Per un mondo multipolare

Boris Laurent, Iveris 10 gennaio 2019

Nel febbraio 2007, a Monaco, Vladimir Putin fece un discorso sulle prospettive di sicurezza e sviluppo della politica internazionale in cui apertamente criticò l’unilateralismo nordamericano. Molti videro l’evento di Monaco con accenni da Guerra Fredda. Torniamo al famoso discorso che ci dice molto sulla Russia e rimane, più che mai, d’attualità.

Per secoli hai guardato ad est,
Accumulare e rifondare le nostre perle.
E, prendendoci in giro, stavi solo aspettando l’ora
Per puntarci le bocche dei tuoi fucili“.
Aleksandr Block, Gli Sciti, 1918.

“La Russia è un rebus avvolto nel mistero all’interno di un enigma. Churchill, con il suo senso della formula, diede uno sguardo perplesso su questo Paese che alcuni trovano ancora strano, persino inquietante. È vero che, per 72 anni la Russia si è chiusa in un immenso fortilizio da cui non emerse nulla, o quasi. L’URSS era allora l’altra “superpotenza “, l’altro blocco ideologico che affrontava il mondo libero guidato dagli Stati Uniti. Ma, dal 1989, l’impero sovietico crollò; gli Stati Uniti inaspettatamente trionfarono sul nemico mortale. La caduta del Muro fu accompagnata da generale giubilo e, come Fukuyama, molti videro la “fine della storia “, altri pensarono addirittura di vedere la fine della guerra. Certo, non fu così. Le opposizioni ideologiche rimangono, si rafforzano, continuano a confrontarsi; non c’è alcun consenso ne pacificare il pianeta; la democrazia liberale non ha trionfato universalmente e sono emersi nuovi modelli alternativi. Il “nuovo secolo americano” annunciato tra gli altri da Fukuyama fu solo una fugace illusione. Dopo due decenni di peregrinazioni e caos, durante i quali la CIA acquistò segreti militari russi per quattro soldi ed interveniva nelle elezioni, la Russia tornava sulla scena internazionale (1). Vladimir Putin, salito al potere nel 2000, ha rimesso il Paese in carreggiata. Ma questo ritorno fa rivivere brutti ricordi ed anche oggi, si teme il peggio. È vero che la Russia sembra intransigente nei confronti degli occidentali che, da parte loro, fanno fuoco su tutto e periodicamente riversano valanghe di critiche, provocazioni, lezioni morali. In realtà, non va dimenticato che fu il partner occidentale che cercò, dopo la caduta del comunismo, d’imporre i propri valori sulla Russia senza contropartite, e in modo umiliante. Indubbiamente, ciò contribuì a far rivivere il vecchio risentimento. Puskin già disse nel diciannovesimo secolo: “L’Europa, sulla Russia, è sempre ignorante, sempre ingrata”. Per chi voglia comprendere la Russia di oggi, il discorso di Vladimir Putin a Monaco di Baviera del febbraio 2007, offre una griglia di lettura del tutto pertinente. Illumina anche il mondo come viene descritto in modo grossolano e che molti non vogliono vedere, così come, sulla base di questa osservazione, il nuovo modello di relazioni internazionali proposto dalla Russia. Paradossalmente, se l’URSS, e la Russia degli Zar prima erano sempre visto, giustamente, come Paese opaco, misterioso almeno, questo discorso ci offre numerose chiavi di lettura misurando il ruolo che spera di giocare in una scena internazionale caotica e sregolata.

Monaco 2007, un discorso rivoluzionario
Il discorso di Vladimir Putin non avrebbe potuto essere migliore perché inserito tra due “epoche” contrassegnate da una certa forma di brutalità: la caduta dell’URSS, il caos dell’era Eltsin e la crisi finanziaria del 2008. Nel 2007, il mondo segue la ripresa economica; i tassi di crescita esplodono; La Cina esporta massicciamente sui mercati europeo e americano; la potenza statunitense appare intangibile. In quel momento, la Russia cresceva del 7% e il PIL dell’8,5%. È quindi in piena euforia che Vladimir Putin pronuncia il discorso alla Conferenza sulla sicurezza. E questo discorso esplode per gravità, realismo, natura molto offensiva ed è perciò che sorprese il pubblico di circa 300 specialisti. Si apriva una vera rottura delle relazioni internazionali segnate finora da una certa forma di conformismo, passività, accettazione della situazione mondiale ancora dominata dagli Stati Uniti. Il presidente russo, più di ogni altro leader, sa veramente cosa successe tra il 1991 e il 2007 perché identifica i maggiori responsabili.

Il ritorno alle basi “westfaliane” della politica internazionale
Traendo insegnamenti dal crollo dell’Unione Sovietica e dai decenni di caos che ne seguirono, Putin evidenziò una serie di principi che crede consentano di organizzare le relazioni internazionali su una base migliore, specialmente quella capitale, l’uguaglianza tra le nazioni. Fondamentalmente, propone semplicemente un ritorno ai fondamenti del Sistema di “Westfalia” che dominò le relazioni internazionali dal 17° secolo. Questo sistema sancì la fine della Guerra dei Trent’anni, nel 1648. A quel tempo, lo Stato fu riconosciuto come forma di organizzazione politica delle società basato su tre principi:
– Sovranità esterna: nessuno Stato riconosce l’autorità su di esso, e ogni stato considera gli altri Stati suoi eguali.
– Sovranità interna: ogni Stato ha piena autorità sul proprio territorio e sulla popolazione che vi vive. Alcuno Stato ha il diritto di interferire negli affari interni di un altro Stato.
– L’equilibrio di potenza: alcuno Stato deve sopraffare gli altri Stati con la forza. Ogni Stato cerca di garantire che alcun altro Stato si trovi in posizione di egemonia.
In assenza di regole etiche universali in grado di incanalare le grandi differenze nei valori esistenti tra i diversi Paesi, le relazioni internazionali possono quindi essere regolate e gestite solo dal principio del diritto internazionale, a sua volta basato su due principi fondamentali: unanimità e sovranità nazionale.

Quando la legge statunitense sostituisce il diritto internazionale
Dal punto di vista del diritto internazionale, tuttavia, il problema sollevato da Vladimir Putin si riferiva alla situazione in cui si trovano ora gli Stati Uniti e alle numerose conseguenze che ciò comporta. Col crollo dell’URSS, gli Stati Uniti divennero davvero da “superpotenza” a “iperpotenza” indiscussa ed egemonico. Tale status unico, senza precedenti, è inevitabilmente alla base del problema dello squilibrio che tale situazione porta alla comunità internazionale. Attraverso i numerosi interventi esteri e i relativi successi, gli Stati Uniti sovvertirono il fragile equilibrio delle relazioni internazionali e persino aggravato situazioni già critiche o complicate. Ma il presidente russo evidenziò anche un fenomeno direttamente correlato allo status di iperpotenza: la legge come strumento di potere e componente integrante della strategia di potere che Washington aveva pazientemente sviluppato (2). In sostanza, dice, la legge nazionale statunitense sostituisce il diritto internazionale. “Assistiamo al crescente disprezzo per i principi fondamentali del diritto internazionale. Inoltre, alcuni standard e, anzi, quasi l’intero sistema legale di un solo Stato, soprattutto, ovviamente gli Stati Uniti, si è estese dai confini nazionali a tutte le aree, nell’economia, in ambito umanitario, e viene imposto ad altri Stati”. Questa affermazione sembrava difficile da credere, eppure qualsiasi individuo, azienda, banca, industria, società finanziaria, in realtà, qualsiasi persona legale o naturale che andrebbe contro una decisione del governo degli Stati Uniti d’America, sarebbe immediatamente soggetto a sanzioni immediate, indipendentemente dal Paese d’origine. Questo è il caso di diverse banche internazionali, tra cui la banca francese Société Générale, colpevole di usare il dollaro USA per transazioni con paesi sotto embargo statunitense, cioè Cuba, Iran e Sudan. Non meno di quattro agenzie “s’imposero”: dipartimento della Giustizia, Ufficio di controllo dei beni stranieri, Ufficio del Procuratore Distrettuale di New York e dipartimento dei Servizi Esteri di New York. L’ammontare totale delle sanzioni ammontò a 1,34 miliardi di dollari. Anche se è vero che la Federal Reserve statunitense indicò che le azioni legali venissero sospese se la Société Générale aderisse agli accordi statunitensi per un periodo di prova di tre anni. Potremmo anche parlare di società europee costrette a lasciare l’Iran su sanzione statunitense. Per Washington, la legge nazionale è diventata così lo strumento di controllo e coercizione particolarmente efficace a livello internazionale. Ad un livello più alto, gli Stati, anche alleati di Washington, sono soggetti alle stesse regole. Qualsiasi desiderio di indipendenza, autonomia, libera concorrenza viene immediatamente soffocato dall’estraneità alla legge statunitense. Vi si può essere sorpresi solo dal disinteresse mostrato dagli Stati Uniti nei confronti degli alleati, anche quelli più vecchi.

Per la fine del mondo unipolare
Oltre a queste critiche, necessarie di fronte all’onnipotenza statunitense, questo discorso ci dice anche molto sulla visione del mondo che i russi avrebbero. Descrive abbastanza chiaramente il modo in cui guardano le relazioni internazionali, la cui posta in gioco è diventata, dicono, molto più complessa di prima. “Credo che il modello unipolare non solo sia inaccettabile per il mondo contemporaneo, ma del tutto impossibile. Non solo perché, nelle condizioni di unico leader, il mondo contemporaneo (voglio sottolineare questo: contemporaneo) mancherà di risorse militari-politiche ed economiche. Ma, e ancor più importante, tale modello è inefficace perché non può in alcun modo avere base morale ed etica nella civiltà contemporanea”. In effetti, il mondo cambia molto rapidamente. Le potenze emergenti si affermano sempre più sulla scena internazionale. Il loro peso decisionale è sempre più grande ogni giorno. Nei salotti silenziosi delle Cancellerie i loro diplomatici sono impegnati; i loro eserciti operano su campi di battaglia asimmetrici dove tentano di dimostrare la propria potenza; “Lo sviluppo dinamico di una serie di Stati e regioni”, affermava Putin, trasforma il panorama internazionale. L’egemonia è subita. Alcuna potenza, non importa quanto sia forte, non può più mantenere la stabilità globale da sola. D’altra parte, e questo è un altro elemento importante, il presidente russo indicava che nulla nella legge può giustificare l’unipolarismo. Alcun articolo o principio giuridico consente a una potenza di esercitare la leadership globale indiscussa, sia che sia accettata più o meno od imposto con la forza. Vladimir Putin appoggiava la dottrina di Primakov. “Direttore” del KGB, saggio diplomatico e conoscitore del mondo arabo, cauto ministro degli Esteri, presidente del governo russo nel conflitto jugoslavo, Evgenij Primakov annunciò il crollo della dottrina unipolare al tempo della guerra statunitense in Iraq. Organizzò la partnership strategica RIC, Russia – India – Cina, che diventò i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), il cui obiettivo economico veniva associato ad obiettivi politici per competere con le principali istituzioni occidentali, soprattutto statunitensi. Il piano russo per tale politica alternativa fa capire che gli interessi comuni tra le nazioni rimangono la pietra angolare delle relazioni internazionali, almeno quanto la condivisione di certi valori. Ma questi interessi o valori non possono essere usati da alcuna potenza per imporre agli altri la propria volontà. Il multipolarismo deve diventare la regola in un mondo sempre più pericoloso, con minacce multiple e improvvise a cui la decisione di uno solo non può fornire una risposta soddisfacente. In sostanza, ciò che il presidente russo criticava degli Stati Uniti è che non badano all’opinione dei Paesi non allineati alla loro politica estera, perché questi Paesi sono considerati trascurabili. Aggiunse che non esiste valida ragione per cui gli Stati Uniti non siano soggetti alle stesse leggi. È l’impunità statunitense che Vladimir Putin condannava: “Le azioni unilaterali, spesso illegittime, non hanno risolto alcun problema. Inoltre, hanno portato a nuove tragedie umane e nuove fonti di tensione. Giudicate voi stessi: guerre, conflitti locali e regionali non sono diminuiti. Le vittime di tali conflitti non sono meno numerose, al contrario, sono molto più numerose di prima!” I conflitti in Libia e in Siria, durante cui l’amministrazione statunitense mostrò un sorprendente dilettantismo, dimostrarono che aveva ragione.

Allargamento della NATO e “cittadella assediata”
Ma ciò che il presidente russo condannò era anche, e forse soprattutto, la minaccia posta dagli Stati Uniti all’integrità della Russia. Nel discorso, Vladimir Putin mise in guardia gli occidentali e i loro capi: l’interferenza occidentale negli affari russi è durata troppo; la costruzione dello scudo antimissile alle porte della Russia non aveva alcuna necessità; il costante allargamento della NATO verso la Russia è una provocazione che potrebbe avere gravi conseguenze. Su quest’ultimo punto, i progressi compiuti dall’Alleanza verso Oriente sono la goccia di troppo per Mosca. Includendo Paesi dell’Europa orientale nella NATO non modernizza l’Alleanza, come Washington sempre sosteneva con incredibile “faccia tosta”. Tale estensione non aveva altro scopo se non contenere la Russia per indebolirla includendone “l’estero vicino”. Lo spirito del “contenimento” rimane. Putin aggiunse: ” In Bulgaria e Romania vediamo “basi statunitensi avanzate” con 5000 soldati ciascuna. Accade che la NATO porti le sue forze avanzate sui nostri confini, mentre noi, che rispettiamo rigorosamente il Trattato [Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa, firmato nel 1999], non reagiamo a tali minacce”, (3) Si noti che alcun Paese occidentale accetterebbe tale situazione ai suoi confini. Ma ciò non sembra offenderci, né i nostri politici, né i nostri media. Il caso ucraino è probabilmente il più eclatante. Il vecchio desiderio degli Stati Uniti d’integrare Kiev nella NATO, se si avvererà, sarà accompagnato da schieramento di truppe al confine con la Russia e l’installazione del famoso sistema antimissile che Bill Clinton già pretese nel 2000. Allo stesso tempo, all’indomani della rivoluzione che spodestò il presidente Janukovich e il suo regime corrotto, il nuovo governo ucraino abolì lo status di lingua nazionale del russo e pose fine al bilinguismo, avvelenando la situazione nel Paese. Vladimir Putin non aveva bisogno di perseguire una strategia indiretta e quindi rispondeva a tante provocazioni. Ottimo stratega, eccellente geografo, conosce le mappe, i loro rilievi quanto le pianure. La reazione avvenne senza scontro diretto e in due fasi: prima la Crimea, riportata in Russia dopo un’operazione militare ibrida (forze speciali, attacco informatico, operazioni di disinformazione…) accompagnata da un’operazione politica basandosi sul precedente del Kosovo, sostenuto dagli occidentali, ricordiamolo; in Ucraina, quindi, con operazioni di supporto agli indipendentisti russofoni nell’est del Paese. Barack Obama riconobbe pubblicamente che Vladimir Putin reagiva all’istigazione di Washington della rivoluzione del febbraio 2014 (4). In tale contesto molto teso, stupore e rabbia di Mosca possono essere facilmente compresi dato che gli Stati Uniti a lungo giocavano pericolosamente nel cortile russo, il suo “estero vicino”. A proposito del continuo allargamento della NATO, Putin sottolineò nel discorso di Monaco che “è una grave provocazione che riduce la fiducia reciproca. Abbiamo legittimamente il diritto di chiedere apertamente contro chi è avviene tale allargamento. Che ne è stato delle assicurazioni fornite dai nostri partner occidentali dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono tali assicurazioni? Le abbiamo dimenticate”. Si potrebbe aggiungere che l’Alleanza è progressivamente passata da strumento difensivo contro il Patto di Varsavia a grande macchina aziendale. Perché se Donald Trump chiedeva a tutti i membri di portare il loro budget per la difesa al 2% del PIL, è bene aumentarne la capacità di acquistare attrezzature nordamericane. La NATO è diventata un enorme mercato per il complesso militare-industriale statunitense. È anche strumento della politica estera statunitense per tendere a sostituire Nazioni Unite ed Unione europea. Fu così in Serbia e Kosovo, nel 1999, e di nuovo in Libia nel 2011. È chiaro come l’occidente cerchi d’imporre il suo vantaggio strategico mettendo in discussione il diritto internazionale, in questo caso la Carta delle Nazioni Unite. Certo, tali manovre occidentali alimentano il risentimento russo e rendono più credibile l’idea, nata da tempo, che la Russia sia una “cittadella assediata”. Questa paura di accerchiamento, potente durante l’era sovietica, è tornata in vigore, alimentata è vero da un presidente russo che gioca abilmente la carta “uno contro tutti”.

Costruire il nemico russo
Per molto tempo, la domanda che l’occidente poneva era che cosa volesse Vladimir Putin? Ma alla luce di tutto ciò che è accaduto da quando è salito al potere, e soprattutto dal famoso discorso a Monaco, la vera domanda è questa: cosa vuole l’occidente? Probabilmente dimostrare che Vladimir Putin è un autocrate bellicista; tentare di bloccarlo spingendolo a colpire un Paese membro della NATO e in tal modo innescare l’articolo 5 dell’Alleanza che afferma che “Le parti concordano che un attacco armato contro uno o più di essi, se si verificano in Europa o nel Nord America, sarà considerato attacco diretto contro tutti (…)”. Costruire il nemico è il piano dell’occidente. L’incidente che coinvolse forze navali russe e ucraine nel Mar d’Azov confermava il sostegno unanime dell’occidente contro la Russia. Senza aspettare di saperne di più su tale faccenda estremamente complessa rispetto la storia dei due Paesi, il conflitto che li ha messi a dura prova per anni nell’area in cui si sono verificati tali incidenti (lo Stretto di Kerch), i Paesi occidentali immediatamente seguirono l’esempio di Washington. Persino il Canada, abituate a riserve, lanciava l’offensiva tramite la sua ministro degli Esteri ,Chrystia Freeland, di origini ucraine si ricordi. La NATO vi si univa col suo segretario generale Jens Stoltenberg, che ribadiva “pieno appoggio della NATO all’integrità e sovranità territoriale dell’Ucraina”, che tuttavia non è ancora membro dell’alleanza! Tuttavia, sappiamo da tempo che provocazione e disinformazione sono strumenti ampiamente utilizzati da Kiev e Mosca in questa tragedia che si svolge nell’est dell’Ucraina. Eppure abbiamo dato credito a uno e non all’altro. Già nel febbraio 2007, Vladimir Putin ci mise in guardia da tale situazione. La dipendenza occidentale dalla politica estera statunitense è pericolosa perché tutte le nostre azioni, posizioni, rapporti con le altre nazioni si basano su un’unica visione del mondo, che afferma di vedere nella democrazia parlamentare di tipo statunitense l’unica forma di democrazia e progresso, ma che troppo spesso assomiglia a quella del più forte che impone la sua legge agli altri.

Note
1) “La Russia non è l’unica ad ingerirsi nelle elezioni. Lo facciamo, anche noi”. Scott Shane, The New York Times, 17 febbraio 2018, e “Kursk, un sottomarino in acque agitate , Jean-Michel Carré, Les Films Grain de sable, 2005.
2) Hard Power: la capacità di uno Stato di influenzare il comportamento di altri Stati con mezzi coercitivi (militari, economici, diplomatici, politici).
3) Allo stesso tempo, infatti, la Russia ritirava le truppe dalla Georgia e iniziava i negoziati con la Moldavia, dove 1500 uomini proteggono depositi di munizioni risalenti all’era sovietica.
4) Già nel 2004 gli Stati Uniti finanziarono tramite il German Marshall Found, ONG che parteciparono attivamente alla “rivoluzione arancione” in Ucraina. Al timone erano George Soros, finanziere e attivista democratico e Madeleine Albright, ex-segretaria di Stato di Bill Clinton, che regalò decine di milioni di dollari per rovesciare la presidenza.

Boris Lauent, Storico, giornalista, specializzato nella storia delle relazioni internazionali. È autore di “Guerra totale nell’Est. Nuove prospettive sul conflitto tedesco-sovietico (1941-1945)”, Nouveau monde, e “Le operazioni tedesco-sovietiche nel Caucaso (1942-1943)”, Economica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio



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