC, per intraprendere l’ampio sforzo dell’integrazione. I rapporti con Cina e Russia sono stati eseguiti direttamente da Chavez e dai leader di queste potenze fino ad oggi. Con Pechino e Mosca, abbiamo più di una relazione di partenariato, una relazione di vera fratellanza. In questo momento, il Venezuela è alla guida del NAM (Movimento dei non allineati) e il 1° gennaio 2019 presiederà l’OPEC a Vienna. Oggi, il Venezuela non è solo.
Il 1° gennaio 2019 è stato celebrato il 60° anniversario del trionfo della Rivoluzione cubana. Che importanza pensa abbia avuto questa rivoluzione in America Latina?
Ha segnato la seconda metà del 20° secolo. È un riferimento fondamentale per tutti i popoli che lottano per la libertà, la dignità, la sovranità, la giustizia e il socialismo. Diverse generazioni di rivoluzionari videro nelle azioni di Fidel, Raúl, Camilo e Che un faro che illuminava la speranza nella lunga notte neocoloniale in cui il nostro continente era immerso da più di un secolo. Quel piccolo Paese che resistette al più brutale impero conosciuto nella storia dell’umanità, resistette e resiste alle aggressioni del suo vicino settentrionale e dei suoi lacchè. Cuba ha difeso e incoraggiato l’unità latinoamericana, il grande sogno di Simón Bolívar e José Martí. È stato un esempio di solidarietà internazionale. Quante vite hanno salvato i medici cubani nel mondo? Ringrazio la vita per le tante ore notturne che ho passato a parlare con Fidel, ascoltando le sue parole di saggezza, di riflessione, le idee che gli hanno permesso di agire. Ringrazio Hugo Chávez, perché, insieme a Fidel e Raúl, ha costruito un nuovo, dignitoso inizio per tutto il nostro continente.

Il 4 dicembre è stato celebrato il ventesimo anniversario della prima vittoria elettorale del Comandante Chávez. Se oggi avesse l’opportunità di parlargli della sua esperienza in quasi sei anni di governo, cosa direbbe?
Ci sono state così tante volte, nelle lotte, dopo una dura giornata, che mi sono posto questa domanda: che cosa avrebbe fatto Chavez? Come avrebbe agito? Fortunatamente, stabilì con noi, con la sua squadra più vicina, uno sforzo pedagogico continuo, un processo di formazione sulle immense difficoltà esistenti nella costruzione del processo rivoluzionario: i suoi rischi, ostacoli, sfide, imprevisti, attacchi, minacce, tradimenti. Questo ci ha forgiato. Quindi l’immensa solitudine in cui ci ha lasciati è in qualche modo compensata dal consiglio che ci diede. Per questo l’invoco tutti i giorni, e con un versetto del poeta Miguel Hernández, dico: “Dobbiamo parlare di molte cose, anima gemella, compagno”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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