La collaborazione di Amnesty International con la CIA

Alexander Rubinstein, Mint Press 17 gennaio 2019

Amnesty International, l’eminente organizzazione non governativa per i diritti umani, è ampiamente nota per la difesa di tale ambito. Produce rapporti critici sull’occupazione israeliana in Palestina e sulla guerra saudita in Yemen. Ma pubblica anche un flusso costante di accuse contro paesi che non collaborano con Washington; Iran, Cina, Venezuela, Nicaragua, Corea democratica ed altri. Questi rapporti amplificano i rulli di tamburo per l’intervento “umanitario” in quelle nazioni. L’immagine stellare di Amnesty a difensore globale dei diritti umani è in contrasto coi suoi primi giorni in cui si credeva che il Foreign Office inglese censurasse le notizie critiche sull’impero inglese. Peter Benenson, co-fondatore di Amnesty, aveva stretti legami col ministero degli Esteri e l’Ufficio coloniale inglesi, mentre un altro co-fondatore, Luis Kutner, informava l’FBI del deposito di armi a casa del capo delle Pantera Nera Fred Hampton, settimane prima che venisse ucciso dalla CIA in un raid. Tali connessioni problematiche contraddicono l’immagine di Amnesty come benevolo difensore dei diritti umani e rivelano figure chiave dell’organizzazione dei primi anni preoccuparsi meno della dignità umana e più dell’immagine di Stati Uniti e Regno Unito nel mondo.

Un inizio conflittuale
Benenson di Amnesty, anti-comunista dichiarato, proveniva dall’intelligence militare. Promise che Amnesty sarebbe stata indipendente dall’influenza del governo rappresentando allo stesso modo prigionieri nell’est, nell’ovest e nel sud del mondo. Ma negli anni ’60 il Regno Unito si ritirava dalle sue colonie e Foreign Office e Colonial Office erano affamati di informazioni dagli attivisti dei diritti umani sulle situazioni sul terreno. Nel 1963, il Foreign Office istruì i suoi agenti all’estero per fornire “supporto discreto” alle campagne di Amnesty. Quell’anno, Benenson scrisse al ministro delle Colonie Lord Lansdowne una proposta per sostenere un “consigliere per i rifugiati” al confine dell’attuale Botswana e del Sud Africa dell’apartheid. Quel consiglio doveva assistere solo i rifugiati ed evitare esplicitamente di aiutare gli attivisti anti-apartheid. “L’influenza comunista non deve diffondersi in questa parte dell’Africa, e nell’attuale situazione delicata, Amnesty International vorrebbe sostenere il governo di Sua Maestà in qualsiasi politica del genere”, scrisse Benenson. L’anno successivo, Amnesty smise di sostenere l’icona anti-apartheid e il primo presidente del Sudafrica libero, Nelson Mandela. L’anno seguente, nel 1964, Benenson arruolò il Foreign Office per ottenere un visto per Haiti. Il Foreign Office gli diede il visto e scrisse al suo rappresentante ad Haiti, Alan Elgar, dicendo che “supporti gli obiettivi di Amnesty International”. Qui Benenson si spacciò da pittore, come il ministro di Stato Walter Padley gli aveva detto prima della partenza, “Dovremo stare un po’ attenti a non dare agli haitiani l’impressione che la tua visita sia in realtà sponsorizzata dal governo di Sua Maestà”. Il New York Times denunciò l’inganno, portando alcuni funzionari a rivendicarne l’ignoranza; Elgar, ad esempio, disse di essere “scioccato dalle buffonate di Benenson”. Benenson si scusò col ministro Padley, dicendo “Non so davvero perché il New York Times, che è generalmente un giornale responsabile, faccia questo genere di cose su Haiti”.
Nel 1966, un rapporto di Amnesty sulla colonia inglese di Aden, città portuale dello Yemen, descrisse dettagliatamente le torture inflitte dal governo inglese ai detenuti nel centro di interrogatorio di Ras Murbut. I prigionieri venivamo denudati durante gli interrogatori, costretti a sedersi sui pali che entravano nell’ano, strizzati gli genitali, sigarette bruciate sul viso, e tenuti in celle dove feci e urina coprivano il pavimento. Il rapporto non fu mai diffuso, tuttavia. Benenson disse che il segretario generale di Amnesty Robert Swann lo censurò per compiacere il ministero degli Esteri, ma il co-fondatore di Amnesty, Eric Baker, disse che Benenson e Swann incontraono con il Foreign Office accettando di nascondere il rapporto in cambio di riforme. All’epoca il Lord Cancelliere Gerald Gardiner scrisse al Primo Ministro Harold Wilson che “Amnesty trattenne il rapporto finché potevano, solo perché Peter Benenson non voleva fare nulla per ferire un governo laburista”. Poi qualcosa cambiò. Benenson andò da Aden e rimase sconvolto da ciò che trovò, scrivendo “Non ho mai trovato un quadro più brutto di quella che ho visto ad Aden”, nonostante i “molti anni trascorsi dall’indagine personale sulla repressione”.

Peter Benenson e George Ivan Smith

Una rete aggrovigliata
Mentre tutto ciò accadeva, si sviluppò un analogo scandalo sul finanziamento che avrebbe colpito al cuore Amnesty. Polly Toynbee, una volontaria di Amnesty, fu in Nigeria e Rhodesia del Sud, colonia inglese dello Zimbabwe, al tempo governata dalla minoranza di coloni bianchi. Lì, Toynbee consegnò dei fondi a famiglie di detenuti avendo una scorta apparentemente infinita di denaro. Toynbee disse che Benenson l’incontrò lì e ammise che il denaro proveniva dal governo inglese. Toynbee e altri furono costretti a lasciare la Rhodesia nel marzo 1966. Uscendo, afferrò i documenti di una cassaforte abbandonata incluse le lettere di Benenson agli alti funzionari di Amnesty che lavoravano nel Paese che dettagliavano la sua richiesta di al Primo Ministro Wilson di denaro, che fu ricevuto mesi prima. Nel 1967 fu rivelato che la CIA aveva stabilito e segretamente finanziava un’altra organizzazione per i diritti umani, fondata all’inizio degli anni ’60, la International Commission of Jurists (ICJ), attraverso la filiale American Fund for Free Jurists Inc. Benenson aveva fondato, insieme ad Amnesty, la filiale inglese dell’ICJ, chiamata Justice. Il segretario generale di Amnesty, Sean MacBride, era anche segretario generale dell’ICJ. Quindi, le “lettere di Harry” colpirono la stampa. Ufficialmente, Amnesty negò di sapere dei pagamenti dal governo di Wilson. Ma Benenson ammise che il loro lavoro in Rhodesia era finanziato dal governo, e restituì i fondi di tasca propria. Scrisse al Lord Cancelliere Gardiner che lo fece per non “mettere a repentaglio la reputazione politica” delle persone coinvolte. Benenson poi restituì i fondi non spesi dalle sue altre due organizzazioni per i diritti umani, Justice (filiale inglese dell’ICJ creata dalla CIA) e il Servizio di consulenza sui diritti umani. Il comportamento di Benenson sulla scia delle rivelazioni delle “lettere di Harry” fece infuriare i suoi camerati di Amnesty. Alcuni di loro affermarono di aver sofferto di disturbi mentali. Un membro dello staff scrisse: “Peter Benenson seppellì le accuse, che potevano solo screditare l’organizzazione da lui fondata e alla quale si era dedicato. Tutto ciò cominciò dopo essere tornato da Aden, e sembra probabile che lo shock nervoso che provò per la brutalità mostrata da alcuni elementi dell’esercito inglese, ne abbia squilibrato il giudizio”. Poi quell’anno, Benenson si dimise da presidente di Amnesty per protesta perchè l’ufficio di Londra era sorvegliato e infiltrato dall’intelligence inglese, almeno secondo lui. Più tardi quel mese, Sean MacBride, funzionario di Amnesty e l’agente della ICJ, presentò un rapporto a una conferenza di Amnesty che denunciava le “azioni irregolari” di Benenson. Benenson boicottò la conferenza, optando per presentare una risoluzione che chiedeva le dimissioni di MacBride per i finanziamenti dalla CIA per l’ICJ. Amnesty e il governo inglese quindi sospesero i rapporti. Il gruppo per i diritti poi promise di “non solo essere indipendente e imparziale, ma di non dover essere messo in una posizione in cui qualsiasi altra cosa possa essere attribuita” a una sua collusione coi governi nel 1967.

Il ruolo di Amnesty nella morte della Pantera nera Fred Hampton
Ma due anni dopo, alti funzionari di Amnesty s’impegnarono in un coordinamento molto più preoccupante con le agenzie d’intelligence occidentali. I documenti dell’FBI, pubblicati dall’Ufficio della presidenza nella primavera 2018 nell’ambito di una serie di divulgazioni di documenti sull’assassinio del presidente John Kennedy, dettagliano il ruolo di Amnesty International nell’uccisione del vicepresidente del Partito delle Pantera Nere (BPP), Fred Hampton, l’icona 21enne della liberazione nera, un omicidio che fu ufficialmente riconosciuto come giustificabile. Il co-fondatore di Amnesty International, Luis Kutner, partecipò a un discorso del 23 novembre 1969 di Hampton all’Università dell’Illinois. Durante il discorso, Hampton descrisse il BPP “come partito rivoluzionario” e “indicò che il partito ha armi da fuoco per l’autodifesa, e queste armi sono nella residenza di Hampton e nel quartier generale del BPP”, secondo il documento dell’FBI. “Kutner era giunto al punto di voler intraprendere un’azione legale per mettere a tacere il BPP”, scrisse l’FBI. “Kutner concluse affermando di credere che relatori come Hampton fossero psicotici, ed è solo quando si trovano di fronte ad un’azione legale che smettono i loro “deliri”. Il rapporto interno dell’FBI sulla testimonianza di Kutner fu emessa il 1° dicembre 1969. Due giorni dopo, l’FBI, insieme al dipartimento di Polizia di Chicago, condusse un raid nella residenza di Hampton. Quando Hampton tornò a casa, l’informatore dell’FBI William O’Neal infilò nel suo drink un sonnifero barbiturico prima di andarsene. Alle 4:00 del 4 dicembre, polizia ed FBI fecero irruzione nell’appartamento, sparando a freddo a una guardia del BPP. A causa delle convulsioni riflessive dovute alla morte, la guardia azionò il grilletto del fucile aveva, l’unica volta in cui un membro delle Pantera Nera sparò durante il raid. Le autorità risposero sparando ad Hampton, che era a letto a dormire con la fidanzata incinta di nove mesi. Si ritiene che Hampton era sopravvissuto fin quando due colpi gli furono sparati a bruciapelo alla testa. (Kutner era anche coinvolto nel Movimento per l’Indipendenza di Taiwan, che tentò di uccidere il figlio di Chiang Kai-shek nel 1970). Kutner continuò a formare il gruppo “Amici dell’FBI”, organizzazione “formata per combattere le critiche al Federal Bureau of Investigations”, secondo il New York Times, dopo che la sua campagna segreta per spezzare i movimenti di sinistra, COINTELPRO, fu svelata. Lavorò anche in numerosi teatri che videro il forte coinvolgimento della CIA, compreso il lavoro svolto da Kutner per minare il Primo ministro congolese e convinto antiimperialista Patrice Lumumba, e rappresentò il Dalai Lama, che ricevette 1,7 milioni di dollari l’anno dalla CIA negli anni ’60.
Mentre le oscure operazioni di Amnesty International negli anni ’60 potrebbero sembrare storia vecchia, sono un importante promemoria del ruolo che le organizzazioni non governative svolgono nel promuovere gli obiettivi dei governi delle nazioni in cui risiedono.

Funerali di Fred Hampton, assassinato con l’ausilio di Amnesty International.

Alexander Rubinstein è autore di MintPress News, Washington, DC. Si occupa di polizia, carceri e proteste negli Stati Uniti e della politica mondiale degli Stati Uniti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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